22/03/16

MNESTEI BERYLLOS

23 Agosto dell'anno 79 dopo Cristo. 
Oplontis, Villa di Poppea, moglie dell’imperatore Nerone.

- al piano superiore della villa di Oplontis, gli ambienti angusti, gelidi d'inverno e bollenti d'estate dove vivevano gli schiavi -

-     Devo sbrigarmi o rischio di essere sorpreso in flagrante.
Questa parete, nel corridoio breve e buio vicino alle latrine, che collega il quartiere servile al giardino, dove i padroni stanno ingozzandosi come i maiali nel corso della loro orgia , fa proprio al caso mio.
Questo è il momento propizio.
Ultimo, il capo-cuoco, crede che sia venuto qua a liberarmi gli intestini nel grande buco delle latrine.
Nessuno mi vede e incido l’intonaco con questa punta acuminata, sottile e metallica.
Scrivo il mio nome bello in grande, con tutta calma, senza abbandonarmi alla paura e alla fretta, nella lingua greca.
“MNESTEI  BERYLLOS”. Sia ricordato Beryllo.
Ho sedici anni e sono uno schiavo orfano di padre e di madre, venduto dal mio padrone - e presumo, padre di cui non conosco il nome - cinque anni fa alla grande matrona Poppea.
                  

14/03/16

QUELLA NOTTE A LE CAILLOU, PRIMA DELLA BATTAGLIA DI WATERLOO

                    
                                                                                       I


17 giugno 1815.
La notte prima della battaglia di Waterloo si scatenarono precipitazioni torrenziali di proporzioni bibliche. 
Un violento temporale si riversò al suolo, trasformando le strade in pantani e i campi in mari di fango.
Un ufficiale inglese del 51esimo Reggimento Fucilieri, Wheeler, in seguito scrisse: 


                                                           

"Il terreno era troppo bagnato per sdraiarsi ... l'acqua scorreva a fiotti dai polsini delle nostre giacche.
Abbiamo avuto una sola consolazione, sapevamo che il nemico era nella stessa situazione.” 
Wheeler aveva ragione: la pioggia incessante sarebbe stata un inconveniente per tutte e tre gli eserciti in guerra, non da ultimo lo schieramento dei Prussiani, mentre lottavano lungo le strette stradine di campagna per collegarsi con il generale inglese Wellington.


           

Napoleone e i suoi generali s’installarono in una fattoria nelle prossimità degli accampamenti, sulle colline, dell’esercito anglo-olandese, e stabilirono il loro quartiere generale.
Il suo nome: Le Caillou, il “sasso”.
L’Imperatore era stanco ed erano dovuti intervenire ben due attendenti per togliergli gli stivali fradici e incollati ai piedi.
Intorno a un tavolo cominciò a discutere sulla strategia da tenere in battaglia.
Cercava di nasconderlo ma il suo cuore era pieno d’ansia.
I suoi generali non erano più brillanti ed energici come una volta.Ma nel dettaglio, lo preoccupavano le divisioni anglo-olandesi e le posizioni che avrebbero assunto il mattino seguente sul campo di battaglia.
Wellington avrebbe abbandonato la zona di Mont Saint Jean per asserragliarsi nella città di Bruxelles oppure no?
Per fugare questi dubbi assillanti, com'era sua abitudine prima di una battaglia decisiva, volle sincerarsi personalmente della situazione e nelle prime ore del mattino si recò a ispezionare gli avamposti della sua armata, approfittando della vicinanza della prima linea nemica, per osservare accuratamente i bivacchi dei soldati del duca di Wellington accampati ai margini della foresta di Soignies.


                                                    
  
« Laffite!»
Napoleone chiamò un suo fedele attendente della Vecchia Guardia, un “grognard” imponente e nerboruto.
« Comandi, Empereur»
«Avete trovato l’informatore del posto? Stiamo partendo in esplorazione e ho bisogno di sapere che cosa c’è oltre quelle colline e dove portano certi sentieri che ho avvistato arrivando in questo posto.»
«Ordine eseguito. E’ un giovane contadino del posto, Arthur Decoster.
                                                      
  
Obbedirà senza alcun problema, teniamo agli arresti il padre Jean Baptiste e la madre Marie».
«Andiamo, allora, non c’è tempo da perdere.»



06/03/16

STEPHEN KING COME EDUCATORE di Mauro Banfi


               
            


“ Ognuno di noi custodisce in sé, come nocciolo del suo essere, una unicità creativa; qualora diventi consapevole di questa unicità, allora comincia ad emanare un particolare fulgore inconsueto, lo splendore di ciò che è insolito. 
Per i più è qualche cosa di insopportabile: poiché come abbiamo detto essi sono pigri e a quella unicità è connessa una catena di fatiche e di pesi. Non vi è dubbio che, per chi è insolito e si grava di questa catena, la vita perde quasi tutto ciò che è l'oggetto dei desideri nella giovinezza: serenità, sicurezza, levità, onore; la sorte dell'isolamento è il regalo che gli fanno gli altri uomini; il deserto e la caverna sono immediatamente lì, dovunque egli viva.
Allora badi di non lasciarsi soggiogare, di non abbattersi e diventare melanconico. E perciò si circondi delle immagini di buoni e coraggiosi combattenti, quale Schopenhauer stesso era.”
Friedrich Nietzsche, Schopenhauer come educatore.

