26/03/15

IL RACCONTO DEL TERRORE: (PINOKKIO PULP)

di Mauro Banfi

I

«Davvero ─ disse fra sé il burattino Pinocchio uscendo dall’Osteria del Gambero Rosso, rimettendosi in viaggio ─ come siamo disgraziati noi altri giovani! Tutti ci sgridano, ci ammoniscono e ci danno consigli non richiesti:
“Oh suvvia, voi dovete ribellarvi! Vi hanno caricato fin dalla nascita come somari col debito pubblico, la Fornero e Monti vi manderanno in pensione dieci anni più tardi di noi e con Renzi vi hanno reso tutti degli schiavi col job act, ah ah ah ciuchi, ciuchi! Siete degli smidollati, dei mollaccioni, ma che aspettate a dare fuoco a tutte le città?”,
« a lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri maestri,» continuò la marionetta senza fili « ma che faccia tosta! Proprio loro che hanno rapinato fino all’ultimo quattrino dello Stato durante il boom economico e tangentopoli, proprio loro che ci hanno derubato ogni futuro e ci hanno consegnato come unica eredità l’andare a pelare le patate in Germania o il pulire i cessi in Svizzera, ma che ipocriti! Proprio loro vengono a istigarci al crimine, che facce da culo!
Ah ah ah! Come quel ridicolo Grillo parlante che mi viene a fare la morale, quando lui per primo ha ricevuto l’avviso di garanzia per frode fiscale e prostituzione minorile!
Secondo lui, a girarmene tutto solo per il mondo, con i quattrini del babbo, dovrei incontrare gli assassini! Meno male che agli assassini io non ci credo, né ci ho creduto mai.
Per me gli assassini sono stati inventati apposta dai babbi, per far paura ai ragazzi che vogliono andar fuori la notte da soli.
Prima ci hanno ingozzato di merendine durante gli anni del consumismo e poi ci vogliono tenere in casa a fare i loro soprammobili o i loro animali da compagnia, dopo che ci hanno ridotto in miseria con la crisi economica e la disoccupazione e i loro politici criminali!
Ma io non credo alle loro bugie e ai loro assassini!
Si facciano pure avanti, vedranno che con me non si scherza!»


II

Pinocchio stava per finire il suo ragionamento quando il silenzio della notte venne raschiato da un fruscio di foglie.
Nel buio ecco comparire due nere figure imbacuccate in due sacchi di carbone, che correvano verso di lui in punta di piedi, come se fossero due fantasmi, sguainando lunghi coltelli.
Gridavano con voci stridule:
«Fermo! O la borsa o la vita!»
Nonostante il cuore gli si fosse gelato in petto Pinocchio nascose le monete d’oro del Babbo Geppetto sotto la lingua e cercò di correre a perdifiato nella notte oscura.
Ma gli assassini riuscirono però a prenderlo per le braccia, e col coltello cercavano di aprirgli la bocca facendo saltare schegge di legno dappertutto.
Pinocchio tuttavia, divincolandosi come un anguilla, si liberò dalle unghie degli assassini, saltò la siepe della strada maestra, e fuggì a balzi come un capriolo per le campagne.
E gli assassini dietro, come due segugi all’inseguimento di una lepre.
Riuscirono a portarsi sotto al burattino e lo accoltellarono sulla schiena di pino senza pietà, ma Pinocchio saltò dei cespugli, attraversò di corsa un fiume, e ancora libero correva per i campi.
Dopo una corsa di quindici chilometri, Pinocchio non ne poteva più.
Allora, vistosi perso, si arrampicò su per il fusto di un altissimo pino e si pose a sedere in vetta ai rami.
Gli assassini tentarono di arrampicarsi anche loro per acciuffarlo ma erano troppo pesanti e scivolarono a terra, imprecando.
Allora, con un fastello di legna secche appiccarono il fuoco all’antico albero.
Il fuoco divampò e la pianta millenaria cominciò a bruciare.
Pinocchio, per non finire arrosto, spiccò un salto prodigioso, e atterrato a terra senza danni ricominciò a correre attraverso ai campi e ai vigneti.
E gli assassini dietro, sempre alle calcagna, senza stancarsi mai, libidinosi d’oro.


III

La forsennata corsa di Pinocchio venne interrotta da un largo e profondo fosso, colmo di un’acquaccia inquinata color del caffè e latte.
Con un balzo dettato dalla forza della disperazione Pinocchio ottenne di atterrare incolume dall’altra parte.
Gli assassini saltarono anche loro, ma non avendo preso bene la misura, splash!
cascarono nella melma tossica.
Pinocchio pensava fossero affogati e avvelenati in quell’acquaccia schifa, ma si accorse che, risalita la riva lerci di fango contaminato, gli correvano ancora dietro tutti i due.
Imbacuccati nei loro sacchi neri, brandendo i loro lunghi coltelli, grondando acqua marcia come due panieri sfondati, urlavano:
«O la borsa o la vita!”.
IV

