19/10/15

NOVITA': IL RACCONTO BLOG DI 90PEPPE90 "SISTER ABIGAIL"!

                              
                           di 90Peppe90
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Pii-eeh!
Pii-eeh!
Pii-eeh!
Non succedeva spesso, ma quando succedeva Brian preferiva stare fuori. Andava bene dovunque, eccetto che dentro le mura domestiche. In casa, quando i suoi genitori litigavano – capitava una manciata di volte l’anno, tipo cinque o sei, e sempre per motivazioni che ai suoi occhi e alla sua mente da quindicenne risultavano incomprensibili – circolava un’aria troppo pesante. Insopportabile.
Lidia cominciava a piangere a dirotto, strillando dalla culla, in maniera così stridente ed intensa da perforare i timpani. Nonna Tina, alla quale ormai il cervello non funzionava più tanto bene da almeno tre anni, prendeva ad inveire contro “quella nullità” che mamma aveva sposato. Corey abbaiava agitato, scorrazzando per la stanza, tra i piedi di mamma e papà.
Dalla furia che i suoi genitori manifestavano in occasione dei loro litigi, poteva sembrare strano che nessuno dei due prendesse a calci Corey o spaccasse la faccia a nonna Tina o tappasse forzatamente la bocca spalancata di Lidia.
Ma Brian sapeva.





Quando mamma e papà litigavano, era come se non esistesse nessun altro, intorno a loro. E non riusciva a capire se ciò fosse un bene o un male. 

L’essere ignorati era qualcosa di davvero brutto.
Aveva provato più e più volte questa sensazione, così come aveva provato più e più volte a far ragionare i suoi, pregandoli di smetterla di comportarsi a quel modo, urlarsi dietro certe cose e, talvolta, tirarsi contro alcuni oggetti. Loro non gli davano minimamente ascolto.
Da ciò, aveva imparato ad uscire di casa, magari nel giardino esterno, tra alberi e poiane che animavano la notte con i loro versi (Pii-eeh! Pii-eeh! Pii-eeh!). Meglio auto-escludersi, che essere escluso in quel modo. Di tanto in tanto capitava che ci fosse qualche suo amico a dargli compagnia, ma non quella sera.
Quella sera di inizio settembre, Brian preferiva starsene da solo. Per i suoi fatti. Seduto al limite del terreno di proprietà della sua famiglia (da diverse generazioni a questa parte) che dà su Champion Drive, sempre poco trafficata, di fronte all’ampio spazio verde che è il cimitero di Brooksville.
Preferiva stare da solo perché, nonostante i vari amici, Brian continuava a sentirsi incompreso. Aveva la voglia, quasi il bisogno, di qualcuno con cui parlare di queste cose. Delle stupidità sulle quali i suoi genitori costruivano litigi spropositati, sulla loro tendenza ad ignorarlo… eppure ogni volta che tentava di discuterne con qualcuno dei suoi amici, quello si limitava a “Mh-mh” di approvazione e finiva inevitabilmente nel cambiare discorso, impostandolo sulle solite banalità adolescenziali. Per carità, non che fossero discorsi a lui estranei o indesiderati, ma lo infastidiva il fatto di non avere nessuno con cui parlare di cose serie. Nessuno con cui avere un rapporto importante, da adulto.
“Ti fai troppi problemi per niente”, gli diceva, spesse volte, sua madre. “Fai drammi per questioni di poco conto.”
Eh… chissà da chi avrò preso, pensava Brian (cosa che avrebbe voluto dire a lei e a suo padre tante di quelle volte che aveva perso il conto), seduto sul prato verde e fresco. Cosa ci sarà di così grave da far infuriare in questo modo marito e moglie?
Brian non si sentiva migliore degli altri ragazzi della sua età ma, obiettivamente, si sentiva più maturo, per certi versi. Non si trattava, per lui, di un motivo di vanto (lungi dall’essere, Brian, un ragazzino che si vantava), tutt’altro. Delle volte lo vedeva più come una sorta di maledizione (Fai drammi per cose di poco conto). Un qualcosa che gli impediva di vivere spensieratamente quella fase della propria vita che mai più gli sarebbe stata restituita.
Non c’è mai una seconda possibilità.
