01/05/17

CYBER MOSCO 3.1 - VERSO AZATHOTH di Mauro Banfi e HPL

                 
“Il Viandante. Riuscita per piccolezza. Al viandante perseveranza è salutare.
Tale strada di solitudine deve percorrerla, fino in fondo. La via del viandante è solitaria e sempre sul punto di spegnersi, di finire in vicoli ciechi e strade tortuose. Ogni tanto qualcosa di buono, ma non dura. Bisogna pazientare così, fino all’emersione di qualcosa di nuovo.” 

L’esagramma 56: il viandante.  
Era quello il responso dell’I Ching.  
Rimise le tre monete in tasca e cominciò a marciare, nella sabbia, verso qualche oasi.  
Durante la Seconda Globalizzazione Forzata, il Nuovo Ordine Mondiale iniziò il progetto Alpha, che prevedeva l’innesto di microchip comportamentali nel cervello umano.  
L’obiettivo era creare una generazione umana di iperconsumisti insensibili ai sogni e alle emozioni personali, in modo da elaborare geneticamente il consumatore perfetto, dedito all’acquisto di merci d’ogni tipo, senza pentimenti e deviazioni.
Solo un cervello rigettò il Progetto Alpha: quello di uno sconosciuto blogger del sito socialetterario Neteditor, conosciuto come Mauro il Moscone.  

Il rigettante riuscì inoltre a fuggire dai laboratori del N.O.M. fingendosi un inserviente, e a darsi alla fuga nei deserti senz'acqua che circondavano le metropoli Globali.
Sul vetro della sua cabina- manipolatore lasciò scritto queste strane parole:
“Andate a fanculo voi e il vostro mondo senza sogni, il vostro mondo a venire è una merda.  
Cyber Mosco 3.1”    


Sono l’ultimo uomo degno di tal nome sulla terra.  
Un viandante diretto verso Azathoth, le Terre del Sogno.  

06/03/17

TRA MOSTRI CI S'INTENDE

                                    
         
“ Sono solo e infelice: l’uomo non vuole avere nulla a che fare con me; ma un’altra creatura deforme e orribile come me non si negherebbe”.
 Frankenstein di Mary Shelley.
“Ogni tipo strano al mondo è sulla mia lunghezza d’onda”.
 Thomas Pynchon  
               


 
«Perché mi perseguiti, padre?»   
Le slitte e i cani famelici non sono lontani. Non molto distanti le fiaccole dei cacciatori riverberano le canne dei fucili. Angoscia, persecuzione, come è cominciato tutto questo? 
Mio padre, il dottor Frankenstein giocò a fare Dio e mi creò con pezzi di cadavere: gli uomini mi chiamarono la “Creatura”.
Fin dall’inizio mi sono chiesto, chi sono?  
Con orrore mi sono risposto: un esperimento fatto con un’accozzaglia di avanzi presi da vari defunti. Un essere senza famiglia e senza sorelle o fratelli, condannato a continuare a vivere senza amici e schifato da tutti per la sua evidente mostruosità.        
E inoltre sono consapevole di tutto questo male, dato che mi è stato innestato nel cranio il cervello di un filosofo. Questo è il tormento insopportabile della mia non vita.
"Padre Dottore Professore, fammi almeno una compagna, per sentirmi meno solo…"     
No, il padre dottore professore si è rifiutato di crearmi una consorte, anche se aveva promesso, l'infame.
L’imitatore di Dio subito si pentì, perché temeva la nascita di un esercito di mostri feroci che avrebbero conquistato la terra.
E io, la Creatura, allora mi sono vendicato, uccidendo uno a uno tutti i suoi cari. E mentre li ammazzavo finivo di uccidere l'ultima parte viva di me stesso.   
Allora sono stato inseguito dal maledetto professore e da un plotone di cacciatori, per essere bruciato per sempre.
In fuga da Frankenstein e dai suoi bracconieri, sono scappato dalla Svizzera verso il Mediterraneo, e poi sono sbarcato in Asia, e dalle steppe russe sono arrivato al Polo Nord.       
E ora corro sui ghiacci braccato dai miei aguzzini…   
«Nel laboratorio tenevi un crocefisso, padre. Fu il primo oggetto che vidi nascendo dalla folgore.     
Il tuo Gesù è morto per i peccati di qualche professorone come te, ma non per i miei: perché io non ho nessuno al mondo, perchè io non ho nessun mondo.    
Questo mondo non è stato costruito per me e io non l’ho scelto.
Tu mi hai costruito solo per il tuo egoismo, a tua immagine e somiglianza.
Ero solo la copertina del libro che t’avrebbe reso famoso nel tuo mondo, vero dottore?    
Scappando per il mondo ho visto molti uomini costretti in catene, forzati a lavorare per altri feroci padroni come te.        
Tu, padre, non mi hai nemmeno concesso di portarle quelle catene.
Non posso neanche lavorare come schiavo con quei servi.
Io sono forte, avrei potuto aiutarli, avrei potuto fare amicizia con loro.
Ma tu hai detto a tutti che sono un assassino e allora non mi sono concesse nemmeno le catene.  
Pertanto non posso nemmeno liberarmi da quei vincoli d’acciaio.
Nel tuo mondo, padre, ho visto centinaia, migliaia di merci che ammiccano sulle bancarelle dei mercati per essere comprate dagli uomini.
Centinaia, migliaia di accessori e vestiti che sono acquistati e comprati per dare a un uomo un’identità, una forma, uno stile.
Ma io invece non ho diritto a uno stile preciso, a un’identità netta e chiara, costruita con contorni geometrici e una casa sicura. 
La mia sola identità sta nel cercare di difendermi da quello che mi avete fatto. Mi hai lasciato solo la libertà di odiare, professore.
Quando mi guardo negli specchi non mi vedo.     
Nemmeno il sole e la luna, il mare e le montagne mi riconoscono.
Riesco a capire chi sono solo dai vostri cani da caccia, dalle vostre torce e dai vostri fucili.       
Esisto solo per fuggire da me stesso e per uccidere chi mi tallona.
Prima di definirmi “cattivo” dovresti cercare di capire le circostanze in cui mi hai stramazzato, padre.   
Chi può pretendere che qualcuno sia buono, quando non lo si rispetta né lo si ama, quando tutti lo rifuggono o lo perseguitano, quando nessuno cerca di porre rimedio al suo abbandono?
Nessuno può comportarsi umanamente se non è trattato con umanità: chiunque venga isolato dagli altri come se fosse un mostro finirà per essere un autentico mostro.    
Il tuo Gesù è morto per i peccati di qualche dottorone come te, ma non per i miei.        
Vorrei ucciderti, padre, strapparti quella maledetta testa incapace di amore dal busto.      
Perché mi perseguiti?       