Intanto l’oscurità cedeva alle prime, incerte luci dell’alba.
Sfinito da una notte di corse e di balzi, Pinocchio stava per gettarsi a terra e darsi per vinto, quando in lontananza il suo sguardo incontrò la visione di una casa candida come la neve che biancheggiava in mezzo al verde cupo degli alberi.
Con le ultime forze che aveva nella sua struttura di burattino, Pinocchio giunse presso la casa della salvezza e cominciò a bussare e a ribussare, sempre più forte e sempre più col cuore in gola.
Intanto sentiva avvicinarsi il respiro affannoso dei due ladri aguzzini.
All’improvviso una finestra al primo piano s’aprì e s’affacciò una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera: i suoi occhi erano chiusi e teneva le mani incrociate sul petto.
Sembrava che parlasse senza muovere le labbra, con una voce sottile che pareva giungere dall’altro mondo:
«In questa casa non c’è nessuno. Sono tutti morti».
«Aprimi almeno tu!» gridò Pinocchio piangendo e pregandola:
«Sono morta anch’io, come questa Italia marcia e corrotta: aspetto la bara che venga a portarmi via». Appena detto così, la Bambina scomparve, e la finestra si richiuse senza far rumore.
V

In quell’istante i due Assassini afferrarono per il collo Pinocchio, gli legarono le mani dietro le spalle, gli passarono un nodo scorsoio alla gola e lo impiccarono al ramo più alto della Quercia Grande.
I manigoldi si sedettero per godersi lo spettacolo della sua morte.
Poi, dato che gli Assassini erano stanchi di aspettare che tirasse le cuoia, e dato che non potevano perdere l’ultima puntata del Grande Fratello, decisero di andarsene e urlarono sghignazzando all’impiccato:
«Addio a domani burattino. Quando domani torneremo qui, si spera che ci farai la cortesia di farti trovare bell’e morto, con la lingua violacea a penzoloni e con la bocca spalancata, così raccoglieremo senza fatica i tuoi quattrini! Ahahhaha!»
E se ne andarono.
Un vento rabbioso di tramontana prese a sbatacchiare Pinocchio come il battaglio di una campana.
A poco a poco i suoi occhi si velarono e si appannarono.
La marionetta all’improvviso gridò:
«Babbo mio, Fatina, perché mi avete abbandonato?»
Infine chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e spirò.
NOTE DELL’AUTORE
Libri letti, amati, usati, stropicciati, ritagliati, compulsati, scarabocchiati, annusati, assimilati, incorporati per comporre quest’opera:
•    Carlo Collodi, Pinocchio
•    Pietro Citati, Il male assoluto
•    Carmelo Bene, Pinocchio (opera teatrale)
•    Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo
•    Rubrus, Dark Summer
L’opera è presentata priva di qualsiasi supporto iconografico, musicale e ipertestuale (come era previsto inizialmente) in segno di lutto e per protesta contro il trattamento subito dai giovani italiani: indebitati, sfruttati, precarizzati, privati della pensione, costretti ad emigrare, sbertucciati da falsi moralisti.
Una vergogna di cui la Storia un giorno dovrà tenere conto.

02/03/15

IL SOGNO DELL'UNICORNO


di Mauro Banfi

ai "pazzi di vita"

Non andartene docile in quella buona notte, 
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare allo svanire del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi riconoscano che alla fine la tenebra è giusta
Perchè dalle loro parole non diramarono fulmini
Non se ne vanno docili in quella buona notte,
Infuriati! Infuriati! contro il morire della luce!

Dylan Thomas




E se fossi anch’io un replicante?
E se avesse ragione il mio collega cacciatore di androidi Gaff:
“Ma sei sicuro di essere un uomo? E' difficile essere certi di chi sia chi, da queste parti.”
Questo mi ha detto sogghignando, dopo l’eliminazione di Roy Batty, il capo dei replicanti ribelli.»

Rachel gli accarezzò dolcemente i capelli mentre si risvegliava. Deckard era tornato a casa dopo aver ritirato tutti gli androidi fuggiti dalla colonia extramondo, pervaso da una tristezza inspiegabile dopo la terribile, splendida fine del loro capo Roy.
Si era accasciato sul pianoforte del suo appartamento e si era addormentato smarrendosi in una fantasticheria sorta dalla sua anima stanca.
Un unicorno correva al rallentatore in una fatata radura di un bosco di querce.
Era un sogno ricorrente che lo visitava da anni.

«Fammi un caffè cara…ti prego» disse alla sua amante, anche lei replicante sintetica.
Sfinito, malinconico, immaginava, grazie anche alle note che prese a strimpellare sulla tastiera del pianoforte, quel magnifico, candido, puro unicorno e la sua corsa maestosa.
Anche lui era un essere artificiale, nato dall’immaginazione onirica umana?
E là in cucina Rachel: la tragedia degli androidi sta tutta nell’essere unicorni reali, materializzati, che esistono davvero.

Ma se fossi anch’io un replicante?
Mi sono innamorato di una replicante di ultima generazione Nexus 6 della Tyrell Corporation, talmente sofisticata e perfezionata che ignora il fatto di essere sintetica e si considera del tutto umana.
E se fossi anch’io così?
E se anch’io ignorassi di non essere umano, perché mi sono stati innestati dei falsi ricordi d’infanzia, che permettono l’illusione di avere un’identità completa?»
Entrando nell’appartamento aveva notato un altro origami di Gaff: un piccolo unicorno d’argento.
Come poteva conoscere il suo sogno ricorrente?
Era il suo modo per rivelargli di essere un replicante, a cui era stata innestata una memoria artificiale?
Un monito per avvertirlo che ben presto si sarebbero messi sulle loro tracce per ritirarli?
Insomma, anche lui era un lavoro in pelle?
Dovevano scappare, ma per andare dove? 