Ad ogni modo, si trattava di un aspetto della sua personalità che pareva essere molto apprezzata dagli adulti. Specie dai suoi insegnanti e dai suoi parenti. Anche dai suoi genitori, nonostante non lo calcolassero per niente, al momento delle liti. Come se le sue parole non avessero alcun peso, all’interno della famiglia.
Un pensiero, quest’ultimo, che faceva star male Brian.
Normalmente, i suoi genitori erano delle gran brave persone. Papà aveva raccolto l’azienda di nonno Brian e l’aveva ingrandita, migliorandola notevolmente, e assumendo mamma come impiegata (non prima di attente prove e riflessioni). Grandi lavoratori, insomma, proprio come i rispettivi genitori. Persone sempre pronte a dare una mano al prossimo e genitori che lo lasciavano libero di compiere le sue scelte, senza però fregarsene di lui; l’esatto opposto, erano molto presenti.
Ma quando litigavano… cambiavano completamente. Come uomini affetti da licantropia, sotto l’influsso della luna piena. Da così a così.
Era come se, giorno dopo giorno, mamma e papà accumulassero nervosismo, rabbia, infelicità e se la vomitassero l’una contro l’altro e viceversa, una volta giunti al limite.

«A cosa pensi?»
Da terra, Brian sobbalzò visibilmente. Alzò la testa verso l’alto, il cielo era sul blu scuro e i lampioni illuminavano di luce gialla la strada deserta. Eccezion fatta per lo stesso Brian. E per l’uomo che gli aveva rivolto parola.
Brian lo squadrò, con diffidenza. Era un uomo panciuto, pantaloni larghi e bianchi, camicia hawaiana svolazzante e sbottonata, sopra ad una maglia nera. Portava un voluminoso barbone lungo fino al petto e capelli lunghi legati in un nodo sotto al cappello di tela. Stringeva un libro dalla spessa copertina di pelle, nella mano sinistra. Sorrise e gli si illuminò il viso che, in un primo momento, a Brian era parso burbero. «Mi spiace di averti spaventato.»
Brian raccolse il coraggio in men che non si dica e si mise in piedi. «Non mi ha spaventato», ribatté educatamente. «Mi ha solo colto di sorpresa.»
«Diverse volte, le due cose coincidono», gli fece notare l’uomo. «Non ci hai mai fatto caso?»
Ora che Brian ci pensava, in realtà, sì. Non volle dargliela vinta e si limitò ad un vago sollevare di spalle. «Ha un passo leggero.»
Con la mano libera, sorridendo ancora, l’uomo si diede una pacca sulla pancia rotondeggiante. «Ah!», fece, divertito. «Permettimi di dissentire e pensarla diversamente. Non mi hai sentito arrivare semplicemente perché eri immerso nei tuoi pensieri.»
Perché era così interessato ai suoi pensieri? Era già la seconda volta che l’uomo ne accennava.
«Spero niente di grave, ragazzo mio», disse, serio ed apprensivo, l’uomo. «I cattivi pensieri, di qualunque natura essi siano, rischiano di divorarci dall’interno. In certi casi finiscono addirittura per impadronirsi della nostra anima.»
Stranito, ancora un po’ titubante, Brian cercò di scrutare al collo dell’uomo, alla ricerca di un collare bianco o roba simile. «Lei è… un prete? Un rabbino? O qualcosa del genere?»
L’uomo non faticò a notare il comportamento diffidente del giovane Brian. «Mi arrendo», dichiarò, alzando la mano destra. «Mi hai scoperto. Spero la cosa non sia un problema, per te.»
«Ma no, no», si affrettò a dire Brian, dinanzi all’espressione corrucciata dell’uomo dalle forme rubizze. Seppure non avesse ancora capito che cosa fosse quell’uomo, tra le opzioni elencategli. «È solo che… è solo che non parlo con un prete da anni. Non…» Avvertì un caldo rossore irrorargli le guance. «La mia non è una famiglia particolarmente devota.»
«Oh, ma non preoccuparti, ragazzo mio», lo tranquillizzò l’uomo. «Non devi fartene una colpa. Hai mai cercato una strada di devozione?»
«Non credo.»
«Perché?»
«Onestamente, non ne ho mai sentito la necessità.»
