14/12/14

ANNA MISERY DEVE MORIRE? -scrittura creativa di gruppo-

di Mauro Banfi, Rubrus e Luce dall'ombra (per ora)

INTRO

- Cerco scrittori esordienti da "pubblicare" -

Nel più bel libro del Novecento, Misery, King racconta che la scrittura è nello stesso tempo l’esorcismo del male di vivere e un pericolo incombente di nevrosi, ossessione, paranoia (il tema riecheggerà anche in Shining e  La metà Oscura).
Il Re dello scrivere storie decide di scrivere sulle storie, impartendo una dura lezione di thrilling e ritmo ai tediosi teorizzatori della metaletteratura.
Il vecchio armamentario gotico viene rimpiazzato dai nuovi emblemi dell’orrore letterario: risme di carta, macchine da scrivere, matite Berol Black e ora tastiere, video, mouse.
“Scrivere non provoca tormento (misery) ma nasce dal tormento”, così recita un’epigrafe presa a Montaigne, a pagina 113 del libro in oggetto.
E allora, cara amica barra amico autore/lettore, ti propongo un racconto collettivo, o se sei freudiano e non marxiano (anche nel senso di Groucho), di gruppo (lo confesso, a me questa cosa del gruppo piace, piace…)
Orbene, sei prigioniero di una pazza, tale Anna Misery, un Angelo della Morte, un’infermiera professionista che ha fatto una strage di pazienti anziani col cloruro di potassio in varie cliniche pubbliche e private.
Si dà il caso che sia una tua ammiratrice: ha letto i tuoi post, ti ha voluto conoscere e ti ha invitato a casa (se sei donna fa lo stesso, i suoi gusti sono molto eterogenei, come capirai…)
Ti ha attirato promettendoti una lauta ricompensa (centomila euro vanno bene?) nella sua megavilla (si è fatta intestare il rogito da una delle sue vittime).
Che cosa vuole? Vuole che tu racconti una sua esperienza di vita, di quelle toste.
Qual è?
Lo capisci quando ti risvegli, dopo essere stato drogato dal suo prezioso thè con pasticcini, nel suo scantinato. Noti un’ascia e una sega chirurgica appoggiate su un tavolino d’acciaio. Lei si affaccia allo spioncino della tua cella imbottita insonorizzata.
Vuole che racconti la sua carriera criminale e ti passa sotto la porta un dossier sul massacro di anziani (ritagli di giornali e fotocopie delle cartelle cliniche dei defunti) che ha perpetuato negli ultimi cinque anni, in giro per l’Italia delle cliniche e delle ASL.
Ci sono anche dei video che mandano le grida dei telegiornali, i dibattiti dei talk show e i programmi della tivu del dolore, riguardanti le sue nefande gesta.
Se non lo farai, e bene, lei ti strapperà a uno a uno i vari pezzi del tuo corpo.
Se sarai un buon agiografo, te ne andrai a casa libero e con centomila euro, mah...
Bene, il racconto si sviluppa da qua, a noi il resto.
Se può ispirarti (ma se fai da solo è meglio), ti dico che questa è un’indagine narrativa sul cosa significhi essere uno scrittore oggi.
Oggigiorno che tutto è comunicazione e che il successo di questa comunicazione globale sembra aver ridotto la scrittura creativa a una pericolosa forma di non espressione, o meglio, alla comunicazione psicotica di Anna, l’Angelo della Morte.
Probabilmente, caro autore barra lettore tu, prima di conoscere Anna, scrivevi per esprimere le tue esperienze autentiche interiori, e tutto questo ti ha portato a incontrare il tormento dell’Angelo della Morte.
Ma quello che m’intriga è:
Quali sono ancora le possibilità della scrittura nell’era informatica?
Quali parti del nostro vero io restano coinvolte nella vocazione alla scrittura, mentre Anna ci amputa lobi e dita?
Quale corpo residuo o residuo di corpo possiamo opporre nella lotta alla mercificazione e alla prostituzione del nostro io profondo?
Buona scrittura a tutti.

- Scrivete come dannati, io sono la più grande assassina seriale della storia! -


La regola, una sola, per lo svolgimento del racconto è semplice semplice: si può partire a raccontare dalla situazione di base, o dalla narrazione di un commento/testo precedente, per analogia o conseguenza logica o quello che vuoi tu. Si può usare qualsiasi registro e qualsiasi genere d'espressione, anche quella saggistica: l'unica condizione è restare in sintonia con la situazione di base. Chi ne sente l'esigenza, può anche semplicemente commentare, - anche in modo critico ma rispettoso della persona dell'autore -, un testo creativo.
In corso d'opera vedrò se apportare un'altra struttura, per ora, via liberi così.
Occhio a Anna, buona fortuna e buon "piacere spaventoso".
VanessaDascarièmorta di Rubrus (Prima Parte)