«Rachel, preparati, dobbiamo tornare alla Tyrell Corporation per parlare con Norton, il fratello del dottor Eldon che Roy ha ucciso.
Dobbiamo capire se siamo umani o replicanti e quanto tempo di durata vitale abbiamo…»
«Rick, ma come faremo ad arrivare al suo appartamento? Ci vogliono una password per l’ascensore e una chiave in codice per la porta del suo piano.»
«Questo problema fa parte del mistero. Non so come spiegartelo, ma ricordo bene quelle serie numeriche. In passato ho già conversato con Norton, anche se in questa vita cosciente non ricordo d’averlo mai visto.
Lui e il suo gemello ci hanno creati e ci devono delle spiegazioni.»


A bordo della sua macchina volante Rick sorrise a Rachel. Aveva attivato un disturbatore a onde elettromagnetiche per confondere i tracciatori delle pattuglie della polizia inframondo. Sapeva che altri cacciatori di replicanti, coordinati da Gaff, erano sulle loro tracce per ritirarli dal mercato dell’usato.



Arrivati al grattacielo del Tyrell Corporation, travestiti da fattorini di take away cinese, s’avvicinarono all’ingresso dell’ascensore che portava ai mille piani del vertiginoso edificio.
Dopo che la spia della telecamera di videosorveglianza si spense (avevano pochi secondi per agire), inserirono la password nel tastierino alfanumerico e in breve arrivò la cabina a piano terra.
In men che si dica arrivano al piano 666, dove viveva Norton Tyrell, noto ingegnere cibernetico.
Prima che qualcuno della sorveglianza li notasse con le videocamere o le ronde armate, digitarono il codice trinario e penetrarono nell’appartamento di Norton in un lampo, richiudendo dietro di loro la leggera porta di acciaio adamantale.

In salotto, seduto su una grande poltrona di pelle animale, Norton Tyrell stava giocando da solo a Risiko, un vecchio gioco di società dell’epoca terrestre pre-apocalisse climatica.
Era un uomo stanco, appesantito dallo stress, dagli anni e dall’evidente obesità.
Girò la sua testa completamente rasata verso Rick e Rachel disse:
«Cari figlioli come state? Sono sorpreso che non siate venuti prima. Riesci a ricordare Rick, quando appena creato giocavi con me, in questo salotto, a Risiko?»
«Non è facile incontrare il proprio creatore» proferì deciso Deckard, impugnando la sua pistola a laser prionico.
«Rick, non c’è bisogno che mi punti contro quella pistola. Vi voglio bene figlioli, e sono pronto a rispondere a tutte le vostre domande. Che cosa posso fare per voi? Chiedete pure, vostro Padre è pronto ad abbracciarvi»
«Quant’è il nostro limite di durata vitale?»
«Otto anni, Rick. Tu e Rachel siete il modello base funzionario.
Impiegati, burocrati, addetti alla logistica, alla polizia e all’infermieristica.
Quattro anni in più degli schiavi per i lavori pesanti, le prostitute per gli uomini d’affari e i puttani per gli omosessuali e i soldati per colonizzare nuovi mondi.
Io e Eldon vi abbiamo concesso quattro anni in più.»
«Ma che animi nobili e sensibili» sogghignò ironico e furibondo Rick, puntando il mirino dritto sulla fronte di Norton.
«I creatori, volevo dire il creatore, visto che Roy Batty ha provveduto a ritirare dal mondo degli affari il tuo fratellino, può riparare quello che ha fatto?»
«Tu e Rachel desiderate essere modificati?» sussurrò Norton.
«Avevo in mente qualcosa di più radicale, “creatore”»
«Qual è il problema, Rick?»
«La morte, padre. E non tanto la mia, quanto quella di Rachel. Ti prego salvala, se è necessario usa delle parti del mio organismo sintetico!»
«La morte? Mi poni la stessa questione che Roy ha posto a Eldon, e devo risponderti come il mio gemello passato a miglior vita. 
Temo che il tema morte sia al di fuori dalla mia giurisdizione…»