L’uomo annuì. Viaggiò con lo sguardo (gli occhi erano verdi e non castani com’era sembrato inizialmente a Brian; forse la luce dei lampioni tirava qualche brutto scherzo) alle spalle del ragazzo. «Vivi qui?»
Stavolta fu Brian ad annuire e anche lui si mise a guardare casa sua e i non pochi ettari di terreno che la circondavano. Una bella casa. Un bel posto dove vivere.
«Immagino che i tuoi genitori non ti abbiano mai fatto mancare niente.»
«No», disse Brian, stringendo i pugni. Si riscoprì a detestare i suoi, per quel loro comportamento così poco maturo. Così… infantile. Gli adulti sapevano perdersi in un bicchier d’acqua. «No, niente.»
L’uomo sorrise un’altra volta. Sorridere conferiva una non trascurabile simpatia al suo faccione rotondo e barbuto. «Mi fa piacere. Non immagini quanto.» Si portò la mano sinistra, il tomo rilegato in pelle tra le dita, al petto. «Anche per me è stato così. Almeno fino ad un certo punto. Poi mio padre cominciò a bere, a perdere soldi al gioco d’azzardo, e perse il lavoro. Mia madre ci lasciò e non avemmo più sue notizie. I miei fratelli sparirono. Rimasi solo con mio padre, il che equivale a dire che rimasi totalmente da solo. A parte che, quando sei davvero solo, a meno che tu non sia un autolesionista, non c’è nessuno a picchiarti.»
Brian sentì una strana sensazione. Un moto interiore. Come uno strano fremito al cuore. Un senso di pena ed ingiustizia.
«Prima ti ho parlato dei cattivi pensieri, ricordi?» Brian fece cenno di sì. «Quelli che animavano mio padre fanno parte di questa categoria. Lo spasmodico pensiero di sfidare la fortuna per cercare di arricchirsi. Il folle pensiero di poter rimediare a qualunque problema con un bicchiere, tanto per iniziare, di alcool.» L’uomo smise di parlare – lo faceva con un tono calmo, basso, riflessivo – e guardò il cielo. Notte buia, niente stelle. «Te ne sto parlando perché non voglio che altre persone si facciano distruggere dai propri pensieri. Né dai pensieri di terzi. E perché mi sembri un ragazzo in gamba. Maturo, nonostante la giovane età.»
A Brian scappò un sorriso. 
«Scommetto che te lo dicono in molti», ridacchiò l’uomo.
«In effetti sì», confermò Brian. «E se le sto parlando e dando ascolto non è solo per educazione. Soprattutto perché non si è messo a parlare di quanto buono e caro sia Dio e che farei meglio ad immettermi sulla retta via, seguendo la Sua misericordiosa e luminosa Parola, pregando ogni giorno della mia vita.»
La risata dell’uomo si allargò. Rimaneva una risata contenuta, pacata, ben calibrata. «Ognuno segue la strada che ritiene più opportuna. Senza che siano altri a condizionarlo o a scegliere per lui.»
«Non ho ancora pensato a che strada seguire.»
«Comincerai a farlo, presto, fidati di me.» Stavolta si portò la mano destra al petto. «E, se vorrai, quando inizierai a farlo, io ci sarò. Non per incanalarti ma per fartene conoscere una, di strada.»
«La stessa che ha percorso lei?»
L’uomo gli tese la mano. «Mi chiamo Carter. Carter Alston. Dammi del tu.»
Il ragazzo gliela strinse. «Piacere, Carter. Io sono Brian Wade.»




Poco più vicino alla casa e poco più distante dalla strada, vi era un tavolo lucido e circolare posto sotto ad un bel gazebo. Fu lì che Brian fece accomodare Carter Alston. Tirava un leggero vento, davvero molto piacevole.
Sopra le loro teste, tra gli alberi della proprietà dei Wade e quelli che costeggiavano Champion Drive, senza tralasciare quelli cresciuti sul terreno del cimitero, arrivavano i versi stridenti delle poiane (Pii-eeh! Pii-eeh! Pii-eeh!). Un tempo, questi suoni erano in grado di far fiondare Brian sotto le coperte, fino a coprirsi la testa con il cuscino, per la paura. Poi si era abituato. Suo nonno gli aveva spiegato che non c’era bisogno di aver paura: quei versi apparentemente così tetri in realtà erano segnali d’amore.
