04/08/16

THOUREAUIA*

                                                         

- alle amiche e agli amici in viaggio;
- a Paolo Rumiz, che possa presto ripartire.

«Oggi esistono molti professori di filosofia, ma filosofi nessuno».
Henry David Thoreau.   

                     

                  
“Un giorno che ero uscito per andare alla mia catasta di legna, o piuttosto alla mia catasta di ceppi, osservai due grandi formiche, una rossa e una nera (questa molto più grande della prima e più lunga di quasi mezzo pollice) che combattevano ferocemente fra loro. Una volta che riuscirono ad afferrarsi, non si lasciarono più andare, ma lottarono e combatterono e si rotolarono senza posa sulle scaglie di legno.    
Guardando più in là, fui sorpreso di scorgere che le scaglie erano coperte di altri simili combattenti, e che quello non era un duellum, ma un bellum, una guerra tra due razze di formiche, le rosse sempre schierate contro le nere e, spesso, due rosse contro una nera.
Le legioni di questi Mirmidoni coprivano tutte le colline e le valli della mia legnaia, e il terreno era già cosparso di morti e morenti, rossi e neri. Fu la sola battaglia alla quale io abbia assistito, il solo campo di battaglia sul quale io abbia mai camminato, mentre la lotta ancora continuava; era una guerra mortale; da una parte c’erano i rossi repubblicani, dall’altra i neri imperialisti.
Le due fazioni erano impegnate in un duello mortale, ma non si poteva udire rumore alcuno, e però credo che mai soldati umani combatterono con pari risolutezza.    
Osservai una coppia strettamente allacciata in un mutuo abbraccio, in una piccola valle solatia in mezzo alle scaglie di legno, ora, a mezzogiorno, pronta a combattere finché il sole o la vita scomparissero. Il più piccolo campione rosso si era stretto come una tenaglia alla parte frontale del suo avversario, e malgrado tutti i capitomboli, su quel campo, non smise neppure per un istante di rosicchiare, alla radice, una delle antenne del suo nemico, che già aveva completamente privato di un’altra; intanto, la formica nera, che era la più forte, sbatteva quella rossa da una parte e dall’altra; come vidi avvicinandomi, l’aveva, a sua volta, già privata di diverse membra. Combattevano con maggiore tenacia di bulldogs, e né l’una né l’altra appariva disposta a ritirarsi. Era chiaro che il loro grido di battaglia era «Vincere o morire». Nel frattempo giunse al declivio di questa valle una formica rossa, isolata, chiaramente piena di eccitazione, o perché aveva ucciso il proprio nemico, oppure perché non aveva ancora preso parte alla battaglia; probabilmente l’ultima supposizione era la più vera; ché aveva ancora tutte le membra intatte; sua madre doveva averle comandato di ritornare o con lo scudo o sopra di esso.    
O forse era un qualche Achille il quale, appartato, aveva nutrito la propria ira, e ora veniva a vendicare o salvare il suo Patroclo.
Vide da lontano questa lotta impari — perché le formiche nere erano grandi quasi il doppio delle rosse — e si avvicinò con rapida andatura. Si mise in guardia, a mezzo pollice dai combattenti; poi, cogliendo il momento opportuno, balzò sul guerriero nero, e cominciò le sue operazioni vicino alla radice della zampa destra anteriore, offrendo le sue proprie membra all’attacco dell’avversario.
Così ora c’erano tre formiche, unite per la vita, quasi fosse stata scoperta una nuova specie di attrazione che rendesse inutile ogni altro tipo di legame e cemento...
Raccolsi una scheggia sulla quale le tre formiche, che ho così minuziosamente descritto, stavano combattendo e me la portai a casa; qui la misi sotto un bicchiere, sul davanzale, per vedere come sarebbe finita. Osservando con un microscopio, vidi che la prima formica rossa, sebbene stesse rosicchiando assiduamente la vicina zampa anteriore del suo nemico — dopo avergli strappato ciò che rimaneva dell’antenna — aveva il petto completamente sfondato, sicché le parti vitali di esso erano esposte ai colpi di zampa della formica nera, la cui corazza appariva troppo spessa perché l’avversario rosso riuscisse a perforarla; e i neri carboncini degli occhi del ferito scintillavano con quella ferocia che solo la guerra poteva eccitare. Combatterono sotto il bicchiere per un’altra mezz’ora, e quando guardai ancora, il soldato nero aveva strappato dai corpi le teste dei suoi nemici le quali, ancora vive, gli pendevano da ambo i lati, come spaventosi trofei dal pomo della sella, chiaramente ancora stretti a lui più che mai. Con deboli scossoni — poiché era completamente senza antenna e gli era rimasto solo il troncone di una gamba, e inoltre aveva non so quante altre ferite — il formicone nero tentava di liberarsene: alla fine, dopo più di mezz’ora di sforzi, ci riuscì. Alzai il bicchiere e la formica uscì sul davanzale, tutta storpia. Non so se alla fine sia sopravvissuta al combattimento o abbia passato il resto dei suoi giorni in qualche Hôtel des Invalides; comunque, mi dissi che le sue capacità lavorative non sarebbero state molto efficienti, in futuro. Non seppi mai quale fazione vincesse, né la causa che provocò la guerra; pure, per il resto di quel giorno, mi sentii eccitato e tormentato come avessi assistito alla lotta, alla ferocia e alla carneficina di una battaglia tra uomini, avvenuta di fronte alla mia porta di casa…”    (1)

