20/01/16

BARDO IL PIANTELARGHE di Antonio Calzone

                                  
Nascosto dietro questa pesante tenda di velluto rosso, osservo il mostro. Dagon è un titano alto almeno due metri e mezzo, ben più del doppio di me e ad ogni passo fa tremare il pavimento di marmo. Il suo volto è coperto da una maschera di cuoio mostruosa, con un ghigno feroce dal quale spuntano zanne affilate. Quella che provo non è semplice paura: la sua figura m’incute un terrore che non avevo mai provato prima. Mi domando cosa ci faccia qui un valligiano come me, un modesto contadino che pretende di fronteggiare questo spaventoso conquistatore, col semplice ausilio di uno stiletto.
Solo ieri, tutte le mie certezze erano ancora salde.
Il ricordo che più spesso mi torna in mente è quello di Wulfman, il potente Mago Bianco, mentre rimescola l’acqua del suo magico bacile d’avorio.
L’acqua forma un gorgo, un vortice che sembra non fermarsi mai. Lentamente una figura prende forma nella bacinella; guardo meglio e capisco che quell’immagine non è nell’acqua ma sull’acqua: si forma leggermente al di sopra della superficie del liquido trasparente e non ci sono dubbi, è proprio il mio viso sorridente, quello che mi restituisce lo sguardo.
«Lo vedi, Bardo? L’incantesimo che anima questa modesta bacinella è forte e non mente. Tu sei il prescelto!»
«Potente Wulfman, ma cosa significa? Che deve fare il prescelto? Io sono solo un semplice Piantelarghe, non sono un guerriero, non posso nemmeno cavalcare un destriero o brandire una spada!»
«Le profezie non riguardano le tue abilità di combattente, Bardo. C’è molto altro, dentro di te: cose che nemmeno tu conosci ancora.»
«Come potrò conoscerle, Wulfman?»
«Non sta a me dirlo, Bardo; dovrai scoprirlo da solo, a tempo e luogo. Prendi questo e tienilo sempre con te.»
«Cos’è?»
«All’apparenza è un semplice zufolo, anche se d’oro. Racchiude un potente incantesimo e tu non dovrai suonarlo mai, finché non saprai che è davvero necessario.»
«Come lo saprò, potente Mago Bianco?»
«Lo saprai e basta.»
Molto tempo è passato da quel giorno, durante il quale ho continuato a vivere come un semplice abitante del mio villaggio Grangiardino, assieme ai miei amati Valligiani. Noi Gente delle Pianure siamo esseri semplici, coltiviamo il suolo e viviamo allegramente contentandoci di quel poco che la natura provvede per il nostro sostentamento. Una grave calamità, però, incombe sulle nostre teste da quando il potente e crudele re Dagon, venuto dalle terre di Oltremare, ha portato il suo esercito fino ai confini di quelli che noi chiamiamo i Territori. Il Popolo delle Montagne ha opposto una forte e strenua opposizione all’invasione, aiutato in questo da potenti popoli guerrieri come i Silfi, i Centauri, i Trollim, ma se Dagon dovesse avere la meglio su di loro, potrebbe valicare quello che per noi è sempre stato un baluardo sicuro e portare morte e distruzione anche nella nostra valle.
Spesse volte Wulfman è tornato da me, portando notizie della guerra e controllando che avessi sempre con me il flauto d’oro.
«Malitus mi ha mostrato il palazzo di Dagon, in una visione.»
«Wulfman, Malitus è il potente Mago Verde? Quello che protegge il Popolo delle Montagne e lotta assieme a loro contro Dagon?»
«Proprio lui, Bardo. Mi ha mostrato una via che porta all’interno della fortezza del Re Nero e io ne ho disegnata una mappa. Prendila, un giorno potrebbe servirti.»
«Potente Wulfman, ti ho già parlato delle mie perplessità, ma da allora tu non hai mai fatto nulla per prepararmi ad affrontare le responsabilità che gravano sul prescelto. Quando verrà il momento, se mai verrà, mi troverà impreparato!»