«Sì, è la stessa strada che ho percorso io», rispose Carter, sedendosi con un discreto tonfo. No, non poteva essersi avvicinato con passo silenzioso, decretò Brian. Era stato davvero lui, la mente ingarbugliata dai pensieri, a non sentirlo arrivare. Carter non mollò la presa dal libro. «Non potrei indicarti qualcosa che non conosco bene. Sarebbe ingannevole, come minimo. Una perdita di tempo, per me e per te, oltretutto.»
«Ma tu…» Brian si sentì strano, non al proprio agio, a dare del “tu” ad una persona adulta che, per di più, non aveva mai visto prima. «Non vorrei essere indiscreto… cioè, me ne hai parlato tu stesso e… hai avuto una vita completamente diversa dalla mia.»
«Certo, all’apparenza è così», convalidò, a metà, Carter.
«All’apparenza?», ripete Brian. «A me pare evidente.»
«Non lo metto affatto in dubbio, ragazzo mio. Non lo metto affatto in dubbio.» Il suo sguardo placido si spostò sugli alberi che li circondavano e sulla casa dei Wade, per tornare infine su Brian. «Anch’io l’avrei pensata come te, anni fa.»
«E poi cos’è successo? Sei cresciuto?» Hai visto la luce di Dio?, stava per aggiungere Brian, ma si ritirò all’ultimo. Sarebbe suonata una frase offensiva. «Hai… com’è che dite voi, di solito? Hai aperto gli occhi?»
«Sì. Ma non da solo.» Carter sollevò la mano destra per frenare possibili ribattute da parte di Brian. «E neanche con un dubbio aiuto celeste, se è questo che stai pensando.»
«E con chi, allora?»
«Sorella Abigail.»
Brian inarcò un sopracciglio, poi corrugò la fronte. «Ma chi? La vecchia Abigail?» Non ne sentiva parlare da un’eternità! «Oh… era… era un’amica di mia nonna Tina. La conosceva anche mio nonno. Abigail… Jacobs, giusto?»
«Questo era il suo nome», rispose Carter e Brian ebbe l’impressione che l’uomo avesse omesso qualcosa. Proprio come poco prima aveva fatto lui, evitando di porre quella pungente domanda. «La conoscevi anche tu, vero?»
Brian annuì vigorosamente. «Certo! Veniva spesso a farci visita, qui. Era sempre talmente dolce e premurosa, con me! Mi portava sempre qualche regalo!» Brian rivedeva se stesso, microscopico all’età di cinque anni, mentre la vecchia Abigail gli sorride calorosamente e gli dice di correre in giardino a cercare la tavoletta di cioccolato che lei ha portato per lui dal Mondo dei Magici Dolciumi. «La chiamavo “zia”, proprio come se fosse un membro della mia famiglia. Poi, però, di punto in bianco non la vidi più. Pensavo fosse morta.»
«Oh, no, no, no», fece Carter, il paffuto sorriso disegnato tra i folti peli facciali. «Sorella Abigail è viva e vegeta. Più che mai.»
«Ah.» Per un verso, Brian restò male, di fronte a quella notizia. Se zia Abigail stava bene perché non era più venuta a fargli visita? Anche lei aveva litigato con i suoi genitori? O aveva avuto delle discussioni con sua nonna? Qualcosa di importante e della quale la sua famiglia l’aveva tenuto, allo scopo di proteggerlo, all’oscuro? «La chiami “sorella”… quindi ha preso i voti? Si è fatta veramente suora? In città giravano parecchie voci su di lei – era molto rispettata e conosciuta – alcune delle quali dicevano questo. Altre dicevano fosse impazzita, per la perdita di suo figlio e di suo marito. Alcuni miei compagni, ai tempi delle medie, dicevano di vederla vaneggiare a zonzo per le strade, ad ogni ora del giorno e della notte, a parlare di robe strane ed insensate.»