    
                            



Thoreau asciugò il pennino d’oca e lo pose nel calamaio, poi richiuse il quaderno intitolato “Walden”.   
Il quattro luglio 1845, la festa dell’Indipendenza, Henry David Thoreau, a ventotto anni lasciò la sua città natale di Concord e andò a vivere sulle rive del lago Walden, in una capanna da lui stesso costruita.   
Era già lì da più di un anno.    

        
                    
 

Coltivava il suo orto, leggeva, osservava gli alberi, il cielo e gli animali; passeggiava nella natura o fino a qualche villaggio vicino, dove s’intratteneva con i suoi amici.   
Faceva qualche lavoretto in casa, nuotava tutti i giorni, almeno una volta, nel laghetto e soprattutto scriveva.   
Cercava la libertà immergendosi nei ritmi della natura, e diffidava di chi celebrava la natura senza amare il mito e il racconto della natura stessa tramite l’immaginazione umana.    

    
                                       
                     
Il mito ci presenta immagini con cui crea il sogno della natura: ci dice che anche noi siamo in quel sogno; e lui parlava con Pan nel folto del bosco e con Artemide in un plenilunio vissuto ai bordi del lago.    

  
                                                      
                           

La battaglia delle formiche l’aveva molto impressionato.
Era chiaro che lui non voleva diventare come uno di quegli insetti/guerrieri ossessionati dalla distruzione del proprio avversario.
Henry David non voleva diventare uno schiavo dei suoi bassi istinti.

Chi è schiavo?   
Chi non ha tempo da dedicare alla costruzione di sé, chi non può disporre di sé.   
Chi ha paura della solitudine, della povertà e della contemplazione.
I miei connazionali del Nuovo Mondo sono ossessionati dal correre dietro l’oro e il denaro e si buttano nel lavoro fino a farsi mancare il respiro come cani da guardia soffocati dal fine corsa del loro collare alla catena fissata nel muro.   
E’ stata inculcata in loro la vergogna del riposo e la meditazione è considerata un’attività per fannulloni che devono essere puniti con l’emarginazione sociale.   
In questo modo hanno fatto del lavoro la migliore delle polizie politiche, impegnata a sradicare e a sopprimere tutto ciò che è individuale.
Infatti, come si può sviluppare una forte e consapevole personalità, fatta di cognizione, desiderio di vita vera e autosussistenza, quando bisogna continuamente ripetere compiti privi d’interesse e di vera umanità, brutali?   
Il lavoro coatto logora, consuma la forza psicofisica, impedisce di pensare, meditare, camminare, sognare.   
Più gli individui lavorano e si consumano, più la società si sente sicura e protetta all’interno del suo gregge: guai a chi vuole restarsene da solo, senza inseguire la ricchezza e la frenesia.   
In verità il lavoro non è difendibile se non quando è accompagnato dalla gioia di farlo.   