Nessuna risposta. Solo il fischio ululante del blizzard gelido sui ghiacci, il latrare dei cani e le urla dei cacciatori.     
                              
                           
Da quando il genere umano si è sviluppato in posizione eretta, lasciandosi dietro nell’evoluzione i parenti primati, ha superato innumerevoli pericoli esplorando l’intero pianeta.   
Nel 1833, rimanevano solo pochi luoghi da scoprire, e uno di questi si trovava nelle tumultuose acque dell’Oceano Indiano, a ovest di Sumatra.
Parliamo di un’isola misteriosa che i primi esploratori britannici definirono “il maledetto posto più infernale della Terra”: l’Isola del Teschio.
L’Isola del Teschio è esistita a lungo nelle leggende tramandate dai marinai di tutti i continenti, oralmente o con abbozzi di mappe e disegni.
Nessuno credeva alle fantastiche storie di creature preistoriche che vagavano ancora sulla terra, sfuggite all’annientamento causato da una pioggia fatale di meteoriti in tempi primordiali.
L’Isola del Teschio era una totale anomalia geologica ed evoluzionistica, un luogo di misteri inesauribili e insondabili.
Nel 1933, quando i primi esploratori occidentali approdarono sull’Isola, si trovarono a essere inseguiti da bestie gigantesche, fino ad allora conosciute solo dai reperti fossili.
Pensavano di essere i primi pionieri di quel mondo perduto.     
Non sospettavano che un secolo prima, una mostruosa creatura fatta di pezzi di cadavere ricuciti, riportati alla vita dalla potenza della folgore, approdava sull’Isola prima di loro.  
Fuggito dal laboratorio del Dott. Frankenstein, il mostro disgraziato, nato fisicamente adulto, ma senza nessun senso della disciplina intellettuale e morale, era cresciuto nella più totale solitudine e per sopravvivere aveva dovuto abusare della sola esperienza pratica, perlopiù brutalmente istintiva e violenta.  
L’odio per il suo creatore era nato dal fatto sconcertante che il Dottore suo padre si era rifiutato di creargli anche una compagna.
Suo padre Frankenstein prima promise di crearla ma poi subito si pentì, perché temeva la nascita di un esercito di mostri feroci che avrebbero conquistato la terra.    
E la creatura allora si era vendicata, uccidendo uno a uno tutti i suoi cari, ed era stata inseguita dal Frankenstein e da un plotone di cacciatori, per essere bruciata per sempre.
In fuga da Frankenstein e dai suoi bracconieri, la mostruosa creatura era scappata dalla Svizzera verso il Mediterraneo, e poi era sbarcata in Asia, e dalle steppe russe era arrivata al Polo Nord, dov'era stata quasi distrutta dall'equipaggio del capitano Robert Walton, assoldato dal Dott.Frankenstein.   
Braccato come una bestia feroce, il mostro giungeva infine sull’Isola del Teschio, ed era subito aggredito dagli indigeni, una tribù che praticava regolarmente sacrifici umani in onore del loro Dio Re, il grande Kong.
                                      