Carter non si sforzò di celare una forte nota di disappunto, nei confronti di quelle voci. «Semplicemente, sorella Abigail ha trovato la sua strada. Poi ha trovato me, ed altri come me. Ci ha tirato fuori da situazioni difficili, ci ha ridato vita.» Inspirò ed espirò profondamente. «Ci ha mostrato la sua via e noi abbiamo capito che si trattava di quella giusta. Abbiamo deciso di seguirla. Non tutti, ma molti.»
«E quelli che non l’hanno seguita? Perché non l’hanno fatto?»
«Perché era giusto così», rispose Carter. «Perché bisogna decidere da sé, senza farsi costringere od influenzare. Cose che sorella Abigail non ha mai fatto. Ci ha rimessi in sesto, ma poi ci ha lasciati liberi. Com’è giusto che sia.»
«Okay, non so quale sia questa strada, ma…» La frase di Brian rimase sospesa. Il ragazzo abbassò lo sguardo; lo rialzò, eludendo quello di Carter. «Scusami, non… ti potrei sembrare irridente nei tuoi confronti.»
«Ma non preoccuparti», lo rassicurò Carter, con quel suo sorrisone quasi bambinesco. «Posso comprendere benissimo i tuoi dubbi. Io faccio questo… vado in giro per Brooksville e non solo, per discutere con le persone. Sapere cosa pensano, sviscerare i loro dubbi e provare a risolverli e, se ci riesco, indicare la strada.»
«Sei un vigile, insomma», sghignazzò Brian, che si sentiva sempre più a suo agio, in compagnia di quell’uomo. Qualcuno con cui parlare seriamente. Era ora. Anche Carter rise alla battuta. «No, seriamente… e se molti di voi, o qualcuno, avesse deciso di seguire la strada indicatavi da zia Abbie solo per sdebitarsi? Solo perché si sentivano… non so, obbligati o tenuti a ringraziare zia Abigail per l’aiuto che lei aveva deliberatamente offertovi?»
«Bella osservazione, ragazzo», gli disse Carter. «Probabilmente una qualunque persona comune avrebbe pensato, e di conseguenza agito, in questi termini. Ma, vedi, sorella Abigail ci ha fornito insegnamenti talmente profondi, ci ha mostrato un nuovo modo di vedere le cose, una nuova visione della vita e di tutto ciò che ci circonda… ci ha liberato dai pregiudizi e da tutte le errate, umane convinzioni… che noi mai avremmo potuto accettare di intraprendere quella via allo scopo di ripagare il favore.» Nel suo – a quanto pareva – classico gesto, Carter si portò la mano destra al petto. «Non te lo dico per spingerti ad avvicinarti a noi, ormai avrai capito che non sono qui per convincerti che la nostra è, per così dire, la fazione giusta… ma finché non vedi, non puoi capire pienamente.»
«Uhm», fece Brian, pensieroso. Finalmente! Un discorso da adulti con un adulto. Dove veniva ascoltato e dove poteva avviare un paritario confronto di idee. Riusciva a nascondere l’eccitazione, comunque. Da persona matura e consapevole. «In effetti la cosa mi risulta un po’… strana. Permettimi di essere onesto.»
«Devi esserlo.»
Forte battito d’ali sopra di loro. Suoni acuti, come ripetuti miagolii striduli. Brian alzò gli occhi al cielo. Nel buio, erano da poco passate le dieci, credette di scorgere una poiana spostarsi da un arbusto all’altro.
«Vedi, Brian», riprese Carter, «sorella Abigail definisce “mostro” quell’insieme di pensieri, emozioni e sentimenti che albergano dentro ognuno di noi e che ci costringono a rimanere ancorati a questo mondo reificato, dai falsi valori terreni.»
Brian espresse un prolungato «Mh.»
«Non sei convinto», acconsentì Carter. «Lo credo bene. Ti sembrano cose stupide, pazze magari, già sentite.»
«Già…», convenne Brian, grattandosi la nuca. «Mi dispiace. L’America… il mondo intero è pieno di capi religiosi o semplici santoni che predicano cose simili, se non uguali. Qual è la differenza tra loro e zia Abigail?»
«Che sorella Abigail non mente.»