09/05/16

SEGUENDO L'AIRONE ROSSO

“La forza delle conoscenze non sta nel loro grado di verità, bensì nella loro età, nel loro essere assimilate, incorporate, nel loro carattere di condizione di vita”.
Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 110.
                 


La Lanca Venara, chiamata anche “Bora dei batel”(il burrone delle barche), ha rappresentato nei secoli per la sua estensione, per la freschezza delle sue acque sorgive e per la varietà dei pesci e degli uccelli che la abitano, un punto di riferimento per la popolazione più povera del paese di Zerbolò, (situato vicino al fiume azzurro Ticino), dedita al taglio, o alla raccolta, di legna secca e all’attività di pesca.
 

Lungo i sentieri nei dintorni della Lanca Venara è possibile compiere interessanti escursioni ed avvistare, tra i canneti e i boschi di farnie e pioppi bianchi, oltre a numerose cicogne bianche, aironi cenerini, aironi rossi, falchi pellegrini, albanelle reali, poiane e gheppi, allocchi e gufi di palude, ma anche piccoli mammiferi come scoiattoli e moscardini.


La famiglia Maiocchi era arrivata nei pressi della Lanca di buon mattino, a bordo di un potente fuoristrada.
Il padre, un noto fisico nucleare e i due figli adolescenti, muniti di macchine reflex digitali fornite di teleobiettivi lunghi come mezzo braccio di un uomo adulto, partirono verso il vicino bosco Siro Negri per fotografare tutto quello che era possibile immortalare nelle schede di memoria.
La moglie del Maiocchi si fermò a prendere il sole e a preparare la grigliata per il pranzo.
« Quando ci fermiamo, papà? Mi fa male un piede e anche Tania ha fame…»
«Un poco di pazienza, ragazzi. Dario, guarda la mappa, non ci stiamo allontanando troppo dalla strada?»
«Papà, torniamo indietro, siamo stanchi: andiamo a guardare ancora le cicogne mentre salgono su nel cielo avvitandosi nelle termiche…»
«Eh no, cari miei, mi avete fatto una testa così per tutta la settimana. Volevate esplorare un bosco , ed ora vi porto in uno degli ultimi lembi di foresta primordiale della pianura padana rimasti in Lombardia.
Vedrete che figurone farete a scuola quando lo racconterete ai vostri compagni di classe.
Forza, adesso ci siamo e quindi camminate senza fare storie.
Guardatevi intorno piuttosto, invece di pensare solo a mangiare. Respirate forte, questa sì che è aria buona…
Continuarono a camminare sul sentiero che portava al bosco Siro Negri, e intorno a loro vedevano risaie, canali, rive e siepi arboree ed arbustive, pioppeti, marcite e boschi naturali antichissimi.

                                