Erano una razza isolata, di matrice micronesiana, prevalentemente cacciatori raccoglitori.  
Gli unici abiti che indossavano erano i loro stessi capelli e i peli del corpo che lasciavano crescere incolti.    
Erano riusciti a sopravvivere ai giganteschi predatori che li circondavano, aggrappandosi a un lembo di terra protetto dalle alte mura di un'antica civiltà precedente.   
Quelle colossali lastre di basalto intrecciate erano la sola barriera che li proteggeva dai Venatosauri (Velociraptor evoluti) e dai Vastasauri (Tirannosauri più veloci e resistenti) e da altre centinaia di mostri carnivori che potevano ucciderli in ogni momento.
Mura ciclopiche che uscivano dall’oceano da un lato, attraversavano l’isola e finivano nel mare dall’altro lato.   
Vivevano pertanto confinati in una parte molto piccola dell’Isola. Oltre le mura c’era la giungla fitta, la foresta pluviale tropicale, ma dalla loro parte delle mura non rimaneva vegetazione disponibile.
Vivevano in mezzo ad aspre formazioni rocciose, nascosti come topi, impauriti dai possibili assalti degli smisurati predatori selvaggi.
I loro antenati erano fieri cacciatori, loro ora erano solo prede.
L’unico riparo sicuro che erano riusciti a trovare erano le antiche tombe degli avi, fra le ossa dei morti.       
Erano arrivati pertanto ad adorare il gorilla gigante Kong come un dio protettore (nonostante ogni tanto banchettasse con le loro carni facendole a brani) e praticavano sacrifici umani per placarlo e per essere difesi da lui dalle altre fiere.
                               
Sulle vette più alte dell’Isola del Teschio viveva anche un branco di gorilla giganti, di una specie conosciuta come Megaprimatus Kong.
L’origine di questo gigantesco primate sono misteriose e posso fare solo delle congetture.   
Di certo non era nell’Isola dal Cretaceo, dati che i primati non hanno cominciato a evolversi allora.
Si tratta di una specie più recente, che si è evoluta nell’Isola insieme ai velociraptor e ai tirannosauri che sono diventati più rapidi e possenti, nelle nuove versioni Venatosauri e Vastasauri.
                           
A mio modesto avviso la stirpe dei Megaprimatus Kong proviene dall’Asia, dal Gigantopithecus, un enorme antenato dei Primati, i cui reperti fossili sono stati trovati in Asia.      
Il Gigantopithecus era due, tre volte il gorilla attuale, ma c’è ancora differenza rispetto al Kong, grande come una casa a quattro piani.

13/02/17

EROS E PSICHE

Questa è la porta per la puntata precedente:
FESTINA LENTE
dove viene presentata la sinossi del viaggio iniziatico.


                                           EROS E PSICHE




«L’Isola del Te e il Palazzo delle Immagini in Azione sono stati ideati e costruiti per mantenere viva l’immaginazione nel cuore e nell’anima delle persone.»      

Ermes e Giulia stavano cenando nell’ampia Sala dei Gatti, mangiando ravioli al brasato e sorseggiando dell’ottimo lambrusco dei colli piacentini.
Il giovane incantatore conversava con la ragazza scampata alla tigre bianca sull’anima del luogo che li compenetrava. 


                             


«Usai l’ingente eredità economica che il Fato mi ha donato per bonificare le paludi attorno all’Isola e per edificarvi questa residenza dell’Immaginazione rinascimentale, dedicata alla Virtus ellenica/magicorinascimentale e romantica.      

L’Isola l’ho chiamata “Te” per due motivi: la pianta del complesso s’ispira al Palazzo Te di Mantova, fondato da Giulio Romano per Federico II di Gonzaga e poi per una curiosa analogia; la parola “Te” rappresentava per gli antichi taoisti cinesi la stessa spontanea energia che mette in sintonia con la natura indicata dall’immagine “festina lente” di Virtus.   
Quattro padiglioni sono state realizzati e altri ancora seguiranno, dedicati ai concetti, ai paradossi e agli enigmi della fisica contemporanea; la teoria della relatività, la meccanica quantistica e le stupefacenti dinamiche del mondo submicroscopico sono connesse in modo analogico all'anima del Rinascimento.
In questa Reggia dell'Anima si avanza nel futuro guardando indietro.
Vedi, Giulia, oggigiorno l’Immaginazione creatrice delle persone è quasi morta, uccisa dalla tecnica e dal consumismo, e che fanno di solito le persone quando la loro immaginazione si è esaurita e langue moribonda?       
S’innamorano, cara mia, s’affascinano di qualcuno o di qualche idea allo scopo di risvegliare le loro vite spente con l’immaginazione.     
E non sanno mai del tutto chi sia veramente quell’altra persona che li attrae, e per questo spesso si mettono in pericolo e si ficcano nei guai, - per questo si dice che l’Amore è cieco - perché l’importante è mettersi al servizio di due possenti divinità, Afrodite/Venere ed Eros/Amore, in modo di riconquistare quell’immaginazione vitale.      
Dopo un buon caffè, Giulia, visiteremo il padiglione di Eros e di Psiche, dove le Immagini in Azione ci racconteranno una storia che si narra da millenni…»
Mentre Ermes stava parlando, Giulia si era alzata da tavola e si era seduta accanto all’addomesticatore e i due ragazzi si erano baciati contemporaneamente, in preda a una potente Forza invisibile.   
«Ermes, ti voglio bene, con te non ho più paura. Non avevo mai provato l’energia di questo sentimento.      
Prima di conoscerti ero io a desiderare o era qualcun altro a desiderarmi.
Ora siamo stati attirati insieme l’uno verso l’altra da un Desiderio che va oltre “me” e “te”.»    
«Anch’io ti voglio bene, Giulia, ma dovrai imparare a non aver paura anche senza di me. Tra un mese partirò per un lungo viaggio e ti affiderò la custodia dell’Isola del Te e del Palazzo delle Immagini in azione.
Eros senza Psiche diventa alla lunga un bruto materialismo fatto solo di possesso e istinto cieco e sordo, e Psiche senza Eros diventa solo cerebralità egotica sterile e senza creatività.       
Lascia andare, e anche le tegole dei tetti e i sassi emettono luce; tieni stretto, possiedi, incatena e anche l’oro vero perde il suo colore.          
Abbiamo ancora tanto da imparare insieme: andiamo, amore mio.»