«Guarda dentro di te, Bardo, ed abbi fede. Disponi già di tutto quello che ti serve per compiere il tuo destino. Io non potrei aggiungere nulla a ciò che sei.»

§
Il mostro nero urla. La sua voce prorompe gutturale e metallica dalla bocca della maschera di cuoio.
«Uscite tutti! Voglio restare solo!»
Una piccola processione di soldati, paggi, attendenti vari, sciama verso il massiccio portone di legno rivestito di bronzo che dà accesso alle sue stanze. È lui stesso che alla fine lo chiude dall’interno, mettendo di traverso sui suoi supporti una pesante trave di legno.
Adesso siamo soli, Dagon il Re Nero, gigantesco e feroce conquistatore e io, Bardo il Piantelarghe, umile e piccolo contadino della Gente delle Pianure. Il pugnale che scioccamente stringo tra le mani non potrebbe nemmeno scalfire la spessa pelle del suo corpo.
Attendo, dunque, sperando che non mi scopra, memore delle parole di Wulfman secondo le quali, al momento giusto avrei saputo cosa fare.
Wulfman, già.
Il cavallo bianco nitrisce forte, mentre il suo cavaliere lo sprona alla fuga dai suoi inseguitori. Il Mago Bianco non tradisce alcuna paura, ma ha un piccolo e spaventoso esercito alle calcagna. Arrampicato sull’albero dove sono salito per cogliere qualche frutto, godo di una postazione ideale per osservare la scena. Una scena che non avrei mai voluto vedere.
Una muta di cani dagli occhi rossi, pesanti molossi grigi come il piombo, dalle zampe enormi e dalle mascelle possenti, precede un gruppo di soldati a cavallo. Una decina di orchi armati di mazze ferrate, seguono caracollando i soldati, mentre un numero indefinito di non-morti completano l’orda. Fermo sul suo cavallo nero, al centro della valle, una figura che fatico a distinguere sembra dirigere l’assalto contro Wulfman. Tiro fuori da una tasca il mio monocolo e lo punto sul misterioso cavaliere. Non ho dubbi, adesso: si tratta di Malitus. Ma non era dalla nostra parte? Questo può significare solo una cosa, e cioè che Dagon ha superato le difese del Popolo delle Montagne.
Si dice che gli basti guardare negli occhi una persona per assoggettarlo per sempre alla sua volontà. Se ci è riuscito con un potente stregone come Malitus, è sicuramente vero.
Wulfman arresta la sua corsa all’improvviso e fronteggia i suoi inseguitori, scagliando contro di loro palle di fuoco col suo bastone magico.
Sembra, all’inizio, avere la meglio su di loro, ma poi tutto precipita quando il Mago Verde dirige contro di lui un attacco irresistibile: un turbine di vento e fuoco che avvolge Wulfman e lo solleva in alto. Il Mago Bianco scompare nell’esplosione che ne segue. Una nuvola di cenere aleggia nell’aria e viene lentamente dispersa dal vento.
Resto rannicchiato sul mio albero finché il piccolo esercito non torna sui suoi passi, scomparendo nuovamente nella foresta che s’inerpica lungo il fianco della montagna.
Mentre la tragedia si consumava ho avuto una sensazione, una strana percezione. È come se avessi intuito finalmente a cosa serve il flauto che stringo convulsamente nella mia mano destra. Tuttavia, non ho azzardato a suonarlo. La vita del mio amico Wulfman è importante, ma quella che adesso so essere la mia missione lo è di più.
La mappa mi ha portato attraverso la montagna, fino al grandioso palazzo semovente di Dagon. Scorciatoie e passaggi segreti, nei quali solo un essere della mia taglia poteva passare, mi hanno nascosto alla vista dei miei nemici. Ma tutto questo temo sia stato vano: che posso fare, io da solo, contro questo titano?
Mentre indugio, qualcosa di sconvolgente avviene davanti ai miei occhi. Dagon sembra essersi immobilizzato al centro della stanza. Il suo pesante ansimare, simile a quello di un grosso animale, è di colpo cessato. La sua figura fiera e maestosa si sta lentamente afflosciando e le sue braccia possenti penzolano inerti lungo i fianchi.