All’improvviso davanti a loro si levò in volo un grande airone dal collo rosso fuoco a forma di Esse, evidenziato da una striscia nera e da un ciuffetto scuro sulla testa color ardesia…
«Un airone rosso! Che meraviglia! Presto ragazzi, dobbiamo seguirlo, preparate le reflex, ogni scatto vale almeno dieci euro e pago in contanti, seguitemi…»
Il Maiocchi entrò di buon passo nel campo che portava a una piccola lanca costeggiata da un canneto, da dove si era levato nel suo tipico slancio elegante l’airone rosso.
I due figli, dopo aver estratto le digitali dalle custodie arrancavano dietro al padre come potevano.
«Presto, presto! Tenetevi dietro di me sottovento, l’airone andrà a posarsi in quella lanca, oltre il canneto, e vedrete che foto faremo…»
Il Maiocchi era in preda a un’autentica frenesia e si gettò all’inseguimento del magnifico ardeide.
Giunto alla lanca, s’infilò con cautela tra le cannucce di palude e notò l’airone posato sulla riva fangosa.
Fece cenno ai suoi figli di non fare rumore, quando l’airone rosso prese il volo ancora una volta e svanì nell’intrico della foresta che cominciava vicino alla lanca.
«Andiamo, andiamo, altrimenti lo perdiamo!»
«Ma papà siamo stanchi! Abbiamo fame, torniamo indietro!»
Ma il Maiocchi, senza voler sentire ragioni, s’infilò nella macchia primordiale del bosco Siro Negri, seguendo il volo dell’airone, e Tania e Dario gli andarono dietro di malavoglia.
Percorsi a fatica venti metri di foresta, il Maiocchi, seguito dai suoi sbuffanti ragazzi, giunse a una radura che rivelava l’esistenza di una grande cavità, all'apparenza non artificiale e scavata dall'uomo, nel cuore del bosco.


20/04/16

DENTRO LA GARZAIA, NEL BOSCO IGROFILO

                                            

                            


Lascio la bicicletta sotto un’arcata di pietra, usata per proteggere i tagli del fieno e m’incammino verso il primo dei canali che costituiscono il sistema linfatico di questa grande garzaia.

                        

Finalmente i guardiacaccia mi hanno dato il permesso e m’addentro nel cuore di questo ecosistema.
Vorrei che tu, lettore, mi seguissi nelle zone umide planiziali minori della mia regione: nella monotonia delle coltivazioni intensive (e ossessive talvolta) costituiscono infatti elementi di varietà e di biodiversità e di grande valore scientifico, paesaggistico e ricreativo e contribuiscono al mantenimento degli equilibri naturali e idrologici. 

                             

La loro lenta scomparsa (per inquinamento e interramento, prevalentemente) rappresenterebbe la perdita degli ultimi esempi di ambienti tipici e precluderebbe le possibilità di sopravvivenza per molti esseri viventi.
Vorrei che tu, amica e amico, camminassi con me in questi ultimi paradisi in terra minori: il bosco igrofilo, le lanche, le cave, i fontanili, i bodri, le marcite, le risorgive…
sei pronto, hai messo le scarpe giuste, hai voglia di camminare con me?


                       

Leonardo da Vinci scrive che le rocce, il suolo e l’acqua sono le ossa, la carne e il sangue della Terra.
Un poderoso sistema idraulico, ispirato alle sue geniali realizzazioni compiute nei navigli attorno a Milano, pompa dal Po l’acqua necessaria alla vita del grande bosco igrofilo interno, costituito di ontani, pioppi bianchi e salici.

                   

Passo in equilibrio le passerelle e i discreti passaggi che arrivano al cuore della garzaia.    

                            


30/03/16

RUMIZMANIA (il metodo Rumiz) di Mauro Banfi

                

“Perché ti meravigli tanto se viaggiando ti sei annoiato? Portandoti dietro te stesso hai finito col viaggiare proprio con quell'individuo dal quale volevi fuggire.”
Socrate
“ Invece noi, a cui è patria il mondo come ai pesci  il mare, benché abbiamo bevuto all’Arno prima di essere svezzati, e benché amiamo Firenze al punto che, perché l’abbiamo amata, soffriamo ingiustamente l’esilio, noi poggeremo la bilancia del nostro giudizio sulla ragione piuttosto che sui sensi.”
Dante, De Vulgari Eloquentia.
“…finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace.”
Fabrizio de Andrè, Khorakhané.