Sulla soglia di casa, Brian assicurò a nonna Tina – che lo aveva chiamato invitandolo a rientrare – che sarebbe tornato dentro prima delle undici e che adesso era in compagnia di un amico (nonna non vedeva bene e mai sarebbe riuscita a scorgere Carter, da quella distanza) perché non gli andava di spiegare di chi si trattasse, realmente. Conoscendo sua nonna, gli avrebbe detto di scacciare via quel ciarlatano (o ci sarebbe andata lei direttamente) e recarsi immediatamente in camera sua.
«Mamma e papà che fanno?»
«Lo sai, che fanno», rispose nonna Tina, con espressione seccata. Non per la domanda di Brian, quanto per la situazione tra i suoi genitori. «Quello che fanno ogni volta che litigano di sera: ci dormono su. Domattina tornerà tutto alla normalità.»
Invece, quella volta non successe. O meglio, non completamente. Da quella sera in poi, i litigi tra Joanne e Mickey Wade si fecero sempre più frequenti e sempre più accesi. Così come le urla della piccola Lidia, le sfuriate di Corey e le uscite di Brian. Solo che, queste altre volte, non c’era nessuno. Né amici né Carter.
Ogni volta, Brian sperava di trovare il giovane uomo barbuto di passaggio su Champion Drive, ma non era mai più successo. Gli era piaciuto da matti parlare con lui e non poteva di certo negare di essersi fatto incuriosire dalle strambe (be’, almeno per lui; probabilmente l’aggettivo “strambe” lo utilizzava perché ancora prigioniero del mostro fatto di pregiudizi e convenzioni e radicatosi in ognuno di noi con il passar del tempo, per usare le parole di Carter) e, in questi casi, non aveva più voglia di stare con qualcuno dei suoi amici a parlare di cazzate.
E poi aveva il non trascurabile desiderio di poter rivedere zia Abbie.
“Allora, qual è il tuo mostro?”, gli aveva chiesto Carter, quella sera, quando Brian era tornato sotto al gazebo, dopo aver rassicurato sua nonna.
“Cosa…?” Brian era stato preso in contropiede.
“Eri evidentemente preso da pensieri cupi e profondi, quando sono arrivato”, aveva precisato Carter. “Quando mi hai parlato dei tuoi genitori hai stretto i pugni. Qualcosa, dentro di te, si è indurito. È ovvio che le due cose siano collegate. C’è qualcosa che non mi hai detto. Se vuoi parlarmene, fa’ pure: sono qui per aiutare. Come sai, ho una certa esperienza per quanto riguarda problemi tra genitori e figli.”
E allora Brian aveva parlato, raccontandogli dei rari, veementi, battibecchi; di ciò che succedeva; del fatto che spesso si sentiva messo da parte nei discorsi e nelle decisioni familiari, come se il suo parere non fosse per niente utile, e che mentre i suoi genitori lo facevano, a loro parere, per proteggerlo, in realtà lui si sentiva semplicemente inutile ed escluso.
“Non sono uno stupido ragazzino!”, aveva concluso Brian, ben conscio che parlando in quel modo si avvicinava molto allo stereotipo dello ‘stupido ragazzino’. “Riesco a ragionare benissimo!”
“Questo lo so, lo vedo”, si era mostrato d’accordo Carter. E ancora una volta, anche se in maniera meno sicura, Brian aveva pensato che Carter gli avesse taciuto qualcosa. “E sai perché, quando ciò accade, esci fuori di casa?”
Brian aveva scosso la testa. “Non voglio ascoltare il casino che fanno.”
“Io credo tu voglia soltanto scappare.” Brian non aveva replicato, limitandosi a sgranare gli occhi, come colto in fallo e colpito nell’orgoglio. “Non fraintendermi: non scappi perché hai paura, quanto perché non trovi il modo di farti sentire, il modo di sistemare le cose, e vai via. Sai cosa significa?”
Brian non aveva risposto neanche questa volta.
“Significa che cerchi la tua strada.” Carter aveva indicato con un cenno della mano la Champion Drive alle sue spalle. “E non in senso concreto. Cerchi la tua strada di crescita, una crescita interiore che possa portarti a farti ascoltare dagli altri, specie dai tuoi genitori. Ma è il principio di una ricerca infantile, perché per sollecitare ed attirare la loro attenzione, tu vai via.”