Improvvisamente, la spessa corazza che gli copre il petto e l’addome si apre, girando come una porta sui suoi cardini. Lo stupore m’inchioda al mio posto, più di quanto avesse fino ad ora fatto la paura.
Non sbagliavo: è proprio una porta. Guardingo, emerge dal suo interno un essere minuto e gracile. Non posso credere a quello che vedo. È un Piantelarghe come me!
«Wulfman, ti prego, dimmi: perché il prescelto è sempre un Piantelarghe? Siamo fisicamente i più deboli tra le tante genti che popolano i Territori. Non amiamo le armi e non abbiamo un esercito. Non siamo considerati per nulla utili alla guerra, dagli altri popoli, quindi perché dovremmo avere questa responsabilità?»
«Bardo, caro. Ognuno ha un posto in questo mondo e nessuno è senza valore o senza un significato. Spesso, proprio le persone più miti, più apparentemente insignificanti, possono fare una grande differenza. Perché quello che conta, in certi momenti, non è la forza o l’autorità, ma il cuore.»
«Raccontami di Murgo, ti prego. Se non ricordo male, era lui il prescelto prima di me. Tu sai che fine ha fatto?»
«Nessuno lo sa, Bardo. Sono stato suo amico per molti anni, fin dalla sua infanzia, ma un giorno disse di sentire un forte richiamo dentro di sé. Si imbarcò su una nave per andare a Oltremare e nessuno ha più saputo nulla di lui. Sono passati molti e molti anni, ormai.»
Murgo è mio bisnonno. Il suo ritratto è accanto a quello di mio nonno e a quello di mio padre, sulla mensola del caminetto. E non ho dubbi, adesso: il viso del Piantelarghe che è uscito dal ventre di Dagon è il suo, solo più vecchio. Sento montare dentro di me una crescente rabbia, anzi sono davvero furioso.
Il mio antenato sembra tranquillo, mentre si arrampica con insospettata agilità su una sedia fatta per un essere molto più grande di lui. La tavola è imbandita e Murgo si accinge a satollarsi, ma io non posso aspettare oltre. Wulfman aveva ragione: ora so che è il momento di agire.
Lui è agile, ma io mi arrampico su di un albero senza far frusciare una foglia e non mi è difficile arrivargli alle spalle senza che se ne avveda. La lama del mio stiletto è corta ma estremamente affilata e adesso preme sulla pelle rugosa del suo collo, segnandola. Una singola goccia di sangue stilla dal graffio e bagna il colletto della sua lercia camicia.
«Lurido bastardo, dunque saresti tu il terribile Dagon? Non mi sembri tanto spaventoso, adesso che sei uscito da quel pupazzo!»
Lo scaravento giù dalla sedia. Cade con un tonfo sordo sul pesante tappeto e gli sono immediatamente addosso. La punta del mio pugnale si posiziona esattamente all’altezza del suo cuore.
«Chi… chi diavolo sei?»
«Non puoi riconoscermi: quando tu sei scappato da Grangiardino mia madre era incinta di me. Mi chiamo Bardo come mio nonno, tuo figlio. E sono il prescelto.»
Spingo leggermente la punta dello stiletto e una piccola chiazza rossa si allarga sulla tela della sua camicia.
«Fermo, aspetta!» urla il vecchio. Trema di paura, adesso che non ha le sembianze del Re Nero. «Sono contento che finalmente tu sia giunto fino a me. Voglio farti una proposta, figlio mio. Ormai io sono vecchio e non potrei più reggere in questo ruolo ancora per molto. Se non mi uccidi, ti insegnerò come fare per essere Dagon al posto mio. In fondo è questo quello che fanno i prescelti. Wulfman non te l’ha detto?»
«Wulfman? Il Mago Bianco è morto, dovresti saperlo. Hai dato tu ordine di ucciderlo, proprio lui che una volta era tuo amico. E perché mai io dovrei prendere il tuo posto? Io non sono il mostro che sei tu.»