Le dita di Gabriele Locatelli crepitarono sulla macchina da scrivere come una raffica di mitra, poi si fermarono, come se il colpo fosse andato a segno e fosse inutile spararne altri.
Macchina da scrivere, già.
All'inizio era stato uno strazio. Impiegava un'eternità e, alla fine, più della metà delle parole era sbagliata. Serie di “X”, come croci su un campo di battaglia, sostituivano le lettere digitate per errore.
Aveva imparato in fretta, però.
Aveva dovuto, a suon di bacchettate sulle piante dei piedi. Le mani no, quelle non glie le toccava. Gli servivano, anzi, le servivano. Un colpo con una verga di nocciolo sui piedi, però, era doloroso in modo sorprendente. La prima volta che Gabriele ne aveva ricevuto uno, lo stupore era stato quasi (quasi, badate bene) pari al dolore.
Vanessa Dascari è morta digitò ancora, altrettanto velocemente, ma badando a mettere gli spazi tra le parole. E, subito dopo: che Benny 3B possa crepare tra mille tormenti. Benny 3B, al secolo Beniamino Borletti della Babylon Books.
Colpa sua se si trovava in questo imbroglio. E poi di B, nel nome, ce n'erano solo due, o quattro, se si voleva tenere conto. Un altro dannato imbroglio.
«Non puoi giocare a fare lo scrittore eremita» gli aveva detto Benny «quella è roba che va bene per gli scrittori defunti, quelli che tutti scoprono quanto erano bravi dopo che sono morti, ma tu sei ancora vivo... be', più o meno, accidenti a te. E hai bisogno di soldi. E anche io, accidenti a me. Quindi se la baronessa Dascari Livraghi Delli Colli vuole organizzare un buffet per presentare il tuo libro, tu ci vai. Dici che vuol metterti in mostra come una specie di trofeo? Qualcosa del tipo “Ehi, guardate che bella testa di scrittore ho messo sopra il caminetto nel Salotto del Mecenate?. Be', ci vai lo stesso. Anche se ti tocca vestirti da criceto e metterti a correre dentro una ruota gigante» Poi ci aveva aggiunto quel suo sorriso lascivo. Per essere precisi, e usare le sue stesse parole, quel sorriso da “uomo di mondo”. «E poi dicono che sia un soggetto interessante. Lo sai anche tu che fa un sacco di volontariato, vero? Sì lo so, lo fanno tutti questi ricconi. Pare serva a comprarsi un biglietto “distinti” per il prossimo giro sulla ruota del Karma – o un posto in prima fila per il Gran Concerto d'Arpa sulle Nuvolette Candide, se preferisci. E senz'altro un bel po' di detrazioni sulla dichiarazione dei redditi». A quel punto il sorriso da “uomo di mondo” si era allargato e l'unica parola per definirlo era “lascivo”. «A lei dicono che piace farlo vestita da crocerossina».
Benny si vantava di conoscere gli uomini, ma era un altro imbroglio, come la faccenda delle tre B e i bilanci della Babylon Books – c'erano un sacco di “esordienti” e di “promesse” nelle scuderie della casa editrice ed erano loro che mandavano avanti la baracca grazie alla capacità di Benny di chiedere loro un “contributo” per le spese di edizione perché “il momento è delicato” e “se non sei tu, a credere in te stesso...”. Se non fosse stato per loro, la Babylon Books avrebbe pubblicato un solo libro avente per argomento il conto dei profitti e delle perdite e dal titolo “Profondo Rosso”.
Comunque la faccenda del “conoscere gli uomini” da parte di Benny era una bufala. Se avesse davvero conosciuto Gabriele Locatelli avrebbe saputo che una serata mondana con potenziali risvolti osé era per lui una specie di repellente – come invitare un imam a una Sagra della Porchetta.
Però Gabriele aveva davvero bisogno di soldi, su questo Benny aveva ragione e dunque... che Benny 3B possa crepare tra mille tormenti che Benny 3B possa crepare tra mille tormenti e, se non era stato abbastanza chiaro che Vanessa Dascari possa schiattare dopo una lunga, lenta, dolorosa agonia.
La soireè non era stata come Benny aveva profetizzato e neppure come Gabriele aveva temuto.
Era stata molto peggio.
La Dascari, che Livraghi Delli Colli e baronessa lo era diventata solo dopo il matrimonio (ma tanto i titoli nobiliari, nella Repubblica, non hanno valore e quindi è inutile stare a guardare per il sottile, no?) aveva portato in giro Gabriele per mezza serata, tenendo in mano una coppa di champagne come la fiaccola di un tedoforo e presentandolo come il giovane autore tanto promettente che tutti i suoi ospiti, dopo averne letto il capolavoro, non vedevano l'ora di conoscere.
Gabriele aveva ricambiato l'onore citando in continuazione dal suo libro frasi che mai e poi mai mai si era sognato di scrivere e ricevendone in cambio sorrisi, espressioni e cenni di ammiccante e compiaciuta intesa. «Oh sì, me lo ricordo bene quel passo... sa, noi uomini di lettere ci capiamo al volo, nevvero?».
Tra una presentazione e l'altra e tra una coppa e l'altra aveva fantasticato di essere un personaggio di Chandler, uno di quei detective dalle battute dure come pallottole, capaci di paragonare, improvvisando lì per lì, la silhouette tutta curve e promesse della Dascari alla litoranea verso il Messico.
Prima che i piedi, stretti nelle scarpe di vernice di fabbricazione cinese, si mettessero a fumare (la baronessa, invece, trampoleggiava sui tacchi come se calzasse pianelle), la scena gli era stata rubata dalla seconda attrazione del freak show: un'altra giovane promessa, del canto stavolta, scodellata dall'ultimo talent show di successo.
La Dascari lo aveva fatto sedere accanto a sé (“oh sì, è una poltrona del Settecento Inglese, ma tanto siamo tutti e due così magri, vero caro? E mi sa che il tuo è un dono di natura, mentre io sono perennemente a dieta... ecco, mettiti più vicino, tanto se stiamo stretti a te non importa, no?”) e, durante i primi minuti dell'esibizione aveva immaginato che sarebbe stato molto più comodo essere un personaggio di Ian Fleming, magari di quelli con la muta da sub sotto lo smoking.
Avrebbe potuto prendere la sventurata cantante sotto il braccio, rapirla, rubare un motoscafo e fuggire con lei sulle acque limacciose del Cusio fingendo di trovarsi sulla Costa Azzurra.
Invece, si era addormentato e, quando si era svegliato, si era accorta che la serata era andata infinitamente peggio di quanto temesse perché la Dascari non era vestita da crocerossina e la catena impiombata che gli stringeva le caviglie non avrebbe mai potuto essere scambiata, neanche per un istante, per un aggeggio da gioco erotico per ricchi annoiati e perversi.       