“Hai ragione”, aveva ammesso Brian, avendo finalmente ritrovato la parola. “Ma non riesco a farlo. Finisco sempre per chiudermi in me stesso a pensare. Oppure per uscire con i miei amici, ma restare confinato mentalmente nei miei problemi. Perché nessuno può capirmi. Nessuno sa ascoltare.”
“Qualcuno c’è”, aveva ribattuto, sicuro e sorridente, Carter, alzandosi dalla panca che, circolare, attorniava il tavolino. “Tu la conosci già.”
“Sì… ma… non so, forse devo pensarci su.”
“Certo, non sentirti in colpa!”, lo aveva messo in guardia Carter Alston, dandogli due amichevoli pacche sulla spalla. “Le cose non cambiano mai così in fretta. Non le cose importanti, almeno. Spesso, inoltre, peggiorano ulteriormente prima ancora di migliorare. Per quanto riguarda i tuoi genitori…” Il sorriso, questa volta, era stato pregno di dispiaciuta nostalgia. Meglio, forse, di dolorosa nostalgia. “Non puoi permettere che il vostro rapporto scivoli via così. Né, tantomeno, che si disgreghi quello tra loro due. Nei momenti di calma e serenità, parla con loro. Esponi tutto ciò che non ti va a genio. Di’ loro che così facendo non ti proteggono, anzi, ti feriscono. Senza la paura che non ti ascoltino. La paura è uno dei mostri più forti dentro ognuno di noi. Uno tra i primi che deve essere esorcizzato.” All’udire quella parola, Brian si era mostrato non poco colpito. “Non come pensi tu”, aveva sorriso, sincero, Carter.


Aveva poi alzato il libro, mostrando la copertina al giovane Wade. Il bacio di Abigail, era il titolo. “Qua viene spiegato tutto. Se vorrai, quando vorrai, ne parleremo insieme. Ora, però, devo andare.”
Senza essersene reso conto, anche Brian si era messo in piedi. Non gli andava che Carter se ne dovesse andare. Aveva catturato la sua simpatia, gli sarebbe piaciuto diventare suo amico. Ma non poteva farci nulla, in fondo. “Okay…”
“È stato piacevole parlare con te, Brian”, gli aveva detto l’uomo barbuto, tendendogli di nuovo la mano. Il ragazzo aveva contraccambiato la stretta. “Spero non sia l’ultima volta. Tu, invece, non sperare che questa sia l’ultima volta che i tuoi litighino.”
Ancora una volta, quella sera, Brian era rimasto interdetto, senza sapere cosa dire.
“Come ti ho detto, le cose importanti non cambiano in fretta. Soprattutto non in meglio. C’è una forza, che serpeggia tra gli uomini, a causa della quale le cose tendono più facilmente e rapidamente a peggiorare piuttosto che a migliorare.” Aveva indicato Brian con l’indice. “Indovina.”
“Un altro mostro da esorcizzare.”
“Perfetto, vedo che impari bene ed in fretta.” Poi si era prodotto in una bella risata. “Buonanotte, Brian.”
“Buonanotte.”
Brian aveva seguito il cammino dell’uomo in camicia hawaiana e cappello di tela fino al ciglio della strada. “Ehm… Carter…”
L’uomo si era voltato. “Sì?”
“Se qualche volta… ehm…” Non era stato difficile trovare le parole; lo era stato, invece, pronunciarle senza sbilanciarsi troppo. “Volessi andare a trovare zia Abbie?”
“Sarai sempre il benvenuto!”
Seguendo l’esempio di Carter, anche Brian aveva sorriso. “Non so dove si trovi, adesso…”
“È semplice”, aveva affermato Carter Alston, allargando le braccia e rivolgendo lo sguardo al cielo della tarda serata. “Segui le poiane.”



Che cosa Carter avesse voluto dire – con le parole “Segui le poiane” –, Brian Wade non lo aveva mai capito. Sapeva soltanto che, per chissà quale motivo, dopo quella risposta, non si era sentito di aggiungere altro, limitandosi a guardare l’uomo barbuto tornare a percorrere Champion Drive.
Fatto sta che adesso, a un mese di distanza dal loro incontro, Brian si ritrovava fuori casa. Aveva provato a parlare con i suoi, come Carter stesso gli aveva suggerito, prendendo il discorso con calma, mentre stavano seduti a tavola per un pranzo.