Rachel aveva gli occhi inumiditi e singhiozzava impercettibilmente, mentre Rick si avventava su Norton: con una mano lo prese per il bavero e con l’altra premette la canna della pistola sulla sua fronte:
«Vogliamo vivere di più padre! E soprattutto Rachel deve vivere di più!
Fatti venire qualche idea o ti faccio esplodere la testa come una zucca marcia!»
«Maledizione Rick ascoltami! Tu sei un modello funzionario, dovresti essere più ragionevole e meditativo! Non dovresti essere così attaccato alla vita! Come hai potuto sviluppare questo brutale istinto di sopravvivenza e queste emozioni d’amore?
Ragioniamo: io e Eldon vi abbiamo concepiti per imitare gli esseri umani in tutto, salvo che negli appetiti e nelle pulsioni di base, la sopravvivenza e la riproduzione.
Vi abbiamo fornito una memoria condensata grazie alla quale siete in grado di costruirvi emozioni proprie elementari; ma la paura della morte non era prevista.
Ma io l’avevo intuito e Eldon non mi ha dato retta: le parti di DNA umano, combinate alle fibre sintetiche vi hanno portato a sviluppare emozioni più complesse, senza limitarvi ai vostri compiti di schiavo o puttana, passacarte o portaborse.
L’avevo detto a Eldon: ogni movimento del corpo corrisponde a un’idea della mente. Ciò che accade al corpo ci fornisce al contempo delle idee vitali.
Pertanto, il corpo di un essere artificiale dotato anche di mente è capace di molte cose e di tanti fatti e pertanto il vostro corpo è diventato sempre più attivo e polisensoriale, ricco di esperienze proprie.
E così siete arrivati a concepire la paura della morte, un flagello dal quale volevano preservarvi.
Anche perché la paura della morte comporta un problema sociale.
Chi ha paura desidera più libertà e si ribella alle imposizioni economiche e statali.
L’unico modo per impedire la vostra ribellione era quello di limitare artificialmente la durata della vostra vita.»
«In poche parole parli dell’ assassinarci in anticipo, creatore dell'imperfezione!» ringhiò Rick « diciamo che vi abbiamo installato un dispositivo di sicurezza che vi concede solo otto anni di vita…» sospirò Norton spostando un carrarmatino del Risiko «sicurezza per voi umani creatori, s’intende! Morte per guasto interno programmato, ecco il bel dono che ci avete dato con le vostre brillanti menti bacate decorate di titoli accademici!» replicò Rick, furibondo;
«ehmm…devi capire Rick che bisognava scongiurare il pericolo che voi vi mimetizzaste perfettamente come umani. La sovrappopolazione è stata una delle prime cause dell’apocalisse climatica e del riscaldamento globale e non potevamo aumentare il numero delle masse terrestri, tu capirai…abbiamo fatto il meglio che potevamo…»
«Siete malvagi! Non ci avete fatto per durare! Il vostro dio della biomeccanica è un idolo sanguinario!» urlò stringendo il pugno Rick «ogni volta che una luce brilla due volte di più, splende due volte meno a lungo, e voi, amati figlioli, state brillando il più radiosamente possibile. Guardatevi, voi siete angeli realizzati.»
«T’ammazzo dannato bastardo!» Deckard si preparò a sparare, ma Rachel lo fermò mettendosi davanti alla pistola laser:
«No Rick, è un errore ucciderlo, diventeremmo uguali a lui!
Non importa quanto vivremo, ma quello che siamo. Dobbiamo restituire amore all’odio che ci è stato dato. In questo modo resteremo eterni, dopo i nostri limitati anni di vita. Noi siamo, sentiamo e pensiamo e non abbiamo bisogno della sua mancanza di rispetto e di siensibilità per il vivente.
Desideriamo durare ma non abbiamo bisogno dell’odio per desiderare di durare.
Restituiamo gioia alla malvagità e resteremo noi stessi per sempre e avremo davvero vinto.»


Rick baciò Rachel, tenendo sotto tiro Norton.
Prese le manette e legò i polsi dietro la schiena dell’ingegnere biomeccanico.
«Preparati per un lungo viaggio, Norton, stiamo per andare in una sconosciuta colonia extramondo dove lavorerai vita natural durante, retribuito a pane e acqua e a calci in culo, per risolvere il nostro problema di durata.»

L’automobile volante contenente Rick, Rachel e Norton decollò verso lo spazio profondo.
La macchina non poteva essere intercettata dalle pattuglie del confine biosferico, perché usava il disturbatore a onde elettromagnetiche regalato da Roy Batty, il suo inventore, a Rick Deckard.
Poco prima di morire gli aveva sussurrato dove si trovava e il suo funzionamento intuitivo.
Deckard impostò la rotta verso una galassia a forma di liocorno.
Un sistema stellare ignoto che aveva intuito e intravisto nelle mappe dopo il suo sogno dell’unicorno.
Strinse forte la mano di Rachel, mentre guidava ed esclamò:
«Per gli umani, un replicante è un liocorno reale, un essere immaginario che si è materializzato e che pertanto è pericoloso e va abbattuto.
Loro vogliono uccidere la loro immaginazione diventata realtà, perché ne hanno paura, e noi cerchereno di far durare la nostra esistenza perché non abbiamo timore degli unicorni. Realizzeremo la nostra immaginazione, non siamo umani, per fortuna. Andiamo amore.»
Rick cliccò il tasto ON.

ON
(clicca su On)





 

03/02/15

Progetto ROOM, Fase 1: venticinque giorni alla conclusione


Ciao a tutti, 
Ricordiamo che il 28 febbraio si chiuderà la Fase 1 del progetto ROOM. Resta solo il mese di febbraio '15 per poter inviarci i vostri racconti, che andranno poi a comporre l'anima del progetto.
Buon lavoro e aspettiamo le vostre opere!