- continua -
         

- Kafka secondo Robert Crumb -

PRIMO INTERMEZZO
ti ringrazio Roberto, per questa tua densa gemma,

che consente agli amici autori dell'Isola di Rayba di potersi inserire sul tuo racconto permeato dal registro ironico, che fa da grande contrappunto al mio seguente registro iperrealistico.
Cerco ora di rispondere a qualche richesta di delucidazione che mi è pervenuta.
L'esercizio non ha particolari paletti regolamentari, si può usare liberamente il registro stilistico che si ritiene più consono.
L'importante è essere in sintonia con la situazione di base.
Essenzialmente è questa: che cosa rappresenta il simbolo di Misery?
Ognuno di voi deve rivolgersi alla sua esperienza profonda, sorgiva, di scrittore e lettore, dilettante o professionista fa lo stesso.
Il primo fenomeno che percepiamo quando avvertiamo l'urgente bisogno di scrivere è quello di raccontare una nostra esperienza interiore autentica, distinguendola da altre mediocri e banali. Attenzione, non si parla dei gesti del superuomo nicciano o dannunziano, quell'esperienza può scattare anche mentre si passeggia per il proprio paese portando a spasso il cane o si prepara un pasto caldo a qualcuno che conta nella nostra vita.
Narrare ci porta a contatto con quell'intuizione della nostra vita, del nostro modo di vederla, con il nostro Destino.
Ed è una cosa che ci prende talmente da diventare un ossessione.
Misery è quell'ossessione.
Ossessione, passione, idiosincrasia. Come la Misery del libro e del film di King veniamo in apparenza salvati da qualcosa che poi ci torturerà e provocherà ancora più tormento.
Il rischio per ogni scrittore è di diventare servo della propria nevrosi che si chiama Misery, pronti ad assecondarla in tutto e a celebrarla su ogni palcoscenico.
L'ossessione diventa qualcosa che dà una forma al nostro stile e alla nostra persona ma non ha un intento salvifico, la scrittura non è un surrogato di una confessione con un parroco o di una terapia psicoanalitica con un freudiano o junghiano o altro tipo di -ano.
Al contrario, è proprio scrivendo che tutti gli scrittori finiscono per consegnarsi inermi agli artigli dei dèmoni (e a volte demòni, purtroppo come la storia della letteratura ci tramanda) che li signoreggiano, finchè, posseduti, essi
 diventano quegli stessi demoni.
Ecco, vorrei che ognuno di noi parlasse della sua ossessione nello specchio di Misery per cercare di opporre a quella mutazione l'unica strategia di difesa possibile: la consapevolezza. Per cercare di diventare davvero noi stessi e non il nostro dèmone o demòne.
Buona (?) scrittura creativa a tutti
 

PIRANHAS di Mauro Banfi

Leggi bene e attentamente, Anna Misery, tu non mi fai paura:
so bene che con quello che vado a scrivere firmo la mia condanna a morte, ma non importa.
Potrai fare a pezzi il mio corpo ma la mia anima resterà una, resistente; certo precaria e fragile, tremerà e si rifrangerà come una pozzanghera nella bufera, mentre m’infliggerai sofferenza, ma resterò salda nel mio proposito di non confondermi nell’ombra come una macchia indistinta, come quel guazzabuglio di narcisismo e noia che sei diventata.
Come sai sono un’assistente sociale. Mi abbordasti su Neteditor, dopo un mio racconto su una cameriera che sognava di fare la ballerina, stuprata e uccisa da un branco di criminali. Io conosco il vero orrore della vita, la tua ridicola volontà di potenza mi fa solo pena e rabbia.
Come tutti i prepotenti e i politici sei solo una vigliacca; te la prendi con chi è più debole per non vedere il nulla che abita dentro te. Perché ti fa paura, perché è troppo faticoso averci a che fare, vero?
Pensi di fare il bene degli altri uccidendoli, senza nemmeno conoscere le loro storie e i loro affetti.
In realtà tu non sai niente degli altri, perché sei troppo occupata a rimirarti nel tuo orribile salone degli specchi.
Voglio raccontarti la storia di Giada, la madre di un ragazzino, Giovanni/Giuanin, ammalato di leucemia. L’ha presa nuotando nelle vicine, inquinate acque del Po.
Lei
è disoccupata e si occupava anche di sua madre che è stata ricoverata col trattamento sanitario obbligatorio.
Lo Stato l
ha abbandonata e non ha alcuna forma di reddito, e nessuna possibilità di lavoro.
Vive con l
indennità sanitaria per Giuanin.
Il suo ex, un alcolizzato, è in galera perché la gonfiava ogni giorno di botte e l’unica cosa che le ha lasciato è un acquario con una decina di
 pesci feroci, i piranhas, in salotto.
Il resto dei mobili
è stato sfasciato dalla sua furia.
Ogni settimana – il sabato - andiamo in clinica a prendere sua madre – si è scoperto che soffre di alzheimer – e l’aiuto a lavarla nella vasca da bagno.
Poi prepariamo la cena, diamo da mangiare ai piranhas e ci sediamo sul divano – l’ho rimediato seminuovo in una discarica – a parlare, io, Giada, il Giuanin tutto pelato e signora Ester che non ci riconosce più.
Ecco Anna Misery, io conosco le persone vere, quelle come Giada, che ogni sera prima di mettersi a letto piangono perché vorrebbero una vita migliore.
E non possono viverci per colpa delle persone come te, Anna Misery, per il vostro maledetto mondo dove tutto viene fatto per impulso e orgasmo per il consumo e il potere personale.
Sei come il veleno che ha ucciso il lurido fiume vicino alla casa fatiscente di Giada, come il tossico che mutato le cellule di Giuanin, come l’alcol che ha bruciato il cervello del marito di Giada quando la massacrava, come il cloruro di potassio che hai usato per stroncare delle anime. Vergognati!
Ma voi non vincerete, maledetti coglioni, e ti spiego perché.
In un triste pomeriggio piovoso Giada mi mandò un messaggino sul cellulare:
«Allora, vado nel fiume e ci salto dentro e penso a tutta la gente che potrebbe venirmi a dire che adesso devo uscire.»
E mi sono precipitata in macchina, mentre chiamavo il centodiciotto, e mi sono buttata nel merdoso Po, e l’ho afferrata per i capelli e l’ho portata a riva, l’ho rianimata e mentre tornava a respirare le ho urlato, abbracciandola:
« Cazzo Giada, adesso devi uscire da quella fogna, devi uscirne cazzo!»
Hai compreso, stronza, perché non puoi vincermi?

(racconto di Mauro Banfi) dedicato a Yannick Murphy
SECONDO INTERMEZZO


Questo esercizio di scrittura si basa sull'ascolto e il confronto col nostro Daimon di scrittori.

Il Daimon è qualcosa che ci afferra o contro la nostra volontà, come inibizione che c'induce a ritrarci nell'ombra e nell'indifferenza, o per nostra volontà, magari col desiderio ossessivo di possedere gli strumenti materiali e letterali che rendono possibile il suo realizzarsi.
In qualche modo comunque il Daimon si manifesta come vocazione, sia che restiamo nell'ombra a snobbare o a inveire contro Mauro Banfi che ci propone di confrontarci con questo Potere scomodo che fingiamo inutilmente di capire con la ragione e la "normalità", fastidioso da guardare in faccia; sia che sentiamo l'impulso irresistibile a confrontarci con Esso, in modo quasi sensuale e fanatico. Comunque il Daimon, come la Misery metaforica ci mette di fronte le richieste del nostro Destino trasmutato, trasposto per metonimia in carattere ed eventi esistenziali.

La verità è che c'è una specie di piacere masochistico nella sofferenza della scrittura:contemporaneamente la odiamo e ci fa godere.