“Qualunque cosa tu possa pensare”, gli aveva risposto suo padre, “lo facciamo davvero per proteggerti. Sei giovane. Devi goderti la vita, non farti tutti questi grossi problemi” – il cavallo di battaglia di sua madre – “perché da grande ne avrai a bizzeffe, di problemi, e ti pentirai di non aver vissuto spensieratamente la tua adolescenza.”
“Come faccio a vivere serenamente se voi vi beccate così?”
“A parte il fatto che non accade sempre”, aveva detto sua madre, “i litigi, delle volte, sono quasi d’obbligo. L’unico modo per superare certi ostacoli che si incontrano nella vita di coppia, in un’amicizia… nella vita di tutti i giorni, insomma.”
E sì, in effetti era così, Brian non lo metteva in dubbio. Lo capiva. Quello che chiedeva, infatti, non era farli smettere di litigare. Piuttosto, chiedeva di essere ascoltato e messo al corrente di qualunque situazione familiare. Diamine, aveva saputo dell’imminente arrivo di Lidia solo quando aveva visto il pancione di mamma! E questo era un solo esempio, ma ne avrebbe potuti presentare diversi altri.
Loro però erano bravi a mettere il discorso sotto un altro punto di vista (e cioè sotto il profilo dei litigi) e, alla lunga, lui si era rotto le palle di girare e rigirare il coltello nella piaga.
Poi le scenate di mamma e papà (o meglio: tra mamma e papà) si erano fatte sempre più fitte. In totale, otto volte nell’arco dell’ultimo mese, tre nella stessa settimana, l’ultima circa mezz’ora prima.
Brian aveva carpito i motivi di quei recenti, numerosi litigi, perché aveva fatto qualcosa che mai aveva osato fare prima, perché era una cosa cattiva e brutta da fare, di certo non da brava persona: aveva origliato.



Soldi.
L’eredità dei genitori di mamma, il patrimonio attualmente gravante su nonna Tina, e che sarebbe dovuto essere diviso, alla sua morte, tra la madre di Brian e i suoi tre fratelli. Ecco il motivo dei litigi, servito su un osceno piatto d’argento.
In breve, papà che rimbrottava mamma di non saper affrontare la questione con polso, di non essere in grado di farsi sentire, permettendo ai suoi fratelli di spartirsi la parte più cospicua della somma di denaro. E mamma rispondeva a tono, dicendo che non era colpa sua e che il suo avvocato era un mezzo scemo e bla, bla, bla…
Brian aveva esclamato, forte e chiaro, dicendo quanto da idioti fosse litigare come dei pazzi furiosi per soldi (quando, tra l’altro, di sicuro loro non erano poveri) dinanzi, per di più, alla prospettiva della scomparsa di una persona cara.
In seguito, puntualmente, aveva corso fino al confine del terreno di casa sua con Champion Dr.
Tanto, ne era certo, non l’avevano sentito neanche quella volta.
E non essere sentiti era decisamente peggio che non essere ascoltati.
Guardò il cielo.
Le stelle erano luminose, sembravano più grandi o più vicine del solito alla Terra. Una vista meravigliosa. Steso sull’erba fresca della sera ottobrina, Brian alzò le mani in alto, immaginando di poter toccare, prendere, spostare ognuno di quei magnifici punti di energia luminosa.
Quando udì il rumore, secco e deciso, vicinissimo a lui, si drizzò subito a sedere. Rimase meravigliato ed impressionato; un grosso uccello rapace, dal bel piumaggio marrone, gli occhi svegli e spietati sui quali si riflettevano le luci naturali e quelle dei lampioni, si stagliava sul praticello della proprietà Wade: una poiana.
Pii-eeh, fece il rapace, con il solito verso a metà tra fischio e miagolio, incisivo. Pii-eeh!
«Ehi, ciao», lo salutò Brian, ammirando quella figura maestosa.
La poiana avanzò verso di lui e spinse il becco in avanti, emettendo un secondo Pii-eeh, ripetendolo per almeno un paio di volte. Brian si mise in ginocchio, osservandola. Il volatile lo fissò per qualche istante e spiccò il volo.
Segui le poiane.



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