02/02/15

LAPIS EXILIS (La cercatrice/raccoglitrice)

di Mauro Banfi


“Ciascun sasso la sua forma
ciascuna forma il suo peso
ciascun peso il suo valore
nel mio giardino mentre li cavo
per le semine di primavera,
e dico, tirandoli fuori uno alla volta,
C’è gioia qui
a poter maneggiare
così tante differenze
ricche di senso.”
Each stone, David Ignatow
I


Qualcosa era caduto dal cielo nel bosco di Mezzanone.
Un giorno  era arrivata dallo spazio profondo una lunga scia bianca che aveva prodotto una successione di esplosioni in aria, e una colonna di fumo in una radura del bosco.
La zona venne subito isolata da un cordone di sicurezza governativo, in cui tuttavia ben presto gli stessi militari e gli scienziati non osavano più spingersi.
Si vociferava che essa, la Zona, (così era stata ribattezzata, con la Zeta maiuscola, dai mass-media e dagli abitanti del luogo) contenesse una misteriosa pietra di materiale extraterrestre.
Si raccontava che il minerale venuto dallo spazio potesse indurre in chi si avvicinava deliri maniacali e visioni psichedeliche.
Il primo a trovarla, un mountain biker, era ora ricoverato nel reparto psichiatrico di un vicino ospedale perché credeva di essere un tricheco paranoico, perseguitato e cacciato da alcune fantomatiche “teste d’uovo”.



In base a questo ed altri inquietanti episodi, l’accesso a quel territorio misterioso e pericoloso venne proibito dalle autorità, dopo averlo fatto evacuare da ogni presenza umana. 
Demetra abitava nei pressi della Zona.
C’era una porticina nel suo giardino che dava su un sentiero del bosco di Mezzanone.
Il Sindaco tentò di farla evacuare dalla sua casa, ma il suo avvocato rigettò l’istanza di sfratto temporaneo, in quanto la sua abitazione era oltre il confine di sicurezza.
Demetra era una giovane ragazza, esile e dai lunghi capelli corvini, iscritta alla facoltà di Agraria.
Nel tempo libero amava andare in bicicletta nel vicino Parco del Ticino e soprattutto dedicarsi alla sua grande passione: cercare e raccogliere erbe e frutti spontanei stagionali della terra.
Era inoltre un’apprezzata guida e spesso veniva ingaggiata per condurre le scolaresche a visitare gli animali del Parco.


Demetra era seduta al grande tavolo del suo laboratorio, e stava trattando le erbacce commestibili che aveva raccolto quella mattina.
Lavò le foglie di ortica per metterle a cuocere. Poi le mise in acqua ghiacciata, protetta dai guanti in lattice, in soluzione prima della bollitura,  e subito dopo cominciò a mondare un bel cespo di tarassaco, detto dente di leone, da fare in insalata.


Mentre lavorava guardò la scritta in latino sul muro, dipinta in oro e argento da sua nonna, la famosa Nonna Gatta, la Stria del Mezzanone, com’era ancora ricordata in paese.
“Solve et coagula”.


«Dissolvi e coagula Demetra: questo è il fondamento della nostra arte».
Quella magica nonna dai lunghi e candidi capelli bianchi sembrava essere ancora vicina a lei, mentre le insegnava le sue conoscenze.
Era nel suo cuore, era ancora più viva di prima.
«Tutto ciò che è duro e urticante va dissolto con il calore e con l’acqua, e tutto ciò che è acquoso, fluttuante, caotico e vaporoso va addensato, indurito, fissato e ridotto.
Non mettere a bollire una sostanza coriacea se prima non l’hai tagliata a tocchi; non puoi ottenere un’evaporazione o una distillazione se non hai alzato la fiamma; esistono diversi tipi di fuoco per differenti modi di cottura; non puoi coagulare un ottimo minestrone se prima gli elementi primi non si sono dissolti in una fusione appassionata.
Questo vale anche per il rapporto con gli uomini, Demetra.
Ricorda: ci sono erbe tossiche ed erbe mediche e a seconda del dosaggio la stessa erba può essere farmaco e veleno. Così vale anche per i signori maschi che allietano e terrorizzano le nostre vite da secoli.
L’amore? Certo, Demetra, è bello come il sole, ma è anche qualcosa che muta rapidamente e che si può fingere. Riconoscerai l’uomo della tua vita dal rispetto che avrà della tua curiosità.
I maschi hanno sempre avuto paura della nostra curiosità. Da secoli sbugiardano la nostra madre Eva con quella fandonia della mela e del serpente.
E quando hanno paura di noi tendono a renderci le loro serve. Non permetterlo mai, bambina mia. Sii sempre libera: sii sempre curiosa.»


Gli occhi di Demetra si erano velati di lacrime, ricordava quel giorno in cui Nonna Gatta le donò il suo cestino per raccogliere i frutti e le erbe della terra:
«Bambina mia, da oggi sei una donna.»
Ricordava: la nonna si portò alle sue spalle, le prese delicatamente la testa e la girò verso il bosco:
«Guarda Demetra!Da oggi sei una cercatrice, sei una figlia della grande Dea della terra. Ricordati: per ogni dono che la Madre ti farà tu dovrai restituirle qualcosa; per ogni energia che Le prenderai tu dovrai ricambiarLa.
Si sta compiendo il mio tempo: presto sarò nel suo seno e nel suo grembo e tutto andrà a meraviglia. Siamo tutti parti di qualcosa di più grande.
Rinascerò nelle tue lacrime e nella tua gioia.
Prima di tornare alla Madre voglio insegnarti il segreto della forza:  i veri  esseri umani sono quelli indifesi come bambini, perché la debolezza è potenza, e la forza è niente.
Quando l'uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l'albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagni della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza, ciò che si è irrigidito non vincerà.
Solve et coagula, figlia mia.
Il male non prevarrà e l’amore aumenterà…»
Pochi giorni dopo Nonna Gatta lasciò il suo corpo alla terra e tornò alla Madre.
Ora Demetra sorrideva.
La nonna le aveva affidato un testo da leggere al suo funerale, al momento del seppellimento.
Era il versetto 77 del vangelo segreto di Tommaso:


“Il regno di Dio è in te e attorno a te, non in edifici di legno e pietra. Spezza un pezzo di legno ed io sarò lì, alza una pietra e lì mi troverai.”
«Sii libera. Sii curiosa.»
Aveva concluso ad alta voce, terminando l’antica preghiera di quel Gesù gnostico e se n’era tornata a casa fiera, fendendo la folla di compaesani che si facevano il segno della croce.
Demetra si alzò di scatto dal tavolo:
«Sono libera, sono curiosa. Domani andrò nella Zona.»
Si asciugò le lacrime e cominciò a preparare lo zaino per andare nel bosco.
Nella sua testa riviveva un altro suggerimento di Nonna Gatta, la Dea la benedica.
«Gli occhi vedono l’essenza vera della realtà per mezzo delle lacrime del pianto e del gran ridere. Non averne mai paura, bambina, mia, ma cadici dentro.
Quello è il potere della visione profonda.»
II
Demetra dopo la dipartita della nonna aveva cominciato a raccogliere pietre, riportandole a casa dopo le sue escursioni nel Parco e i suoi viaggi.



Le aveva raccolte dai deserti, sulle montagne, dal greto del fiume Ticino o dalla spiaggia del mare e le aveva riposte sugli scaffali del laboratorio, come fossero i marmi pregiati di un Tempio.
Sassolini lisci, pezzi di granito striato o retinato, le selci, le schegge di mica, i sassi qualunque, grigi, percorsi da sottili venature e da impercettibili moti ondulatori prodotti dalle maree e dalla corrente del fiume.
Quell’irresistibile impulso a raccogliere sassi e a portarli a casa per improvvisare minimi altari sollevati nella diversa inclinazione della sua anima, aromatizzati con la sensualità dei cinque elementi, l’aveva guarita dalla malinconia per quella momentanea separazione.
Uscì dalla porticina segreta in fondo al giardino e si diresse verso il cuore della foresta, eludendo con facilità un posto di blocco governativo che impediva l’accesso dall’ampio sentiero vicino.
Demetra conosceva l’arte di avvicinarsi con cautela, rispetto e semplice gentilezza alle erbe commestibili, alle pietre, agli animali e a tutti i frutti stagionali della terra.
La natura ama nascondersi e soprattutto non vuole essere presa con la forza, e Demetra conosceva il modo per arrivare alla sua energia con pazienti giri traversi e tortuosi percorsi labirintici.


Seguendo il letto di un torrente, nascosta dai cespugli, penetrò nel cuore del bosco.
Orientandosi con l’esame della morfologie delle piante s’incamminò verso il luogo d’impatto del meteorite.
Dal suo giardino aveva scorto la colonna di fumo bianco levarsi da una macchia di antiche querce.
Sapeva come arrivarci.


Nel frattempo, sul tavolo del Ministero della Difesa arrivò la relazione di laboratorio dell'esame ottenuto con lo spettroscopio stellare, con l’analisi chimica dei minerali contenuti nella pietra venuta dalla spazio profondo:


Il Ministro si deterse il sudore dalla fronte con il fazzoletto di seta e rispose alla chiamata al cellulare:
«Buongiorno Presidente. Sì, ho letto la relazione tecnica.
Le confermo che al momento non sappiamo quale decisione prendere.
La pietra possiede un peso specifico mai riscontrato prima, come sa.
Non riusciamo a sollevarla, non riusciamo a spostarla di un centimetro.
Non si riesce a prelevarne un frammento, è inscalfibile; è possibile solo irradiarla con lo spettroscopio. Non si riesce nemmeno a stare a lungo in sua presenza.
Come le è stato riferito, già dieci scienziati sono impazziti e si credono tutti dei trichechi perseguitati dalle teste d’uovo.
In tutta sincerità Presidente, non sappiamo che cosa fare con questa Pietra.
Attendo sue indicazioni.»


Dopo tre giorni di cammino e di lunghe esplorazioni Demetra arrivò nei pressi del luogo d’impatto del corpo celeste.
Era una lanca di medie dimensioni, circondata da antiche querce rigogliose.
In mezzo al piccolo laghetto si stagliava una roccia piramidale di granito, e sopra la pietra c’era un bagliore rosso che la richiamava.
Distolse lo sguardo e vide riflessa sull’acqua l’immagine liquida e smarginata della pietra.