                                              
Ci sono autori che nel corso degli anni, lettura dopo lettura, diventano dei veri e propri amici a distanza.
Ad esempio: Claudio Magris, laico punto di riferimento di vita e di letteratura o Roberto Calasso, entusiasmante, immaginifico, analogico e adelphiano animatore della cultura dell’incognito e del sogno; Pietro Citati, il perfetto lettore/scrittore nitido reinterprete di classici senza tempo o Michele Mari, abile giocoliere della narrativa di genere e di confine, poliedrico prestidigitatore del weird e di ogni tipo di narrativa.
Tra questi voglio presentarvi un amico davvero speciale: anche lui triestino come Claudio Magris, anche lui grande narratore di viaggi come la sublime guida delle vie orientali Tiziano Terzani: Paolo Rumiz, “l’uomo dal block-notes, un figlio della frontiera che si è messo a scrivere solo per viaggiare”, come Rumiz ama denotarsi, da vero triestino e cittadino del mondo.
Nel grande narratore di viaggi il cosa è narrato coincide con il come viene narrato.
Per comprendere Paolo Rumiz e la sua narrativa voglio introdurvi a come la scrive e il resto verrà di seguito.
Bene: da quando è cominciata l’era informatica non leggo più giornali, soprattutto italiani.
Non ne posso più dei nostri politici inetti, corrotti e cialtroni.
Solo ad agosto non mi perdo un numero di “Repubblica”.
Perché sta per cominciare una nuova imperdibile avventura di Paolo Rumiz.
Domenica 2 agosto 2015 è cominciato il quindicesimo viaggio a puntate di Paolo Rumiz, forse uno dei più belli e ricco d’incontri umani e di scoperte del territorio, seguendo la via dell’Appia Antica da Roma fino a Brindisi.
Con emozione ricordo questi quindici anni di avventure e scoperte e i mezzi di trasporto usati da Rumiz e compagnia bella per realizzarli:                      
  • Tre uomini in bici (2001): biciclette da strada.
  • Seconda classe (2002): in treno.
  • Fuga sulle alpi (2003): a piedi.
  • La rotta per Lepanto (2004): in barca a vela.
  • La Gerusalemme perduta (2005): svariati mezzi di trasporto.
  • Appennino, il cuore segreto (2006): a bordo di una “Topolino” del ’53.
  • Il ritorno di Annibale (2007): mezzi vari, prevalentemente a piedi.
  • L'altra Europa (2008): svariati mezzi di traspoto.
  • L’Italia sottosopra (2009): svariati mezzi di trasporto.
  • Camicie rosse (2010): svariati mezzi di trasporto.
  • Le case degli spiriti (2011): svariati mezzi di trasporto.
  • Il Risveglio del fiume segreto: in viaggio sul Po (2012): varie imbarcazioni.
  • La Grande Guerra (2013): a piedi.
  • Il guardiano del faro (2014): in solitario su un’isola del mar Adriatico.
  • Alla ricerca dell’Appia perduta: rigorosamente a piedi.

22/03/16

MNESTEI BERYLLOS

23 Agosto dell'anno 79 dopo Cristo. 
Oplontis, Villa di Poppea, moglie dell’imperatore Nerone.

- al piano superiore della villa di Oplontis, gli ambienti angusti, gelidi d'inverno e bollenti d'estate dove vivevano gli schiavi -

-     Devo sbrigarmi o rischio di essere sorpreso in flagrante.
Questa parete, nel corridoio breve e buio vicino alle latrine, che collega il quartiere servile al giardino, dove i padroni stanno ingozzandosi come i maiali nel corso della loro orgia , fa proprio al caso mio.
Questo è il momento propizio.
Ultimo, il capo-cuoco, crede che sia venuto qua a liberarmi gli intestini nel grande buco delle latrine.
Nessuno mi vede e incido l’intonaco con questa punta acuminata, sottile e metallica.
Scrivo il mio nome bello in grande, con tutta calma, senza abbandonarmi alla paura e alla fretta, nella lingua greca.
“MNESTEI  BERYLLOS”. Sia ricordato Beryllo.
Ho sedici anni e sono uno schiavo orfano di padre e di madre, venduto dal mio padrone - e presumo, padre di cui non conosco il nome - cinque anni fa alla grande matrona Poppea.
                  