Mano nella mano Giulia ed Ermes entrarono nel padiglione di Ermes e Psiche.


                           


                                                                                         I

                                            LA BELLEZZA DI PSICHE
                                 
C'erano una volta un re e una regina che avevano tre figlie.
Le due più grandi avevano un aspetto gradevole, ma Psiche, la terza figlia più piccola, invece, era così incredibilmente bella da non poter essere descritta con parole umane. Molti cittadini del Regno, infatti, e molti stranieri, avendo sentito parlare della sua eccezionale bellezza, accorrevano in gran numero soltanto per ammirarla, e a vederla restavano attoniti e le lanciavano baci.
Tutta quest'ammirazione, però, dette molto fastidio a Venere: Lei era la Dea della Bellezza e dell’Amore, e pertanto qualsiasi altra pretendente al titolo, per di più di razza mortale, cioè inferiore, andava eliminata immediatamente.


                                          

                                                                 - Afrodite/Venere -
                               (il Palazzo delle Immagini in Azione è a Lei dedicato,
                                  mentre suo Figlio ne è il motore di ricerca)


08/02/17

FESTINA LENTE

Riassunto della puntata precedente:
LA TIGRE BIANCA, LA RAGAZZA E IL GIOVANE INCANTATORE
(per chi non ha tempo e voglia di andare a leggerla):

Si narra di Ermes Bucchi, un giovane incantatore che ammansisce in un centro commerciale una tigre bianca fuggita da un circo sconvolto dal fuoco di un incendio.
La belva, dopo aver divorato diversi consumatori intenti alla spesa, tra gli scaffali, e un promettente quanto rampante capo reparto, chiude in un angolo la malcapitata Giulia, una ragazza che passava di lì per comprare dei germogli di soia.
Ermes la salva dalla fiera con il suono di un flauto e il canto di un’enigmatica canzone, con i quali addomestica Shyla, la tigre bianca, togliendole inoltre una scheggia d’acciaio dalla zampa.
Giulia, riconoscente e incuriosita, chiede a Ermes il segreto di quella sua mirabile capacità di domatore. Ermes la invita a seguirla a casa sua.
                 
                                      
Ermes portò Giulia in un camper.    
All’interno regnava il tipico disordine "creato"dai maschi nei loro spazi abitativi - pensò Giulia - .
«Perdona il mio chaos organizzato. Prendo il mio zaino, mangiamo qualcosa e tra un’oretta partiamo verso l’Isola del Te».   
Sorpresa.
Le aveva fatto prendere da casa un trolley per stare via qualche giorno, ma non per girare con quel caravan incasinato, pieno zeppo di libri, stampe e reperti naturalistici.     
«Ah, ma allora non abiti qua? Che cos’è l’Isola del Te?»
«Sei curiosa come tutte le persone intelligenti ma saprai tutto solo a tempo debito. Siediti che ti preparo qualcosa da mangiare. Vanno bene pennette al tonno e vino bianco?».  
Giulia acconsentì ed Ermes sparì in un bugigattolo che doveva essere la cucina di bordo.      
Mentre sbocconcellava dell’ottimo pane che le aveva lasciato sulla tavola, Giulia rifletteva sullo strano silenzio di Ermes.    
Più volte, mentre venivano lì, gli aveva ripetuto la sua domanda come un mantra ossessivo:
«Qual è il segreto del tuo potere?»    
E lui aveva risposto chiedendole di raccontargli la storia della sua esistenza.
La sua vita: una cronaca ininterrotta di abusi e soprusi.      
I suoi genitori avevano cercato a forza di farla diventare un’infermiera, in modo di avere un aiuto durante la vecchiaia.
Tutto quel dolore, e il sangue, e la malattia e il decadere fisico e la morte, tutto quel regime di sofferenze imposte l’avevano fatta ammalare di ansia e paura e l’avevano spinta a scappare di casa e a vivere da sola in un piccolo appartamento ammobiliato.      
Tutta quell’ansia e quella paura l’avevano spinta a cercare dei redentori.
Frequentò delle amiche e degli amici che si proponevano di salvarla dalla paura con svariate discipline New-Age, soprattutto di matrice orientale.
Tutte quelle pratiche e quelle esperienze finivano sempre allo stesso modo: soldi buttati via e incremento del vuoto interiore e della paura.  
Conobbe un ragazzo che le fece provare un altro regime di liberazione: il sesso estremo.
Provò a sostituire lo Spirito con la Materia e sperimentò quei giochi fisici fatti di manette, corde, oggetti colorati che le indagavano il corpo e insulti “metaforici”, attivati solo per eccitare.
Poi dalle ingiurie “simboliche” si arrivò alle botte - quelle vere che fanno sanguinare e danno dolore, e ancora dolore - e Giulia scappò a gambe levate da quel nuovo salvatore corporeo, dopo averlo denunciato.  
A quel punto del suo racconto, Ermes aveva accostato la macchina e le aveva detto con la sua connaturata gentilezza:      