Per molti stare seduti soli ina stanza a cercare una maniera per esprimere certe esperienze interiori che difficilmente gli altri possono condividere e comprendere è un inferno.
Per quelli come noi è l'anticamera dell'orgasmo e della valle dell'Eden.
Narriamo questo Mistero.
Abbi gioia


Vi presento la mia Misery di Luce dall'ombra

Quando emerse dal buio senza appello in cui Anna Misery l'aveva precipitata per la seconda volta, la domanda era ancora lì: "Perché ha scelto me?"
Nello scantinato tutto era identico a ciò aveva trovato al primo risveglio, cosa che escludeva la possibilità di un incubo. Un incubo non dura tutta la notte e sopratutto non ci si sveglia due volte dallo stesso sogno continuando a sognare. Il suo cellulare era sparito, la frusta, l'ascia e la sega chirurgica erano ancora appoggiate al vecchio bancone mangiato dalle tarme, la porta con lo spioncino dotato di sbarre chiusa, il circuito elettrico funzionate. Maledetta porta: aveva di nuovo provato ad aprirla e preso un'altra scossa, restando a terra a tremare come un coniglio.
E questo era: un coniglio all'angolo.
Il corpo dolorante e le fitte che le attraversavano la testa parlavano chiaro: non lo stava sognando, l'incubo. Lo stava vivendo. Un'esperienza terrificante.
Cercò di mettere a fuoco ogni particolare, nel tentativo disperato di capire cosa stesse succedendo: Anna Misery l'aveva contattata prospettandole l'opportunità che la sua passione semi segreta potesse diventare, almeno in un’occasione, un lavoro ben retribuito. Lei era stata così felice da non pensare ad altro per tutti i giorni che mancavano all'incontro. Che il suo nome fosse lo stesso della misteriosa committente, al momento le era parso - più che un'inquietante coincidenza - un ottimo auspicio. LEI, proprio lei era stata la prescelta fra migliaia di anonimi aspiranti scrittori dispersi nella rete: Misery aveva detto di essere stata colpita dal suo pseudonimo non meno che dai suoi scritti, prima di chiederle quale fosse il suo nome nel mondo reale.
- Mi chiamo Anna Banfi.
- Oh, ma guarda, ti chiami come me! Un nome, un destino?
Alla luce di com'era andata solo pochi giorni dopo Anna si malediva per la sua dabbenaggine.
Come aveva potuto credere alle parole di quella pazza?
Perché che fosse pazza era, allo stato delle cose, la sua unica certezza.
 
Il giorno prima Anna Misery - prodiga di grandi sorrisi -  l'aveva ricevuta facendola  accomodare nel salotto della villa ottocentesca in cui viveva.
Era una donna molto pi
ù alta di lei, imponente, vestita alla moda, una donna dallespressione impenetrabile che si muoveva con eleganza, seppure come marcando il territorio ad ogni passo. Sembrava, infatti, toccare tutto con lo sguardo, mentre le parlava.
- Del resto... è a casa sua, aveva pensato Anna, (sentendosi all'improvviso "l'altra Anna" ) -
È a casa sua e lo ribadisce agli ospiti. Strana donna. Ha tanti soldi, compra ciò che vuole, e ora vuole che scriva la sua storia.
 
"Signora Misery - aveva chiesto allora - io non la conosco, potrebbe intanto anticiparmi qualcosa? Di che si tratta ? Sa, per iniziare a farmi un'idea..."
Era stato a quel punto che avevano preso il the. Coi pasticcini, come due  signore perbene di mezza età, quali all'apparenza erano. Ma al terzo pasticcino Anna Banfi era precipitata in un buio senza fine. Al risveglio, nello scantinato della follia, aveva sperato di sognare, ma l'illusione era finita presto, bruciata dalla scossa elettrica che l'aveva attraversata appena toccata la porta.
Perché in quel momento vedeva solo la porta.
Aria....uscire....uscire...uscire...
Si era ritrovata buttata lì, sola, niente borsa, niente cellulare, niente di niente. Lo scantinato non aveva finestre e lo spioncino della porta, un quadrato attraversato da due sbarre di ferro nere, ricordava un carcere.
D'un tratto, in mezzo alle sbarre, era apparso
  il volto di Anna Misery che la fissava.
L'espressione incolore degli
  occhi vuoti testimoniava la sua follia: in quel preciso momento aveva capito di essere  prigioniera di una pazza.
Non aveva fatto niente. Non aveva urlato, n
é supplicato, né chiesto. Era rimasta in attesa, immobile, come fanno le prede che si fingono morte. Misery era entrata, dirigendosi verso di lei con un fascio di fogli fra le mani. Mani grosse e bianche dalle unghie laccate di rosso piene di anelli vistosi.
"Ecco! - aveva esclamato trionfante – leggi, guarda!! Tutti devono capire! Tutti devono conoscere la mia grandezza!”
La sua grandezza? Ma quale grandezza ?
Aveva preso il mucchio di fogli che l'altra le porgeva imperiosa: cartelle cliniche. Tante cartelle cliniche. Ne
  aveva aperto una a caso: riportava i dati di una donna di 80 anni deceduta per polmonite. Anche quella dopo parlava della morte di una persona anziana, come tutte le altre. Cosa pretendeva da lei? Nonostante la paura doveva capire. Sapere.
- Cosa vuole da me?
- Come sarebbe cosa voglio ? Devi scrivere, perdio! Ti ho scelta per questo! Sei brava, no? Hai avuto la presunzione di ritenerti una "luce dall'ombra", perciò dimostralo: fai uscire dall'ombra ME, rendimi giustizia, descrivi al mondo la mia grandezza! - nel dire questo Misery l'aveva fissata con cattiveria. Il suo sguardo non era più vuoto. Al contrario, era uno sguardo duro, determinato. Lo sguardo di una persona disposta a tutto.
- Ora - aveva detto - ascoltami bene: io ho fatto il lavoro, ma sarai tu a scrivere per me, e lo farai mettendoci l'anima, lo farai con forza, lo farai con convinzione, lo farai come IO ti dico…e se sarai abbastanza brava, avrai la giusta ricompensa.
- Che sarebbe?
- Una morte indolore.
Anna era caduta in ginocchio davanti al bancone, piegata in due dalla consapevolezza della scelta che l'attendeva: riuscire a scrivere il falso per morire senza dolore, o scrivere la sua verità e morire dilaniata dalla sofferenza.
Poi Misery era uscita, per comparire pochi minuti dopo con altre prove del suo grandioso operato: necrologi e ritagli di giornali che parlavano degli "angeli della morte".
Una definizione del cazzo: cosa c’è di angelico nell’ammazzare la gente ?
- Non posso farlo - aveva detto, abbassando la testa davanti all’enormità del male in forma umana che la sovrastava. Era stato allora che Misery l’aveva presa a frustate:
- Tu, piccola schifosa, tu scriverai, SCRIVERAI QUELLO CHE VOGLIO IO COME LO VOGLIO IO e scriverai fino a farti sanguinare le dita, se non vuoi provare la sega o l'ascia, dopo la frusta...Ti è chiaro il concetto, presuntuosa cretina? - erano state queste le ultime parole arrivate alla coscienza di Anna, prima che un paio di calci marcati Prada la precipitassero di nuovo nel buio.
Si era svegliata dopo…quanto? Stava perdendo la cognizione del tempo. La schiena le faceva malissimo. Anche la testa continuava a martellare senza tregua e certo la seconda, tremenda scossa elettrica che l'aveva appena gettata a terra non migliorava la situazione. Quando fu in grado di alzarsi e ricominciare a guardarsi intorno, Anna si accorse che sul bancone, accanto al "materiale" su cui lavorare - le cartelle cliniche, i ritagli di giornale e una vecchia Olivetti -  era comparso un piatto di lenticchie.
Lenticchie?
Non era l'ultimo dell'anno, non vedeva il nesso biblico e, a maggior spregio, le lenticchie non le piacevano. In ogni caso mangiare era l'ultimo dei suoi pensieri. Tuttavia, per assurdo che fosse nel contesto generale, cercò di ricordare la vecchia faccenda della primogenitura di Esaù, che aveva scambiato i suoi diritti per un piatto di lenticchie.