14/03/16

QUELLA NOTTE A LE CAILLOU, PRIMA DELLA BATTAGLIA DI WATERLOO

                    
                                                                                       I


17 giugno 1815.
La notte prima della battaglia di Waterloo si scatenarono precipitazioni torrenziali di proporzioni bibliche. 
Un violento temporale si riversò al suolo, trasformando le strade in pantani e i campi in mari di fango.
Un ufficiale inglese del 51esimo Reggimento Fucilieri, Wheeler, in seguito scrisse: 


                                                           

"Il terreno era troppo bagnato per sdraiarsi ... l'acqua scorreva a fiotti dai polsini delle nostre giacche.
Abbiamo avuto una sola consolazione, sapevamo che il nemico era nella stessa situazione.” 
Wheeler aveva ragione: la pioggia incessante sarebbe stata un inconveniente per tutte e tre gli eserciti in guerra, non da ultimo lo schieramento dei Prussiani, mentre lottavano lungo le strette stradine di campagna per collegarsi con il generale inglese Wellington.


           

Napoleone e i suoi generali s’installarono in una fattoria nelle prossimità degli accampamenti, sulle colline, dell’esercito anglo-olandese, e stabilirono il loro quartiere generale.
Il suo nome: Le Caillou, il “sasso”.
L’Imperatore era stanco ed erano dovuti intervenire ben due attendenti per togliergli gli stivali fradici e incollati ai piedi.
Intorno a un tavolo cominciò a discutere sulla strategia da tenere in battaglia.
Cercava di nasconderlo ma il suo cuore era pieno d’ansia.
I suoi generali non erano più brillanti ed energici come una volta.Ma nel dettaglio, lo preoccupavano le divisioni anglo-olandesi e le posizioni che avrebbero assunto il mattino seguente sul campo di battaglia.
Wellington avrebbe abbandonato la zona di Mont Saint Jean per asserragliarsi nella città di Bruxelles oppure no?
Per fugare questi dubbi assillanti, com'era sua abitudine prima di una battaglia decisiva, volle sincerarsi personalmente della situazione e nelle prime ore del mattino si recò a ispezionare gli avamposti della sua armata, approfittando della vicinanza della prima linea nemica, per osservare accuratamente i bivacchi dei soldati del duca di Wellington accampati ai margini della foresta di Soignies.


                                                    
  
« Laffite!»
Napoleone chiamò un suo fedele attendente della Vecchia Guardia, un “grognard” imponente e nerboruto.
« Comandi, Empereur»
«Avete trovato l’informatore del posto? Stiamo partendo in esplorazione e ho bisogno di sapere che cosa c’è oltre quelle colline e dove portano certi sentieri che ho avvistato arrivando in questo posto.»
«Ordine eseguito. E’ un giovane contadino del posto, Arthur Decoster.
                                                      
  
Obbedirà senza alcun problema, teniamo agli arresti il padre Jean Baptiste e la madre Marie».
«Andiamo, allora, non c’è tempo da perdere.»



06/03/16

STEPHEN KING COME EDUCATORE di Mauro Banfi


               
            


“ Ognuno di noi custodisce in sé, come nocciolo del suo essere, una unicità creativa; qualora diventi consapevole di questa unicità, allora comincia ad emanare un particolare fulgore inconsueto, lo splendore di ciò che è insolito. 
Per i più è qualche cosa di insopportabile: poiché come abbiamo detto essi sono pigri e a quella unicità è connessa una catena di fatiche e di pesi. Non vi è dubbio che, per chi è insolito e si grava di questa catena, la vita perde quasi tutto ciò che è l'oggetto dei desideri nella giovinezza: serenità, sicurezza, levità, onore; la sorte dell'isolamento è il regalo che gli fanno gli altri uomini; il deserto e la caverna sono immediatamente lì, dovunque egli viva.
Allora badi di non lasciarsi soggiogare, di non abbattersi e diventare melanconico. E perciò si circondi delle immagini di buoni e coraggiosi combattenti, quale Schopenhauer stesso era.”
Friedrich Nietzsche, Schopenhauer come educatore.