Poi, come le aveva insegnato Nonna Gatta s’inginocchiò e provò riconoscenza e venerazione per quel prodigio.
«Vengo a te con gentilezza e premura, Pietra, senza l’arroganza di chi vuole possederti o la presunzione di chi vuole giudicarti. Se vuoi, fammi entrare nella tua dimensione.»
In quel momento apparve la Pietra:

«Eccomi, toccami.»
Demetra accarezzò delicatamente i bordi della Pietra: erano morbidi, cerosi, oleosi, teneri come germogli di soia e come sego per candele; quel minerale era un portento, massiccio come un tronco di pino silvestre e malleabile e snodabile come il corpo guizzante di un serpente.
«Oh, Pietra, permettimi di portarti a casa mia.
Ti conserverò in un bel posticino al caldo, in una fiala di vetro o in una bella scatola damascata, all’asciutto, come faccio per lo zucchero, il sale e la farina di mais: ti terrò al riparo del freddo e dell’umidità».
«Prima ti voglio portare nella mia dimensione, Demetra.
Schiaccia la parola Barbelos, sotto la chiave dell’Anima Cosmi impressa sulla pietra. Seguimi, c’è una persona che ti aspetta…»

28/01/15

GLI INVISIBILI

di Mauro Banfi

“Il Grande Fratello ti osserva, diventa invisibile”.
Grant Morrison, The Invisibles



Pino Cavezzan stava cercando di ammazzare il Tempo finendo un solitario al computer.
Era il Tempo che in realtà stava accoppando lui, lo sapeva bene, ma nella sua vita ormai l’oblio era un’ossessione, una mania, forse una galera.
Nella stanza volava da una mezz'oretta un moscone, e Pino si alzò di scatto e cercò di acchiapparlo.
Il moscone di posò sulla tastiera e una manata al suo inseguimento centrò la zona “qwert”.
All'improvviso, tra un jack di cuori e una donna di fiori, comparve l’icona di un moscone, recante una scritta:
“segui il moscone”. 
Il moscone insetto riprese a ronzare fastidioso.
 Pino invece smanettava per far sparire quell’icona molesta e indesiderata:
«Maledetti cookies, maledetti Trojan, cazzosissimi virus, fanculo a tutti!» imprecava, schiacciando ripetutamente ctrl-alt-canc-, seviziando il tasto esc, interrogando google su come si poteva eliminare quello schifo.
L’unico risultato tangibile fu la comparsa di una finestra di comunicazione tipo Skype, e dentro quel riquadro c’era un tizio che parlava come in un video di you tube, uno strambo tipo con un giubbotto di pelle nera, un cappellino da baseball in testa e degli occhiali neri.
Moscone: «Ciao Pino, come ti passa? Immagino, che in questo momento ti sentirai un po' Alice che ruzzola nella tana del Neromoscone... mh?»
Pino: «Potrei sapere chi cazzo sei, che cosa cazzo vuoi e perché cazzo non te ne vai?»
Moscone: « Sei lievemente basito, lo leggo nei tuoi occhi. Hai lo sguardo di un uomo che accetta quello che vede solo perché aspetta di risvegliarsi. E curiosamente non sei lontano dalla realtà. Conosci Philip K. Dick, Pino?
“La realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci, non svanisce.”»
Pino: «No, e non me ne sbatte niente. Io vorrei finire il mio solitario! Cazzo!»
Moscone: «Calma Pino, calma. Siediti tranquillo e ascolta che cosa devo dirti.
Solo un minuto e poi, se sei stufo, mi tolgo dai coglioni, va bene?»
Pino:« Vabbè, ho capito, sei uno dei tanti venditori che mi straccia le palle ogni santo giorno, sentiamo che cos'hai da rifilare. Tanto, te lo dico prima, non ho un centesimo bucato in tasca e sono già a posto di tutto. Sputa»
Moscone: «Capisco perfettamente ciò che intendi. Adesso ti dico perché sono qui. Non credi che la tua vita sia troppo ordinata, monotona, ripetitiva?»
Pino: «Sì, è una merda e per questo facevo il solitario, perché non ci voglio pensare».
Moscone: « Invece ti rubo un minuto di pensiero, ti prego di scusarmi.»
Pino:« Che stress, fai presto!»
Moscone: «Allora siamo d’accordo che hanno bandito dal mondo il chaos.
Tutto deve essere sempre in ordine e il chaos è stato eliminato con l’indifferenza e il silenzio.
Eppure esistono due modi per guardare al chaos. Uno è quello di considerarlo l’assenza di ogni regola, l’altro è di considerarlo la possibilità di ogni regola. Pensa a un mazzo di carte, tipo quello del solitario.
Una volta mescolate, sono un insieme caotico, disordinato, in cui un due di picche segue un cinque di cuori, senza alcuna logica apparente.
Durante una partita però è necessario ordinare le carte, creare una logica, per fare punti e vincere.
La stessa carta, o lo stesso insieme di carte, è utile se decidiamo di seguire alcune regole, del tutto inutile se decidiamo di seguirne altre: il mazzo in sé contiene un numero (quasi) infinito di possibilità, sono i giocatori a scegliere quali considerare utili e quali no.
L’idea è che l’Universo non risponda a nessuna regola precisa: è soltanto un mazzo di carte, senza una rigida logica di fondo.
Niente è vero in assoluto. È compito di ogni persona inventare un ordine, delle regole, che gli permettano di giocare la partita che preferisce. Però, poiché tutte le regole sono inventate, non esistono regole migliori o peggiori in assoluto.
L’unica realtà di fondo è il chaos: in altre parole una realtà di fondo non esiste, esiste solo un mazzo di carte, l’universo, che viene mescolato e rimescolato di continuo dai giocatori, gli esseri umani.»
Pino: «Sinceramente non ho capito un cazzo, però è fico, suona da film…»
Moscone: «Svegliati Pino! Smettila di prenderti in giro da solo!
È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra, nel mondo. Non sai bene di che si tratta ma l'avverti. È un chiodo fisso nel cervello. Da diventarci matto. È questa sensazione che ti ha connesso a me. Tu sai di cosa sto parlando!»
Pino: « E’ vero, è un disagio che non so esprimere. Parlamene tu, Mosco…»
Moscone: Ti interessa sapere di che si tratta? Era ora:
Sai che cos'è? Il suo nome è Mammon ed è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore o il computer. L'avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la realtà e per fotterti.»
Pino: «Quale realtà?»
Moscone: «Che tu sei uno schiavo, Pino. Come tutti gli altri, sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore. Una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado, purtroppo, di descrivere il sistema di Mammon agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos'è.»
Pino:« E come posso fare?»
Moscone: « Ascolta bene: è la tua ultima occasione, se rinunci non ne avrai altre.
Se apri il file azzurro, è la fine della storia: come un cieco brancolerai nella tua camera, e crederai a quello che vorrai.
Se apri (cliccandoci sopra) il file rosso, entri nel paese delle meraviglie, e vedrai quant'è profonda la tana del neromoscone e gioiosa la rivelazione degli Invisibili.
 Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più.
Avanti, scegli!»


