11/10/15

MIRDIN(2): IN VIAGGIO VERSO LA QUARTA DIMENSIONE

                        
di Mauro Banfi
                                                         
“Non siamo contenuti in una invisibile scaffalatura rigida: siamo immersi in un gigantesco mollusco dinamico e flessibile. Il Sole piega lo spazio intorno a sé e la Terra non gli gira intorno perché è tirata da una misteriosa forza, ma perché sta correndo diritta in uno spazio che si inclina. Come una pallina che rotoli in un imbuto: non ci sono forze misteriose generate dal centro dell’imbuto, è la natura curva delle pareti a fare ruotare la pallina. I pianeti girano intorno al Sole e le cose cadono perché lo spazio si incurva.”
Albert Einstein

                        
“I druidi univano allo studio della natura quello della filosofia morale, affermando che l’anima umana è indistruttibile”. Strabone

                         


Avanti, Bardo Corentin riassumici la prima puntata di Mirdin:

                                        
“Ci sono momenti in cui la storia chiama gli uomini all’appuntamento con il destino.
Nel 54 a.c. Giulio Cesare, sfruttando abilmente i continui litigi tra clan e tribù germaniche e celte, attaccò gli Eburoni di Ambiorix e dopo la vittoria, posizionò le sue legioni nel cuore della nazione dei celti.
I Carnuti, il popolo del potente mago verde Mirdin, custode del nemeton segreto di tutta la Gallia, levarono il grido dell’insurrezione generale e l’urlo con la rapidità del fulmine si propagò nel centro e nel sud della Gallia fino al paese degli Arverni, con la notizia dell’eccidio di molti commercianti romani e di altrettanti celti collaborazionisti avvenuto a Cenabum.
Anche gli Arverni erano oppressi dal dispotico governo di una oligarchia che con il consenso dei Romani ha deposto il legittimo re.
Il grido ribelle dei Carnuti ebbe grande risonanza tra gli Arverni, che, decisi ad abbattere il governo fantoccio e a liberarsi dalla dominazione straniera, risposero all’appello dei fratelli del nord.
Anima della rivolta era un giovane guerriero di sangue reale, chiamato Vercingetorix, che in breve tempo sollevò la regione e, presentatosi con un grande gruppo d’armati sotto le mura della capitale Gergovia se ne impadronì e fu proclamato re.
Tutte le regioni comprese tra il corso della Senna e quello della Garonna, tra l’Atlantico e il Liger, aderirono a Vecingetorix, che riunì in breve sotto il suo comando un grande esercito.
Per nulla impressionato, nei suoi quartieri invernali, l’ambizioso Giulio Cesare meditava la controffensiva.
Ora: a Mirdin il Druido non interessavano gli appuntamenti con la storia, per lui la magia rossa della guerra e della violenza sono incubi dai quali destarsi.
Lui crede nella Dea Bianca, la triplice e nelle tredici energie arboree cosmiche.
Invano suggerì ai guerrieri Carnuti e a quegli Arverni di Vercingetorix di evitare uno scontro in campo aperto con le legioni e di praticare la guerriglia nelle foreste, il mordi e fuggi come se fossero invisibili.
Roisin, sua amante al tempo della gioventù era ora moglie di Vercingetorix, perché stava seguendo la pista della vendetta.
I Romani avevano trucidato suo fratello Duir e voleva bere il loro sangue nel teschio di Giulio Cesare.
Ma ora aveva una figlia, Lexy e voleva che diventasse la prossima Gutuater della sacra foresta dei Carnuti.
Insieme, durante l’equinozio di primavera si recarono nel santo nemeton di Mirdin, affinchè Lexy diventasse una maga e fosse iniziata ai poteri di Mirdin.
E adesso, si disfi la trama e torni l’ordito di questa storia…ma ti chiedo lettore, c’è poi differenza?”


     

    in viaggio nella quarta dimensione

                                        

Roisin e Lexy risvegliarono il mago verde.
Mirdin voleva baciare in bocca Roisin ma con un cenno lei gli fece capire che Lexy, lì vicino a loro, era sua figlia, e subito dopo gli raccontò che il padre, Vercingetorix, era in guerra.
«Dimmi Roisin, in che cosa possa esserti utile».
«Voglio che Lexy sia la prossima Gutuater del nemeton».
Mirdin sorrise e insegnò tutto quello che sapeva a Lexy: le 13 energie arboree collegate agli animali, agli Dei e alle stelle dell'Universo, la cosmica medusa flessibile, contraibile ed estensibile.