                                                                                            I

Il Moscone ripensava a quel passo letto nell’autobiografia di Stephen King “On writing: autobiografia di un mestiere”, tanti anni fa:


“Quando scrivete, volete pur liberarvi del mondo, non è vero? È ovvio. Quando state scrivendo, state creando i vostri mondi.
Direi che stiamo parlando in realtà di sonno creativo. Come la vostra camera da letto, quella in cui scrivete deve garantire il massimo di privacy, un luogo dove andare a sognare. La disciplina nell'orario: inizio più o meno sempre alla stessa ora e fine quando avete messo sulla carta o su un dischetto le vostre mille parole serve ad abituarvi, a prepararvi a sognare proprio come vi preparate a dormire quando vi coricate più o meno alla stessa ora tutte le sere e dopo aver ripetuto sempre più o meno le medesime operazioni. Nello scrivere e nel dormire impariamo a interrompere le attività fisiche mentre al contempo incoraggiamo la mente a staccarsi dalla routine intellettuale del nostro vivere quotidiano. E come la mente e il corpo si abituano a un certo quantitativo di sonno, diciamo sei, sette, forse le otto ore raccomandate per ogni notte, così da svegli si può addestrare la mente a dormire in modo creativo e a sviluppare quei sogni a occhi aperti le cui vivide immagini sono ottime opere di fiction.”



Rileggeva quelle frasi (davvero fatidiche, direbbe King), presenti in una nuova traduzione del libro e ripensava alla sua decisione compiuta allora.
In mano aveva le proposte di pubblicazione di diverse aziende editoriali a pagamento, quando scattò la ribellione:
«Perché devo pagare per scrivere? Scrivo per vivere e non il contrario!»
Il modo come King organizzava la sua giornata per stimolare quel “sonno creativo” faceva capire che era quello il valore fondamentale, la ricerca di un vivere di qualità e non i soldi e il successo.
In un altro punto cruciale del libro il buon Re lo dice in modo esplicito:

“Comincia così: sistemate la vostra scrivania nell'angolo e tutte le volte che vi sedete lì a scrivere, ricordate a voi stessi perché non è al centro della stanza. La vita non è un supporto per l'arte. È il contrario.”


Fu proprio dove aver letto quei due periodi supremi che finì la carriera di aspirante scrittore professionista di Mauro Banfi e nacque il Moscone.
Mauro spostò la scrivania dal centro della sua “camera dove sognare” in un angolo.
Poi prese dall’armadio una giacca di pelle nera, recuperò un cappellino da baseball e un paio di occhiali neri e si diresse verso lo specchio vicino.
E si mise a ridere fragorosamente: ahahahahahha!

                                            

Era libero. Ed è ancora libero adesso.
Della nostra vita dobbiamo rispondere unicamente a noi stessi.
Non ci sono né crediti né debiti: ognuno sceglie la sua via e la percorre fino in fondo.
Ah, quella del Mosco era bellissima! Ecco, organizzava la sua giornata tipo, in funzione della “camera per sognare” (lavoro permettendo):



Da mezzanotte alle sette: rilassarsi e addormentarsi, sonno e sogni.
Dalle sette alle otto: il risveglio, toilette ed esercizi yoga.
Ore otto: la prima colazione.
Dalle nove alle diciotto (talvolta un po’ dopo): la vita creativa, lavorativa e sportiva e un frugale pasto verso le dodici.
Dalle diciotto alle ventuno: adesso ceniamo e ci rilassiamo.
Dalle ventidue alle ventiquattro: alle prese con la digestione e il secondo cervello dell’intestino.
Dalle ventuno alle ventiquattro: la vita affettiva.