                             

“Tu vuoi sapere del mio potere per liberarti dalla tua paura.  
Tu cerchi ancora un redentore e allora, ascolta: patti chiari amicizia lunga.
Non sono il tuo salvatore, né ora né mai.  
Il problema è che da quando sei nata non hai ancora cercato veramente te stessa, e adesso hai trovato me e questa mia sintonia con la natura.
Allora, ti dico: perdimi subito e ritrova te stessa. Perdimi e ritrovati.
Se vuoi posso guidarti a riprendere contatto con il tuo vero Sé, ma lo posso fare solo come una guida e non come un redentore.
Una guida è solo un amico che mette in grado i suoi compagni di vita di camminare da soli, offrendo loro un supporto solo quando si rende indispensabile per motivi urgenti di salute o di sopravvivenza.
Se vuoi continuare questo percorso con me, ricordati bene questo: non ti offro nessuna liberazione, ma solo UN’AUTOLIBERAZIONE, perché non c’è vera libertà dalla paura se non ci si libera anche da ciò e da chi ci ha liberato.   
A queste condizioni, vuoi andare avanti?»        
Mentre svaniva quel flusso di pensieri, Giulia notò davanti alla tavola un quadro che raffigurava uno strano, assurdo fanciullo con la barba, che assomigliava moltissimo a Ermes.  
Anche il domatore aveva gli stessi occhi azzurri e la facciotta da bimbo, contornata da una barba nera ben curata e rasata.
Sopra il dipinto spiccava un titolo oscuro: PAEDOGERON.

    
                                               Albrecht Dürer

01/02/17

LA TIGRE BIANCA , LA RAGAZZA E IL GIOVANE INCANTATORE

Manlio Valeri, caporeparto del settore alimentari dell’ipermercato “Acca Corta”, non poteva immaginare che la vita fosse così imprevedibile.
Davanti a lui stava per balzare una poderosa tigre albina siberiana e la sua zampata stava per decapitarlo all’istante.

                      
Non poteva immaginare che un incendio improvviso quanto devastante, aveva fatto crollare un pilastro d’acciaio del vicino circo “Forstner” sulla gabbia della tigre, che era fuggita da un varco creato nelle sbarre dall’urto.
Era scappata affamata e ferita, con una scheggia di ferro nella zampa.
Il collo di Manlio stava per separarsi dal resto del corpo e la sua testa, tra poco spiccata, non sapeva che Shyla, la tigre, era corsa dentro il centro commerciale e poi tra gli scaffali dell’”Acca Corta”, facendo strage di attoniti consumatori.
Manlio aveva sempre saputo farsi obbedire in modo subdolo e talvolta autoritario dai suoi sottoposti perché non era mai stato autorevole e capace di vivere con l’energia naturale che promanava solo da lui.
Manlio sapeva solo essere forte coi deboli e debole coi forti: aveva sempre obbedito come una pecora ai diecimila pastori della sua esistenza perché era sempre stato incapace di comandare a se stesso.
E ora, mentre si pisciava addosso, non riusciva a comprendere che cosa ci facesse una tigre nel suo bel reparto ordinato e pulito.