                                       

Poi venne un terribile giorno.
Giulio Cesare aveva contrattaccato Vercingetorix e dopo molti scontri e tanti, troppi morti in battaglia i due comandanti si preparavano alla scontro finale presso la cittadina di Alesia, tra il popolo dei Mandubi.
Mancavano pochi giorni alla prova d’iniziazione di Lexy e Roisin decise di raggiungere ad Alesia suo marito.
Invano Lexy pianse tutte le sue lacrime, inutilmente Mirdin la supplicò di restare.
«Maledetta sia la magia rossa!» urlò Mirdin alla Luna triplice mentre Roisin svaniva tra le querce.
«Folli! Non bisogna prendere appuntamenti col destino, ma amarlo come si venera qualcosa più grande di noi!»
Strinse la mano a Lexy e davanti al fuoco le parlò della grande prova di domani.
«Lexy, non dovrai affrontare la prova dell’acqua e tuffarti da una cascata per recuperare un anello d’oro nel laghetto.
Quella è la prova dei mercanti.

                                                                             

Non dovrai affrontare la prova del fuoco o quella dell’aria o quella della terra.
Non dovrai saltare la fossa incendiata o salire sulle montagne innevato a prendere l’uovo dell’Aquila Reale.
Non dovrai andare nella sacra grotta dell’Arco nella Roccia per uccidere un orso tra i dipinti antichi dei primi Druidi.
Queste acrobazie sono per i guerrieri.
Dovrai viaggiare nella Quarta Dimensione.
Dovrai imparare che lo Spazio non è separato dal Tempo come il Corpo non è separato dallo Spirito.
Questo è il fondamento della magia viola e la base di quella verde e bianca.»

Lexy era bellissima, rivestita nella tunica porpora della neofita.
Scesero antichi gradini verso il fondo del nemeton e Mirdin la teneva per mano.
Poco distante balenava una fioca luce azzurrina.
Piano piano gli occhi di Lexy si abituarono al buio e la ragazza mise a fuoco una visione incredibile.
Sospesa a mezz’aria ruotava una scatola magica trasparente che voltava ad ogni angolo e si rivoltava in aria come un guanto.
Ogni suo lato era grande come la porta di una capanna.
 
                                                                            
« Questo è un cristallo spaziotemporale, Lexy, io lo chiamo l’ipercubo.
Lo vedi quel piccolo buco nero al suo interno, grande come il coperchio di una botte per il vino?»

                                                   
                                                      
Lexy non riusciva a parlare a causa dei prodigi a cui stava assistendo.
«Quella è una stella che è esplosa e si è ritirata dentro se stessa.
Collassando ha aperto un varco nello spazio-tempo ed ora è lì che ti stai dirigendo, Lexy, sei pronta?»
Lexy riuscì solo ad annuire.
«Dentro quel buco noi possiamo viaggiare tra le dimensioni del Tempo, bimba mia.

                                                                                

Il tempo è il terreno sul quale cresciamo e una volta che siamo fioriti ai bordi di quell'abisso possiamo andare Oltre, insieme.
Penso al continuum spaziotempo come a un sistema di autoperfezionamento multidimensionale in cui tutto ciò che è, è mai esistito o potrà accadere, si verifica simultaneamente.
Siamo immersi in una cosmica medusa, che si può schiacciare, stirare e storcere, e costituisce lo spaziotempo intorno a noi.
Ricordati: quando sarai dentro al buco nero dovrai solo seguire la mia voce, il filo del mio racconto e supererai la prova».
Detto questo, si portò dietro di lei e la spinse gentilmente dentro il buco nero.
«E ora, è tempo di saltare, Lexy.»
Lexy precipitò nell’abisso, urlando.
Poi cominciò a sentire le parole di Mirdin e cominciò a calmarsi, ascoltandole.
Le sembrò di volare come un albatro sopra la costa della Bretagna, era fuori e dentro, nel contempo, nella storia chiamata…

                                                   
           
                      
                                              