"Ma come?" - aveva chiesto da bambina a sua madre - gli piacevano così tanto?"
"No tesoro, ma aveva una gran fame." Era stata la risposta, quarant'anni prima.
E lei, si trovò a pensare, quanta fame aveva lei, e di cosa soprattutto?
Perché proprio un piatto di lenticchie? Era un caso, un altro esito della follia, o doveva leggerci un messaggio? Cosa era disposta a barattare, sapendo di morire comunque?
Il dolore l’accompagnava, sordo ma costante. Era ancora viva, ma per quanto?
Sopra ogni altra restava sempre la stessa domanda: perché proprio lei, che non era nessuno?
Lei che diceva mi scusi anche quando la urtavano gli altri, lei che nelle vie strette cedeva sempre il passo per prima e che spostava persino le lumache, perché non le schiacciassero. Lei che aveva scelto di chiamarsi Luce Dallombra solo per ricordarsi che nessun buio è per sempre, e che il sole c'è anche dietro le nuvole, perché aveva bisogna di speranza… non certo per la narcisistica volontà di potenza che La Pazza le aveva attribuito. Ma tutte queste considerazioni non potevano nulla. Essere una brava persona non l'avrebbe salvata dalla morte.
Prese tempo. Fuggire era fuori discussione: non c'erano finestre e l'ambiente era insonorizzato. Aveva già urlato a pieni polmoni, ma l’unica risposta era stata il silenzio.
 
Silenzio.
E Ancora Silenzio.
Doveva agire in qualche modo.
Si avvicin
ò alle cartelle e ai ritagli di giornale sparsi sul bancone tarlato.
Marcoré Adelina, di anni 78, infarto. Imparato Giulio, di anni 67, trombosi. Bindi Elena, di anni 80, polmonite. Le cartelle…e poi i giornali:  È venuta a mancare la nostra cara sorella...ne danno il triste annuncio... Denunciata dai familiari la clinica privata Villaba per sospetto omicidio colposo ai danni di Ilda Guerini, ricoverata per una semplice frattura.
Anna scorse  le cartelle cercando le corrispondenze fra i nomi dei pazienti, i necrologi e gli articoli. Era come stilare la lista dei morti. Un delirio...immersa nel silenzio surreale che la circondava, il mantra ossessivo degli ordini urlati dalla Pazza le spaccava la testa.
Tu scriverai! Scriverai!!!
Mise per terra,
  in un angolo della stanza, il piatto di lenticchie, tanto per sgombrare il tavolo, ma subito dopo le venne da piangere. Non avrebbe mai voluto farlo, piangere non serve e non aiuta, lo sapeva bene, ma non riusciva a smettere. Era in trappola. 
- Non sento battere sui tasti, frignona!! -
La voce di Misery che urlava dallo spioncino la colpì come un'altra frustata: era chiaro che l'avrebbe ammazzata, restava solo da sapere quando.
All'estremità di quella tavola della morte guardò la vecchia macchina da scrivere che nessuno avrebbe mai più usato, a meno di esserci costretto. C'era anche una sedia di legno massiccio, e una grossa risma di carta. Si sedette, infilò un foglio e avvolse il rullo.
Seduta di fronte al foglio bianco, stordita dalla paura e dalla consapevolezza di non riuscire a scrivere che la sua verità, iniziò a battere sui vecchi tasti, al solo scopo di ingannare la sua aguzzina almeno per un po'.
Non posso farlo. Non posso farlo. Non posso farlo. Non posso farlo. Non posso farlo. Non posso farlo. Non posso farlo. Non posso farlo. Non posso farlo. Non posso farlo.
- Attenta a quello che scrivi e a come lo scrivi, Luce dei miei occhi... –
La voce dell’orrore era un sussurro carico di sarcasmo, al di là della porta.
Ma dopo i sussurri, le grida:
- Ricordati quel che ti ho detto, io non sono l’angelo della morte, IO sono la DEA!
Gli angeli non sono niente, servi di un Dio incapace …. IO soltanto ho saputo liberare la terra da questi individui malati, inetti, inutili, da questi pesi!!
  Sai quanto ho alleggerito le casse disastrate della sanità, e sai quanti sospiri di sollievo ho sentito dai parenti,  grati che i loro vecchi avessero smesso di dar noia  finalmente! -  E con quegli occhi a cocker poi, sempre a implorare di comprendere la sofferenza, il fastidio quasi, di essere ancora al mondo..
 