Giulia Bianchi stava guardando gli attrezzi da giardinaggio, nell’apposito reparto del grande magazzino “Acca Corta”, quando davanti a lei si manifestò la gigantesca tigre bianca siberiana; Shyla s’accucciò davanti a lei chiudendola in un angolo, e osservandola con feroce interesse, cominciò a divorare, sul prato in erba sintetica del reparto, un pezzo di coscia di Manlio Valeri, noto ed efficiente caporeparto dell’ipermercato.
Giulia, terrorizzata, s’appoggiò al muro e prese a piangere, in silenzio.
La tigre annusò immediatamente i feromoni della sua paura e per i grandi felini chi ha paura è, potenzialmente, la prossima preda.
Per fortuna di Giulia, Shyla era intenta a divorare quel pezzo di arto, ma la situazione era ad alto rischio.
All’improvviso dietro la tigre bianca si sentì lo strano suono di un flauto.
Shyla rigirò di scatto, ruggendo, la sua enorme testa e insieme a Giulia vide avanzare lentamente verso di loro un giovane dagli occhi splendenti e furbi.
Quel ragazzo indossava jeans e un giubbotto di pelle nera, e portava un cappello da baseball e degli occhiali da sole.
Il suo nome era Ermes Bucchi -1-, educatore zoofilo e addestratore d’animali.
Smise di suonare il flauto e prese a cantare degli strani versi:
“Dai fossati, qui nella fossa del profeta Daniele il canto odo;
angeli si librano per consolarlo,
avrebbe mai paura il probo?
Leone e leonessa un poco alla volta,
attorno a lui si stringono a raccolta;
sì, i dolci e devoti canti li hanno ammaliati!”

16/01/17

FALCON TEMPO E IL PROGETTO "STARDUST" DI 90Peppe90 e Mauro Banfi

                                                       
  PROLOGO 
                             di 90Peppe90




L’universo.

Uno sconfinato spazio dalle molteplici sfaccettature, dalle infinite possibilità, dalle numerose sovrapposizioni e mescolanze di livelli e dimensioni, strutture e sovrastrutture, secondo regole precise e perfette, la conoscenza delle quali è riservata a pochi e anelata da molti.
Tutto si muove ed esiste in perfetta armonia, seguendo uno schema ordinato ed esente da errori, tracciando precise scie nello spazio-tempo e assolvendo – quasi sempre inconsciamente – obiettivi prefissati, necessari alla stabilità e all’equilibrio, al giusto corso degli eventi.
Eppure, non tutte le componenti dell’universo – unico e multiplo al tempo stesso – si limitano a procedere come da copione predeterminato. Non tutti si limitano a seguire le indicazioni e attenersi alle leggi, allo scopo ultimo della loro creazione. Perché alcuni di questi elementi sono caratterizzati dall’intelligenza. E, a volte – ma solo a volte –, vanno oltre. Si spingono più in là, riuscendo a sbirciare o, addirittura, mettere la testa fuori dal sentiero tracciato davanti a loro dal momento della nascita.
Un comportamento apprezzabile, assolutamente positivo in taluni casi, l’esatto opposto in altri. Rompere l’ordine, spezzare la precisione, provare a modificare il percorso. Eliminare l’accezione “predeterminata” dal significato dell’esistenza.
Capita che questi episodi fuori dagli schemi generino interessanti modifiche alla Creazione, migliorie che siano di giovamento al tutto e a tutti. In altre occasioni, invece, la multipla struttura unitaria dell’universo ne risente negativamente…
Una di queste occasioni sta avendo luogo in un pianeta ovviamente abitato da forme di vita intelligenti. Una popolazione che ha chiamato il pianeta “Terra” e si è identificata come “genere umano”.
Una popolazione che si prepara ad assistere, occhi al cielo e bocca aperta per lo stupore, ad uno spettacolare accadimento prodotto dall’universo che li accoglie e circonda.
Una popolazione ignara che ogni accadimento sia caratterizzato da un dato obiettivo. Un compito da svolgere.
Che presto sarà rivelato.
 FALCON TEMPO  
                  di Mauro Banfi    


-         A Giuseppe Vitale



- Leonardo da Vinci "Mago":
disegno di Antonio Calzone -


             I – ACQUA CHE CADE SULLE ACQUE    

Una lunga e corpulenta gatta rossa stava osservando dalla finestra della sua amica umana Lucrezia Donati, nelle pieghe di una giornata umida e ventosa, il suo eterno fidanzato Piero entrare in un casolare dimenticato del paesino di Vinci, a pochi chilometri da Firenze.  
Dietro la tendina azzurra, la custode delle visioni non perdeva un movimento del suo sodale a due zampe.   
Quanto era cambiato dai tempi dello spolverio delle stelle…     

“Mi chiamo Piero Vinci e comincio a scrivere questo taccuino nel segno della metamorfosi: racconto una serie di mutazioni che mi hanno reso diverso da quello che ero un tempo, quando ero sempre identico a me stesso.
Dal giorno di quella prima mutazione – quando la Via Lattea scivolò giù dalla tendina della notte ed entrò sibilando nella mia anima -, fino al ritrovamento di questi simboli incisi dal mio avo Leonardo da Vinci sulle tavole di noce di questa parete,

         
- osservare il disegno con uno specchio per decifrare le frasi di Leonardo -

mi è sembrato d’aver riconosciuto qualcosa che prima avevo sotto il naso, da quando sono nato, e non riuscivo a notare.    
Premo il pannello quadrato su cui sono sovraincisi i geroglifici “zero serpente – zero più”, e un meccanismo sconosciuto e segreto mi rivela la macchina del tempo inventata dal mio antenato.       