Duir era un giovane pescatore bretone che viveva su un’isola in cui tutti andavano a pesca, Lexy.
Viveva solo,  senza genitori, senza moglie e senza figli per aiutarlo, riuscendo a mantenersi da sé e a risparmiare un po’ di denaro per le offerte al tempio di Teutates e per le feste.
Un tardo pomeriggio, mentre camminava lungo la spiaggia, Duir vide alcuni ragazzi che giocavano con una piccola tartaruga. Il gioco consisteva nel colpire con un bastone il guscio dell’animale finché esso riusciva a spezzarlo e ad afferrarlo, dopodiché rivoltavano la tartaruga sul dorso.
Il gioco era molto divertente – per i ragazzi – finché non arrivò Duir infuriato.
«Che state facendo con quella piccola tartaruga, ragazzi?».
«È la nostra tartaruga… l’abbiamo catturata».
«State cercando di allevarla, o che altro?».
«È nostra. Non sono affari che ti riguardano».
«Mi sembrate dei commercianti: avete intenzione di venderla?».
Duir aveva soltanto alcune monete, ma non ci volle molto per invogliare i ragazzi. Dopo un attimo stavano correndo verso il villaggio, mentre Duir si dirigeva verso l’acqua. Vi immerse la tartaruga dicendole alcune parole gentili, dopo di che tornò a casa per cucinarsi un pesce per la cena.
La mattina seguente, Duir stava pescando come di consueto, quando udì una voce che lo chiamava per nome. Si era trovato da solo in mare abbastanza spesso per sapere che non è normale sentir chiamare il proprio nome quando non c’è nessuno intorno. Allora disse: «Chi è là?» con voce tranquilla.
La chiamata si ripeté, e questa volta Duir vide una grande tartaruga marina a una certa distanza dalla sua barca.
«Duir, sei convocato al Palazzo del Drago. Abbi la compiacenza di salire sul mio dorso».
«Chi sei tu? Che cos’è il Palazzo del Drago?».
«La regina Drago è riconoscente perché ieri hai salvato quella piccola tartaruga. Ha mandato me, che sono un suo parente stretto, per invitarti al Palazzo del Drago a ricevere i suoi ringraziamenti».
«Non ce n’è assolutamente bisogno. Digli che sono stato felice di aiutare una creatura così piccola. Apprezzo anche la tua premura nel venire a cercarmi. Grazie».
«Per me sarebbe una cosa molto imbarazzante tornare senza di te. Cerca di considerare in che posizione mi trovo».
Duir  non era esperto di faccende regali, ma era facile vedere le difficoltà che la cosa avrebbe provocato. Così accettò di salire sul dorso della tartaruga, anche se era ancora preoccupato di come avrebbe fatto a respirare una volta che la tartaruga si fosse immersa sotto la superficie.

                                

Questa preoccupazione lo abbandonò molto presto. Non appena aprì gli occhi, fu completamente sopraffatto dalla bellezza del mare. Per tutto il tempo che aveva passato su una barca in superficie, non si era reso conto di come il tonno e lo sgombro e il merluzzo sembravano nuotare liberi. Il fondo era coperto di coralli, anemoni, stelle marine, granchi e tante conchiglie e crostacei che non era in grado di riconoscere. Allora vide che la tartaruga marina lo stava portando verso qualcosa che sembrava un gigantesco cancello di corallo.
La struttura risultò essere proprio un enorme cancello di corallo. Le guardie sembravano essere in attesa della tartaruga e la fecero fluttuare attraverso il cancello. Il palazzo che si trovava al di là di esso era più grande e intricato di qualsiasi cosa Duir potesse comprendere o anche solo immaginare.

                          


Il palazzo nel mare, Lexy, era proprietà della potente Dea dell’Oceano.
Lei si era innamorata di Duir per il suo atto di generosità e anche lui s’innamorò a prima vista della sua indicibile bellezza.
Visse beatamente tra le sue braccia e le inenarrabili ricchezze del Palazzo del Drago per tre anni, quando un giorno lo assalì la nostalgia di rivedere casa sua, i genitori e i fratelli e chiese alla Dea di lasciarlo tornare a casa, promettendo all’amata di tornare presto.
Lei lo abbracciò forte e lo baciò.
«Va bene, non si può imprigionare il cuore. Ma prima di partire accetta un mio dono, e promettimi che non te ne separerai mai e non cercherai di vederne il contenuto.»
Dopo un istante mandò le sue ancelle delfini a fare i preparativi per il suo ritorno. 

Camminarono in silenzio un’ultima volta verso il grande cancello di corallo, e non appena Duir fu salito sulla tartaruga, la principessa gli porse un lucido cofanetto incastonato di pietre preziose, strettamente legato con una corda rossa.
«Non dimenticarti di me, Duir.
Conserva sempre questa scatola vicino a te e non aprirla mai. Questa ti farà sempre ricordare di me. Non dimenticarmi!».
Duir s’ inchinò e la ringraziò più volte. La tartaruga si avviò, ma si mosse più lentamente di quanto lui avrebbe voluto, finché il palazzo non sparì in lontananza.