Due interlinee e una serie di punti
…………......................……………………………………………………
A capo:
 
Non voglio farlo. Non posso farlo. Non voglio farlo. Non lo farò.
Si girò appena verso la porta. La Pazza, dentro al riquadro dello spioncino, non c’era più.
Non voglio farlo non voglio farlo non voglio farlo non voglio farlo non voglio farlo non voglio farlo non voglio farlo non voglio farlo non voglio farlo non voglio farlo non voglio non voglio
Batteva sui tasti la sua disperazione e continuò finché le lacrime, che le rotolavano sulle mani, bagnarono le dita al punto di farle scivolare via dai tasti. Alzò le braccia per asciugarsi il viso passandoci sopra le maniche del cardigan. Era nuovo, l’aveva comprato per l’occasione.... Sentiva dentro le vibrazioni  di ogni singolo dolore, ma la cosa peggiore era la paura, che continuava a dilaniarla. Tremava. Si alzò, mettendosi a camminare in circolo per tentare di calmarsi e raccogliere le idee.
- Beh, hai già finito con la prima cartella, Luce dei miei occhi ? lorrore, di nuovo
-
 NoSto pensando.
-
 Ci vorrà molto?
-
 Il tempo necessario. Scrivere è un lavoro duro.
-
 Ah sì?
-
 Sì.
Tornò sui tasti della vecchia Olivetti, ma poco dopo lo sbattere  improvviso della porta che veniva chiusa alle sue spalle la immobilizzò in un grumo di terrore congelato. Non si mosse. Misery la raggiunse, fermandosi dietro di lei: avvertì la mano sinistra della Pazza serrarsi come un artiglio sulla sua spalla. Nella destra  impugnava un coltello: glielo puntò alla gola.
- Vediamo come procede lopera, mia cara   il tono, basso, era di scherno; le tolse la mano dalla spalla e sfilò il foglio; la punta del coltello premeva sempre di più. Pochi secondi dopo l’esplosione di rabbia:
- Brutta stronza, che cazzo hai scritto? Pensi di potermi prendere per il culo? Che cazzo scrivi, eh, che cazzo scrivi?
Accartocciò il foglio e le strinse il braccio intorno al collo. Anna sentì il coltello che scendeva sotto la linea della mandibola, come a voler aprire la pelle delicata della gola dall’orecchio destro fino al mento. 
Ecco - pens
ò - è finita...
Era certa che le avrebbe staccato la testa, ma Misery, dopo aver passato e ripassato la punta della lama
  con sempre più forza sulla gola, mollò la presa e le dette una spinta facendole  sbattere la testa sul bancone. 
E ora disse mentre si allontanava - vedi di scrivere le cose giuste nel modo giusto.
E mangia! – urlò ancora dallo spioncino – le lenticchie sono per te!”
Anna rimase a tremare e a piangere a lungo, prima di riuscire a guardare di nuovo quella massa di fogli. Non avrebbe mai potuto scrivere la gloriosa storia di Anna Misery - la Dea-che-sgombra- il- mondo- dall’inutile-. E probabilmente sarebbe morta per questo.
Che Misery avesse lasciato a portata di mano un’accetta potenzialmente letale costituiva solo una provocazione: le sue mani tremavano, le braccia erano prive di forza, la mente piena solo di paura…. in quelle condizioni non poteva fare nulla.
Lei non era nata per uccidere. Riusciva a malapena a difendersi, e neanche sempre…
Ormai non aveva più lacrime. Si stropicciò gli occhi gonfi, brucianti, trafitti da mille spille invisibili che li laceravano dall’interno, occhi che rimandavano immagini sempre più sfuocate e incomprensibili, occhi che non volevano vedere il Male, ma il Male era lì, davanti a lei, nel racconto di troppe vite che non c’erano più e nella lama di un coltello affilato pronto a sgozzarla.
Riaprendoli scorse una mosca che camminava lungo una cartelletta più piccola delle altre; avanzava con calma lungo il dorso in cartoncino azzurro fuoriuscito da una cartella clinica più grande – forse per questo non l’ho vista prima – rifletté Anna.
Allungò il braccio e rimise gli occhiali per esaminarla meglio da vicino. Nella cartelletta azzurra, in mezzo alle solite scarne notizie ospedaliere, trovò una lettera.
Che ci faceva lì? Era una lettera scritta a mano, dalla grafia chiara e sottile, il tratto fermo, firmata solo
  la tua alunna allora e sempre
Di chi era? Di una donna, certo, ma rivolta a chi? Forse alla stessa persona della scheda, deceduta, quindi uccisa dalla sua carceriera con la solita fiala di potassio o di morfina?
 
Magari la lettera non aveva a che fare con la cartella. Forse era finita lì dentro per caso, dopo essere stata persa nell’ospedale o nella clinica, dove era stata portata a chissà chi…
  
Forse il destinatario era ancora vivo. Oppure no
Cominciò a leggere:
Maestro adorato, mio mentore e amico,
quanto tempo è passato dal giorno in cui mi raccattasti per strada, bambina randagia senza domani, piccola ribelle che non sapeva parlare se non per insulti e imprecazioni, l’unica lingua appresa  fin lì…. sono passati anni, decenni, ma non ho mai dimenticato la tua dolcezza, la tua pazienza, la fiducia nel potere delle parole, né dimentico che sono stati i tuoi insegnamenti a darmi un futuro, a salvarmi dalla mancanza di un senso. 
Dicevi sempre
  che niente esiste senza nome e che bisogna conoscere  le parole giuste per  tutte le cose, se vogliamo tentare di comprenderle.
Un giorno chiesi: “E se le parole finiscono ?” e tu: “Ne inventeremo di nuove”.
 