Ora collegherò nell’ingranaggio laterale le tubature che alimenteranno il Falcon Tempo al torrente Streda e i vortici si propagheranno, come è scritto nel taccuino segreto:       

-La direzione prevalente (potente) del movimento in linea retta e il movimento rotatorio prodotto dall’elemento che si scontra con la sua stessa massa causa il vortice.    
Nella struttura dell’icosidodecaedro vedasi come i centri di violenza in espansione, scatenati all’esterno nella materia, diventano vortici centripeti di interiorizzazione -.
Mi preparo a viaggiare nello spazio-tempo.”        






I – IL VOLTO NASCOST

“Dal giorno dello spolverio delle stelle sono continuamente un altro.
Diventa sempre più difficile per me ricordare che cosa ero come burocrate della Repubblica italiana.     
Per approssimazione, direi qualcosa come un grosso e grasso ragno – sempre e ogni giorno immedesimato nella mia funzione -.
Tutto ciò che è banale e ripetitivo aveva intessuto intorno a me una ragnatela sempre più fitta e spessa e quei fili erano diventate le sbarre d’acciaio di una prigione dove io stesso stavo seduto al centro, seduto sulle mie feci; come una abnorme tarantola che è rimasta impigliata nella sua stessa trappola e deve autoavvelenarsi e nutrirsi del suo stesso organismo per non morire di fame.       
       
                                                     ***
Un giorno il mio collega d’ufficio Michele mi avvisò che quella sera andava in onda una puntata speciale di “Ulisse, il piacere della scoperta”, intitolata “Il volto nascosto” e dedicata al grande Leonardo da Vinci.     
La guardai in prima serata estasiato, e vidi il volto del mio antenato nascosto sotto le frasi redatte con la scrittura mancina a specchio nello strabiliante “Codice del Volo”, riprendere la sua fisionomia cinque secoli dopo, grazie alle meraviglie della computer grafica.




Registrai la trasmissione e poi fissai quel volto nello schermo col fermo immagine: ero io, sputato e uguale, quell’uomo di mezz’età dalla capigliatura fluente e i grandi occhi azzurro chiaro.



Da quando sono nato, ho cercato di leggere e studiare le opere di Leonardo, e ho provato anche a penetrare, con l’aiuto di qualche manuale di divulgazione, gli scritti di Giordano Bruno, Copernico, Galileo Galilei ed Einstein.
Ma non ho mai capito nulla delle loro teorie e delle loro intuizioni.
La mia è sempre stata solo una somiglianza fisica a fare da involucro a una totale ignoranza.    
Io, un anonimo discendente di Pandolfo da Vinci, nato nel 1494, figlio di Piero – il padre di Leonardo – e di Lucrezia da Guglielmo Cortigiani, la quarta moglie del trisavolo sposata da Pandolfo nel 1486, sono sempre stato del corredo genetico grezzo, privo di qualsiasi scintilla della prodigiosa intelligenza leonardesca.

                                                    ***

Quella stessa fine settimana ero salito da Firenze a Vinci, nella casa ereditata dalla mia famiglia (nel tempo il cognome aveva perso la preposizione “da”, in via Roma (ai tempi di Leonardo si chiamava Piazzetta Guazzesi).   
Come sovente amavo fare nei fine settimana, puntai il mio dilettantesco cannocchiale galileiano verso la stellata splendente della Via Lattea.
Come sempre provavo un intenso piacere fisico per quel contatto notturno con l’universo, ma persisteva quel totale distacco dell’incolto che ero.      
I miei pensieri torbidi e ciechi non andavano oltre l’irrazionale gusto di sentire gioia per essere lì, in quel momento. 
Poi avvenne il prodigio.       
Le stelle presero a pulsare e poi scoppiarono come fuochi d’artificio e disseminarono intorno a loro una polvere radiosa che ricoprì ogni cosa.
Il mio corpo diventò luminoso e la mia mente iniziò a concepire ragionamenti vasti e articolati mai avuti prima. 
Riflettevo sulla crescente complessità dell’universo.    
Man mano che le nostre conoscenze scientifiche sono cresciute, la crescente complessità del Cosmo nella coscienza umana è diventata sempre più coerente e consapevole.
Stiamo imparando ogni giorno un pochino di più che siamo solo una piccola parte di questo continuo flusso d’energia (non creato e senza fine, non nato e mai non morto, al massimo inorganico e non vivo) che chiamiamo Multiverso.    
Non siamo il centro del Cosmo: non lo abbiamo ancora assimilato a livello psicofisico (solo cerebralmente), ma è così.  
Non siamo una razza eletta, a parte, distinta dagli animali, dai vegetali e dai minerali.
Non lo abbiamo ancora incorporato - questo scomodo sapere – nelle nostre vite quotidiane, ma è così.    
Siamo come un figlio unico, mammone e viziato, che crescendo e sperimentando impara che gli universi non girano intorno a lui come credeva quando era un fanciullo cresciuto nella bambagia.     
Siamo una parte interconnessa della natura: siamo natura integrata alla natura.       
Non siamo osservatori esterni, indifferenti, neutrali.   
Siamo situati nel Cosmo: il nostro punto di vista è sempre dall’interno del Multiverso, anche quando ci atteggiamo a freddi e distaccati analisti.       
Nell’oceano immenso di galassie e di stelle siamo solo un infinitesimo angolo sperduto ma ricoperto dalla stessa polvere di stelle, percorsa dalle stesse particelle e onde luminose che emettono le supernove quando nascono esplodendo.   
Ah, Il mio organismo diventò sfolgorante mentre il divino ascende in ogni momento attraverso la materia… o forse la materia è il divino nella sua forma più condensata?”   