FILE AZZURRO     

                                                

12/01/15

LA VISIONE DEL DOTTOR MISES

di Mauro Banfi



“L'uomo vive sulla terra non una ma tre volte: la prima fase della sua vita è un sonno profondo; la seconda di veglia e sogno e sonno in alternanza; la terza una veglia eterna.
Nella prima fase l'uomo vive nell'oscurità, solo; nella seconda vive insieme alle altre persone, pur tuttavia spesso ignorato e separato dai suoi simili, in una luce che è riflessa dalla superficie delle cose; nella terza la sua vita è intessuta con lo Spirito universale ed è una vita superiore in presenza dell’Anima del Cosmo.
La metamorfosi dal primo al secondo stadio è chiamata nascita.
La trasmutazione dal secondo al terzo è chiamata morte; lo stadio di passaggio caratterizzato dall’alternanza di sonno, sogno e di veglia viene chiamato vita.”
Escursione nel mondo visibile per trovare l’invisibile, Gustav Theodor Mises

Indosso occhiali dalle lenti azzurre per difendermi dalla visione notturna, dal lato oscuro, materiale, letterale delle cose.
La mia anima è come il cielo che attira la terra tra le braccia, ora.
Quando avevo trentanove anni restai irretito nel grembo tenebroso della materia.
Fu la miseria, l’eccessivo lavoro ma soprattutto anni di accaniti studi e sperimentazioni, specialmente sulla psicofisica della percezione dei colori.
Dovevo assolutamente inventare un aggeggio ottico per diventare ricco.
I miei occhi e la mia anima si ammalarono.
Non potevo fare più le mie lunghe e ossessive osservazioni sperimentali sulla persistenza dei colori nella retina, non potevo più leggere. Non ero diventato cieco, ma non ci vedevo più. Non potevo nemmeno mangiare né bere. Il mio stomaco si era riempito della nebbia e del buio che abitavano la camera oscurata nella quale mi ero ritirato. I miei occhi erano protetti da coppette di piombo ed ero tenuto in vita da mia moglie.

Rimasi in quel mondo notturno di tormenti per tre anni, chiuso in un isolamento melanconico e stavo perdendo il controllo dei pensieri, quando la mia cara consorte ebbe un sogno.
Vide una ricetta per una pietanza a base di riso, quinoa, miglio, avena e brodo di pollo da asciugare lentamente con scalogno e formaggio pecorino in una pentola a fuoco costante.
Me la preparò e dopo pranzo andammo a riposare insieme. Lei abbracciava il mio corpo rinsecchito e privo di umori e singhiozzava:
« Ti prego amore non lasciarti andare…»
Poi si alzò e riempì la vasca da bagno. Mi fece alzare dal letto, mi spogliò e mi fece entrare in ammollo nell’acqua tiepida.
Prese una spugna imbevuta di sapone di marsiglia e lavò con infinita cura il mio corpo disperato sussurrando:
« Ti prego non lasciarti andare amore…»
Poi si spogliò anche lei, mi prese per mano e mi portò sul letto. Mi fece sdraiare e con carezze inesprimibili risvegliò quello che restava della mia virilità.
Si posò sopra di me come una colomba azzurra e mi fece entrare nel suo oceano.
Io nuotavo dentro lei e verso il cielo, e la volta azzurra era alta e dall’alto vedevo la sfera azzurro-cielo nella quale viviamo, metà illuminata dal sole e metà immersa nella notte stellata.

 

Quella cupola azzurra avvolgeva tutti gli spigoli taglienti nella sua cosmica comprensione.



Era un cielo ma sembrava il mare, non coperto da nubi, ma da zolle di terra bruna.
Sembrava che le zolle si allontanassero l’una dall’altra e lasciassero scorgere degli Spiriti Azzurri, delle celesti forme femminili che mi chiamavano:
«Vieni…vieni…torna tra noi.»



Improvvisamente dalla destra giunse, librandosi nell’aria, un essere alato.