Oggi ho saputo, per caso, del tuo ricovero. Qualcuno mi ha detto “Sai, il nostro vecchio maestro è all’ospedale, pover’uomo, certo, è molto anziano ormai…” Che grande dolore.
Ho pianto tanto, ho pianto come una bambina…quanto vorrei davvero esser capace d’inventare delle parole nuove, almeno una, almeno grazie, che il vecchio “grazie” non sarà mai abbastanza per dirti quanto hai fatto per me.
Invece sono qui senza parole.
Ho preso un foglio stropicciato dal fondo della borsa, che questo, soprattutto mi hai insegnato per la vita: quando ti scoppia il cuore, scrivi.
Perché, perché, perché non posso inventare una parola nuova così bella, così potente, così grande da farti aprire gli occhi, mentre ti guardo in questo letto d’ospedale dove giaci bianco nel bianco, esangue, ma più puro che mai?
Non stanno nell’Olimpo i veri eroi, sono qui, sono persone come te, persone che hanno amato e dato così tanto e che poi dicono “ho fatto solo il mio dovere”. Tu sei il nostro maestro…
Da adulta a volte, guardando indietro, l’immagine di te sfumava in quella del quadretto votivo appeso sopra il letto di mia figlia, dove un Gesù attorniato dai bimbi dice “Lasciate che i piccoli vengano a me, perché loro è il Regno dei Cieli”
Non sono credente, ma mi hai insegnato la speranza. Non sono buona, ma mi hai mostrato la bontà. Non sono nessuno, ma grazie a te ho potuto credere in me stessa…
Passano le infermiere, una trattiene appena  un sorrisetto di compatimento, mentre continuo a guardarti, a scrivere e a pregare se solo ci fosse un Dio!
Non morire, ti prego, non morire.
La lettera finiva così, con quell’implorazione muta che era un grido di dolore.
Non avrebbe mai saputo a chi era diretta, o come fosse finita lì, ma era certa di sapere chi fosse l’infermiera che aveva riso di fronte alla disperazione della vecchia alunna.
Rilesse la lettera una seconda, una terza, una quarta volta. Poi si alzò dalla sedia.
Ora sapeva cosa fare.
“Miseryyyyy….Misery io muoio, ma non sarai tu ad uccidermi, hai capito, non sarai tu!!”
L’urlo e il colpo che l’aveva seguito erano stati così forti da essere avvertiti con chiarezza anche al piano di sopra, ben oltre lo scantinato. Anna Misery si chiese cosa stesse succedendo alla sua nuova, ultima preda, quella mezza sega tremante di paura che non aveva ancora scritto una sola riga utile. Sperò soltanto di aver capito male, che non si fosse davvero lanciata contro al portone elettrificato per suicidarsialtrimenti avrebbe dovuto cercarne unaltra per fare il lavoro, e non ne aveva proprio voglia. Si alzò dal divano per scendere a controllare.
Aprì la porta: la visione di Anna Banfi buttata per terra e accartocciata su se stessa come un mucchio di stracci informi in mezzo alla stanza la fece imbestialire. Era morta fulminata ?
Per verificarlo si avvicinò, piena di rabbia, al corpo immobile della sua prigioniera.
L’aveva quasi raggiunta, quando quello stesso corpo si riscosse con un guizzo velocissimo, precipitandosi verso la porta, che aveva lasciato aperta, e che ora veniva chiusa alle sue spalle.
Tutt’intorno una profusione di fogli sparsi e, poco più in là, a terra, la vecchia macchina da scrivere coi tasti per aria. Non l’aveva notata, prima…
Anna Banfi non tremava più. Il lancio della Olivetti contro la porta era stata un’ottima idea.
Ne andava fiera.
 
Lei non era nata per uccidere,
 ma ritenne che lasciare Misery a crepare nel suo scantinato fosse un bene per l’umanità.

(racconto di Gabri alias Luce Dallombra)

LETTERE TRA AUTORI


Da Mauro a Luce dall'ombra.

Cara Luce, lo confesso, sono molto emozionato.
Ho letto tre volte questo racconto e altre tre volte lo leggerò, ma davvero tre volte grazie, perchè raramente mi è capitato che qualcuno comprendesse nel profondo che cosa tento di fare col medium litweb.
Hai scritto non per me (non me n'è mai importato niente di me), per la gloria della rubrica o per altre sciocchezze vanagloriose o banausiche, ma per scendere nel profondo di te stessa, e certo, che persona e che grande anima hai dimostrato di essere!
Quanta bellezza nel tuo manifestare la difficoltà dell'essere umani, quella lettera nel racconto, quel correlativo oggettivo e metaforico del piatto di lenticchie:
 
non vendersi per un piatto di lenticchie, già, è questo il succo della vita e dell'arte creativa, almeno per chi pensa che la dignità abbia ancora un senso nel nostro mondo.
E come se non bastasse, vai anche nel fondo della terapia delle storie. Perchè scrivere ci fa sentire meglio?..., se lo facciamo per ritornare a guardare con equilibrio dalla finestra le cose del mondo e non per lo specchio incrinato e appannato del nostro Ego o per Madre Materia Anna Misery.
Il punto è che tutti sappiamo di avere qualcosa che non va, il fatto di nascere ci ha comportato un difetto d'origine che tutti (molti inconsapevolmente, troppi) sappiamo che ci portiamo dentro come un peso di piombo. E la maggioranza degli uomini non sa che cosa sia sto peso, per questo servono gli scrittori come il pane.
Tutti vogliono confessare questo loro peso e tutti vogliono che la loro confessione sia catartica, tranne quelli che fingono di non essere coinvolti con quel male d'origine, e sono quelli che mettono in atto quel male. Facendolo pensano di liberarsi di quel peso, di non essere coinvolti con quella tara, di sentirsi impuniti e non colpevoli per insufficienza d'indizi o per eliminazione diretta di chi ricorda loro la loro criminale ipocrisia o la loro follia di sentirsi Dio.
Qua sta la terapia: il vero scrittore è uno che ha confessato di essere coinvolto e colpevole e cerca di spingerci, spontaneamente, senza violenza, a confessare.
A leggere questo tuo capolavoro che potresti estendere nella forma di un racconto più lungo mi hai spinto a confessare, e mi sono sentito più uomo, colpevole e coinvolto nella grande famiglia del genere umano.
Tre volte grazie ancora, ci ritornerò ancora, su questa gemma che brilla nell'oscurità.
Abbi gioia, questo tuo momento narrativo difficilmente lo scorderò

Da Luce a Mauro: 

Mi sento un pò in imbarazzo...
non sono abituata e non cerco complimenti, ma voglio ringraziarti per le tue parole, caro Mauro, mi piace tanto scrivere, cerco di farlo bene ma il tempo è poco, e c'è sempre il problema che quando mi prende il dèmone, come dici tu, vivo in un altro mondo e questo  può creare non pochi problemi.
Io non so come mi nascono le storie, e questo grande mistero è la cosa che più mi affascina, quando scrivo non so mai dove andrò a parare, e scopro ogni volta che la storia non è mai come l'avevo pensata all'inizio. Il piatto di lenticchie, per esempio, è apparso sul bancone all'improvviso,  ma quando l'ho visto ho capito cosa era venuto a fare...
stessa cosa per la lettera al maestro, che si è scritta da sè,  mi tremava lo stomaco mentre la scrivevo...eppure non ho mai avuto un maestro !  Ma è una disperazione per tutti noi, quando muoiono i maestri, quelli veri, quelli che a qualunque titolo ci hanno fatto capire cosa è davvero importante e in questo modo ci hanno salvato dalla mancanza di senso.
Garzie ancora Mauro, è bello sapere che hai capito!
gabri 