01/01/17

LE PECORE CINESI



(storia da leggere per non diventare uno zero sommato)
“Chi si fa pecora, il lupo se lo mangia”
Proverbio popolare  

Avvertenza: il racconto è politicamente scorretto


I




Così avvenne che il pastore chiamò a rapporto i suoi cani-pastore e disse:
«Oggi marchieremo sulla fronte delle nostre pecore cinesi il segno dello zero sommato.    
Questo è il grande giorno per il quale siete stati cresciuti e addestrati fin dalla nascita.    
E’ bene ricordarvi perché state per operare questa bollatura a fuoco.
Le pecore cinesi sono lo scheletro e il sostentamento della nostra società, prima di essere il nostro lavoro.    
Gli ovini cinesi ci forniscono lana, latte, combustibile sotto forma di escrementi e infine la loro stessa carne.    
Affinché producano tutte queste merci senza ribellarsi alla loro funzione sociale è necessario che credano di essere libere e felici.    
Per indurle in questo stato di manipolazione ipnotica civile, fin da quando erano agnelli, sono state educate a conformarsi all’ideale vigente nelle grandi città che comprano i loro prodotti finiti: l’acquisto compulsivo e insensato di oggetti e di cibo.    
Fin da quando erano agnelli, sono state convinte a credere che la loro lana serve a creare degli stracci chiamati “vestiti alla moda”, che gli abitanti delle megalopoli si accaparrano dentro enormi capannoni.    
E che i loro escrementi alimentano le macchine che trasportano gli uomini per tutto il pianeta.    
E che il loro latte è trasformato in cibo che va a ruba nei grandi magazzini delle città.    
E infine anche la loro stessa carne sarà data in pasto agli affamati nevrotici delle città che si gettano su ogni tipo di cibo e di consumo in modo ossessivo e violento.    
Fin da agnelli, inculchiamo nelle loro menti il senso doveroso e ineluttabile di un inconsapevole sacrificio, in nome della nostra gloriosa società di pastori.    
Oggi, miei fedeli cani-pastore, radunerete il gregge delle pecore cinesi nel recinto di raccolta e le incanalerete nel corridoio della marcatura, dove a una a una sarà tatuato sulla loro fronte, con il ferro incandescente, il logo dello zero sommato.    



Per renderle mansuete organizzeremo per conto loro una marcia di protesta contro le aggressioni dei lupi cattivi, nostri complici nell'opera di coesione e protezione sociale.    
Permetteremo loro d’indossare qualche straccetto colorato per farle sentire più emancipate e ribelli; lasceremo che urlino qualche frase stereotipata senza senso e costrutto, tipo “i lupi cattivi sono l’espressione di un sistema malvagio”, o “vogliamo crescere i nostri agnelli in pace!” e, manipolando i loro deboli cervelli con questi ridicoli luoghi comuni, in questo modo le renderemo degli zeri sommati, una specie di bestie d’armento che vive senza futuro e incapace di creare una propria vita autonoma.    
Più si crederanno libere e felici più le controlleremo a nostro piacimento.    
Con la finta marcia di protesta rafforzeremo in loro l’istinto gregario del gregge, vale a dire l’impulso a essere “zero più zero uguale a zero”, dove ogni zero ha “diritti uguali” agli altri zero, dove è virtuoso ed eticamente civico e sociale essere zero.    
Il mantenimento di questo ideale gregario è fondamentale per promuovere l’ideale dominante della nostra società: l’acquisto insensato e ossessivo di oggetti e di cibo.    
Consapevoli della necessaria importanza del nostro lavoro, su la zampa e pronunciate, prima dell’operazione di marcatura, il nostro giuramento di fedeltà eterna alla società dei consumi:    
( il pastore strinse il pugno e tese il braccio destro davanti al suo cuore, mentre i cani-pastore alzarono le zampe destre)
  
“Produci, consuma e crepa!  
Zero più zero uguale a zero!  
Produci, consuma e crepa!  
Ma zero elevato allo zero, che si eleva dallo zero, può diventare uno, può diventare qualcosa d’individuale e di pericoloso, e allora:  
omologare, conformare, sorvegliare, prevenire e reprimere senza pietà!
Produci, consuma e crepa, zero sommato!”