Poi però la sua vista si annebbiò e ben presto si ritrovò sulla spiaggia della sua isola natale in Bretagna.
Pensò che fosse la sua isola… riconobbe le rocce che davano sul mare aperto, la curva della spiaggia e il tempio di Teutates non molto lontano.
Ma gli altri edifici vicino al mare non erano quelli che conosceva e molti erano completamente diversi da qualunque cosa avesse mai visto, non splendidi come il Palazzo del Re Drago, ma comunque in certo qual modo strani.
La sua capanna si trovava vicino al tempio, ma non c’era più.
Dopo un certo periodo di confusione, decise di chiedere a una vecchia che stava lentamente discendendo il sentiero nella sua direzione.
«Buongiorno, posso farvi una domanda? Stavo cercando la casa del pescatore Duir».
«Buongiorno. Che bel vestito che avete, straniero. Il pescatore Duir?
Quando ho sentito l’ultima volta questo nome? Mia nonna mi ha detto che sua nonna le disse di aver sentito la storia di un certo pescatore Duir, che visse proprio su quest’isola… quando?… circa trecento anni fa.
Un bel giovane, che però scomparve nel mare mentre era a pesca.
Tutti pensavano fosse annegato.
E’ strano che tu chieda di lui dopo tutto questo tempo.
Mi sembra di non averti mai visto prima… dove abiti? A mia nipote piacerebbe incontrare un bel giovane, ma non ne capitano spesso su questa isola».
Non aveva ancora finito di rispondere, che Duir la ringraziò e tornò alla spiaggia. Trecento anni!
Aveva abbandonato la sua casa per il Palazzo della Regina Drago, e aveva abbandonato la Dea dell’Oceano per… che cosa?
Si sedette sulla sabbia e pensò alla sua casa, ma si rese conto che neppure la più veloce delle tartarughe avrebbe potuto riportarvelo ormai.
Tirò fuori il suo lucido cofanetto nero e ricordò la gentilezza della regina Drago, che gli avrebbe dato qualunque cosa le avesse chiesto.
Nel palazzo non c’era quello che desiderava, la nostalgia per il suo tran tran quotidiano, ma anche quell’isola non aveva più niente per lui; forse la scatola conteneva qualcosa che avrebbe potuto aiutarlo.
Con difficoltà sciolse la corda rossa e alzò il coperchio.

                               


All’interno non c’era altro che una nebbia bianca, che si sollevò lentamente nell’aria.
La inspirò e sentì l’odore della stuoia nella sua capanna, il vento salmastro delle tempeste a cui era scampato, i pesci che aveva pulito, il vino che aveva offerto a Teutates… la scatola conteneva i trecento anni che Duir aveva perso, e quando li ebbe inspirati, diventò un uomo molto vecchio.
In pochi istanti i suoi capelli diventarono bianchi, il viso gli si coprì di rughe e il corpo divenne decrepito, finché egli cadde, morto, sulla spiaggia solitaria.

«E ora dimmi Lexy» la voce del mago risuonava oltre le gallerie intrecciate nello SpazioTempo «rispondimi se vuoi superare la prova e tornare da me nel nemeton, perché Duir ha sbagliato ad aprire la scatola della regina Drago?»
Lexy ruotava e si rivoltava nelle giunture del Tempo come l’ipercubo azzurrino e si sentiva persa nelle dimensioni e nello stesso tempo si trovava accovacciata in quella spiaggia bretone ad accarezzare il capo del povero Duir spirato.
Ad un tratto rispose:
«Il tempo della nostra vita fugge tanto più veloce quanto meno forte e denso è il nostro centro di gravità spirituale e esso invece fluisce più lento e meno rapace quanto più la nostra vita gli oppone una forza centripeta, un nucleo centrale di valori, un significato intorno al quale la nostra esistenza possa raccogliersi e avvolgersi…»
«come un filo intorno a un fuso. Hai superato la prova Lexy, vengo a prenderti.»
Lexy vide Mirdin arrivare dal tunnel spaziotemporale con una mano tesa.
L’afferrò per le spalle e la riportò nella grotta dei cristalli spaziotemporali, nel nemeton.
Appena arrivati le donò un fuso carico di filo rosso.

                                                       


Ora era anche lei una maga verde, bianca e viola, la futura gutuater del nemeton segreto celato nella foresta dei Carnuti.
Eppure il primo pensiero di Lexy fu per sua mamma Roisin, in pericolo, nella battaglia di Alesia.                              
     (2 - continua)

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