TERZO INTERMEZZO

  
Giunti a questo punto, faccio una riflessione psicologica in mezzo a questa grande energia creativa che abbiamo smosso, e davvero quante storie potrebbero seguire i nostri racconti!
Vedo emergere due dinamiche:
Possiamo davvero rinunciare alla parte maledetta della scrittura, quella tiranna Misery dentro di noi che si prende sempre una terribile vendetta per ogni tentativo che faccio per eluderla e sgusciarle via, per ogni mio accontentarmi e dimenticare la narrativa, per ogni pormi allo stesso livello di chi non scrive e non legge, per ogni stimabile e rispettabile e laboriosa borghesissima attività lucrativa, che tende a distogliermi dalla nostra cosa principale? Ah Misery, se la ride di ogni virtù "buona e utile" che voglia difenderci contro la ferocia e la durezza di questa nostra responsabilità più propria.
Questa è la verità: la malattia è la risposta ogni qualvolta cerchiamo di dubitare del nostro diritto al nostro compito di creare storie, sopratutto quando iniziamo a farci le cose più facili e obliate su questo tirannico e fatale punto.
Strano e insieme spaventoso, sorella e fratello! I nostri scantonamenti dal compito
 sono ciò che dobbiamo scontare nel modo più duro! E già!
E se vogliamo ritornare alla convalescenza e alla salute psicofisica non ci resta alcuna scelta: dobbiamo caricarci più pesantemente di quanto lo fossimo mai stati prima...e cercare di creare ancora meglio e di più...
Altro problema: la scrittura ci aiuta davvero a conoscerci meglio? Davvero realizza ilconosci te stesso di Socrate?
No, sorella e fratello, non lo credo, l'osservazione di sè col medium narrativo è ben lungi dal bastare per conoscere se stessi: abbiamo bisogno dell'autonomia della storia e dell'indipendenza "altra" dei personaggi, perchè il passato continua a scorrere in noi in cento onde; noi stessi infatti non siamo se non ciò che in ogni attimo sentiamo di questo fluire. Il futuro è solo il lavoro della morte, che ci ricorda che non apparteniamo fisicamente all'eternità, ma possiamo solo presentirla immaginando.
No, il conosci te stesso di un vero scrittore è una prova iniziatica ai confini del terrore e della morte, un divenire familiare con i dèmoni, un dischiudersi ad essi e ascoltarli, restando aderenti alle loro azioni in Immagine, cioè conoscerli e distinguerli dai pericolosi demòni.
Vi sono cose nella nostra anima che non sono prodotte dall'Io forte che va a lavorare e paga le tasse, mangia, caga e chiava, per produrre, consumare e crepare.
E queste
 Cose, come Misery, si producono da sè continuamente, e hanno una vita propria.
Benefiche, terrificanti, mediatrici,
 erotiche, voci di guida e di ammonimento e di smarrimento.
Cose situate nel terzo regno del
 COME SE.
Non sono allucinazioni da funghi psicotropi e non sono finzioni metafisiche teologiche.Non sono i fatti e i calcoli della scienza e non sono gli oltremondi dei fondamentalismi laici ed ecclesiastici.
Non sono concrete e non sono astratte, è
 come se esistessero.
In realtà apaprtengono a una quarta dimensione che interseca le altre tre.
Per questo Anna Misery non può morire, può solo essere vinta trasformandola in metafora, in come se.
Abbiate gioia.

QUARTO INTERMEZZO CON UN'ESORTAZIONE

Ma Anna Misery chi è per voi?

O meglio, per ciascuno di noi? Azz...quanta carne al sacro fuoco/furore della scrittura, caro Mauro, temo che  non riuscirò a risponderti in modo coerente, come vorrei, perchè in quel caso ci vorrebbe troppo tempo e ho Travis che mi chiama imperioso dall'altra parte, nel frattempo (e a chi interessa Travis vada a vedere su http://stranestoriebrevi.blogspot.it il progetto ROOM)
Dunque, intanto un appello a Rubrus: dov'è il resto della storia? madame Vanessa Dascari non me la vorrai mica lasciare a torturarti per niente ?? Devo sapere! :)
A seguire un appello agli altri autori dell’Isola di Rayba: sono sorpresa del fatto che abbiamo accolto (finora) solo in due, oltre a Mauro, questa splendida sfida, eppure siamo scrittori, o presunti tali, scribacchini perlomeno, come dico sempre io, in ogni caso persone che si presuppone si interroghino sul valore e sul significato della scrittura. O no? E allora, chi è Misery per ciascuno di noi?
Devo dire che probabilmente, per quanto il mio racconto sia anche abbastanza riuscito, avevo travisato il senso della Misery di Mauro, che per me era solo la personificazione dello scrivere il falso, per motivi di lavoro (come nel mio caso, odio dover mettere insieme delle comunicazioni "promozionali" ma devo farlo per la pagnotta...) o per altri (vanagloria, inganno intellettuale  a qualunque titolo)  tanto che, almeno nella mia rosea fantasia, me ne sono liberata...
Pensandoci meglio, però, a una rilettura attenta sia della presentazione che Mauro ha fatto dell'iniziativa, sia dei sui commenti ho capito che Misery, se la intendiamo come spinta a capire, a conoscere, a scrivere scindendo il vero (il nostro vero) dal falso, non deve morire anzi non può morire neanche se cerchiamo di farla fuori con tutte le nostre forze. Io l'ho messa da parte spesso, nella mia vita, l'ho proprio ficcata nello scantinato ma a quanto pare non sono mai riuscita a buttare via la chiave...
E quindi, ditemelo: perchè scriviamo? Solo per celebrare noi stessi, per misurare la nostra bravura, per dare al mondo un'altra immagine di noi, per liberarci di un peso, per fare autocoscienza, per capire, per istruire, per ricordare, per convincere, per conoscere noi stessi (e qui sono d'accordo con Mauro, scrivere non basterà...niente basterà) per sfidare i nostri demoni sfuggendo al nostro demonio ? O solo per raccontare storie? E se è questa la risposta (lo è, per quanto mi riguarda) che storia vogliamo raccontarci e raccontare, e perchè?
Pensa, Mauro, cosa hai scatenato con questa sfida...il perchè della mia scrittura e come è nata ve lo racconto un'altra volta, che per oggi mi sembra di aver tediato abbastanza, è anche domenica... e poi c'è Travis che mi aspetta, oltre alla mia bassotta, alla mia gatta e ai panni da stirare...ebbene sì, la donna che stira sono io :)
Buona vita a tutti
Gabri o luce, come vi va.







 

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