«Mostro? No! Non capisci! Dagon non esiste, è solo una maschera, un ruolo che noi interpretiamo. Wulfman ti ha detto che ognuno ha il suo posto nel mondo, vero? È questo che intendeva. Il tuo posto è questo, Bardo. Potrai essere Dagon e potrai fargli fare quello che vuoi. E anche se adesso ti sembra una prospettiva orribile, finirai per interpretarne la parte fino in fondo perché il nostro mondo ha bisogno di un Dagon. Pensi che non potresti mai farlo, lo so, ma credimi: ti basterà assecondare la tua natura e tutto verrà naturale.»
Abbasso il pugnale, stordito dalle sue parole e dal loro significato. Lui ne approfitta per afferrare il flauto che stringo nell’altra mano.
«Dammelo! Dammi questo dannato flauto! Mi serve! Lascialo, maledetto poppante presuntuoso!»
Reagisco d’istinto e infilzo la lama, appuntita e affilata, nel dorso della sua mano sinistra. Lascia immediatamente la presa e si rannicchia su sé stesso, piagnucolando.
«Perdonami! Non uccidermi, ti prego!»
Credo di capire perché non potrei mai essere Dagon: il solo gesto di ferire quell’essere e di vedere la mia lama penetrare realmente nella sua carne mi ha disgustato e sto quasi per vomitare.
Scappo.
Mi infilo nel cunicolo dal quale sono venuto e corro, mentre avverto la voce cavernosa di Dagon, riportato alla vita, dare l’allarme. E poi sento abbaiare alle mie spalle. I cani passano agevolmente nel budello, ma so come fermarli. Devo solo arrivare alla prossima svolta, poi mi basterà svellere i puntelli che reggono la volta in quel punto e farla franare.
Mentre mi affanno, il tempo sembra improvvisamente rallentare fin quasi a fermarsi. I latrati dei cani diventano un eco lontano e ovattato e mi sembra di galleggiare nell’aria come se non avessi più peso.
«Bardo, hai superato la prova. Adesso sei pronto a guidare il tuo popolo.»
La voce è la sua, quella calda e profonda del Mago Bianco, il mio caro amico Wulfman.
«Ma io ti ho visto morire!» esclamo stupefatto mentre lui mi sorride compiaciuto.
«Tu mi hai visto sparire, piccolo amico. Un misero trucco per un mago, ma pur sempre di grande effetto, non trovi?»
Lo guardo negli occhi e vi leggo una speranza di vittoria. Lui ha molti secoli, ma io credo di aver capito meglio di lui come stanno realmente le cose. So che sarà deluso, ma la mia mente è chiara.
«Wulfman, io non guiderò nessun popolo. Ho capito, adesso, cosa deve fare un prescelto.
Ora è il suo turno, di essere stupito. Non si aspettava questa mia reazione.
«Vedi, potente stregone, il mondo avrà sempre bisogno di un Dagon. Se gli faremo guerra, ci saranno morte e distruzione senza fine. E se vinceremo, prima o poi un altro Dagon sorgerà comunque da un’altra parte, perché così dev’essere.»
Il suo sguardo, ora si è fatto più intenso, sotto le sue folte sopracciglia candide. Avverto la preoccupazione nella sua voce, ma capisco che accetterà la mia scelta. Del resto, non può fare altro.
«Amico mio, hai dunque deciso quale sarà la tua parte in questo mondo?»
«Si, potente Mago Bianco. E sono state le tue parole a farmi finalmente comprendere fino in fondo la mia strada.»
Il momento è giunto. Avvicino il flauto alle labbra e soffio. Il suono è dolce e si spande nell’aria, mentre il nastro si riavvolge. Anche Murgo lo sapeva. Quel suono fa tornare indietro il tempo fino al momento che io stesso ho scelto.
Sono di nuovo nella stanza di Dagon. Murgo è davanti a me e il mio stiletto è ancora puntato al suo cuore.
Spingo.
Non ho più remore.
Dagon sono io.
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...in cammino con la compagnia del Weird, verso casa...

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