                                                                                            I

Il Moscone ripensava a quel passo letto nell’autobiografia di Stephen King “On writing: autobiografia di un mestiere”, tanti anni fa:


“Quando scrivete, volete pur liberarvi del mondo, non è vero? È ovvio. Quando state scrivendo, state creando i vostri mondi.
Direi che stiamo parlando in realtà di sonno creativo. Come la vostra camera da letto, quella in cui scrivete deve garantire il massimo di privacy, un luogo dove andare a sognare. La disciplina nell'orario: inizio più o meno sempre alla stessa ora e fine quando avete messo sulla carta o su un dischetto le vostre mille parole serve ad abituarvi, a prepararvi a sognare proprio come vi preparate a dormire quando vi coricate più o meno alla stessa ora tutte le sere e dopo aver ripetuto sempre più o meno le medesime operazioni. Nello scrivere e nel dormire impariamo a interrompere le attività fisiche mentre al contempo incoraggiamo la mente a staccarsi dalla routine intellettuale del nostro vivere quotidiano. E come la mente e il corpo si abituano a un certo quantitativo di sonno, diciamo sei, sette, forse le otto ore raccomandate per ogni notte, così da svegli si può addestrare la mente a dormire in modo creativo e a sviluppare quei sogni a occhi aperti le cui vivide immagini sono ottime opere di fiction.”



Rileggeva quelle frasi (davvero fatidiche, direbbe King), presenti in una nuova traduzione del libro e ripensava alla sua decisione compiuta allora.
In mano aveva le proposte di pubblicazione di diverse aziende editoriali a pagamento, quando scattò la ribellione:
«Perché devo pagare per scrivere? Scrivo per vivere e non il contrario!»
Il modo come King organizzava la sua giornata per stimolare quel “sonno creativo” faceva capire che era quello il valore fondamentale, la ricerca di un vivere di qualità e non i soldi e il successo.
In un altro punto cruciale del libro il buon Re lo dice in modo esplicito:

“Comincia così: sistemate la vostra scrivania nell'angolo e tutte le volte che vi sedete lì a scrivere, ricordate a voi stessi perché non è al centro della stanza. La vita non è un supporto per l'arte. È il contrario.”


Fu proprio dove aver letto quei due periodi supremi che finì la carriera di aspirante scrittore professionista di Mauro Banfi e nacque il Moscone.
Mauro spostò la scrivania dal centro della sua “camera dove sognare” in un angolo.
Poi prese dall’armadio una giacca di pelle nera, recuperò un cappellino da baseball e un paio di occhiali neri e si diresse verso lo specchio vicino.
E si mise a ridere fragorosamente: ahahahahahha!

                                            

Era libero. Ed è ancora libero adesso.
Della nostra vita dobbiamo rispondere unicamente a noi stessi.
Non ci sono né crediti né debiti: ognuno sceglie la sua via e la percorre fino in fondo.
Ah, quella del Mosco era bellissima! Ecco, organizzava la sua giornata tipo, in funzione della “camera per sognare” (lavoro permettendo):



Da mezzanotte alle sette: rilassarsi e addormentarsi, sonno e sogni.
Dalle sette alle otto: il risveglio, toilette ed esercizi yoga.
Ore otto: la prima colazione.
Dalle nove alle diciotto (talvolta un po’ dopo): la vita creativa, lavorativa e sportiva e un frugale pasto verso le dodici.
Dalle diciotto alle ventuno: adesso ceniamo e ci rilassiamo.
Dalle ventidue alle ventiquattro: alle prese con la digestione e il secondo cervello dell’intestino.
Dalle ventuno alle ventiquattro: la vita affettiva.


28/02/16

CONVERSAZIONI SU TOLKIEN di Rubrus

  
Glossario: SdA = Signore degli Anelli
JRRT = John Ronald Reuel Tolkien



Eccomi qua.

Se permettete, comincio da un aneddoto personale.
Tanti anni fa, parlando del SdA sentii un tale dire: “Questa storia della religiosità nel SdA mi pare un po’ una frase fatta. Dicono tutti che è intrinseca, ma secondo me tutti i personaggi del libro si comportano come se fossero atei”.
Ora, io credo che a lui per ragioni sue questa lettura ateistica dell’opera tolkeniana piacesse, ma la sua affermazione è vera solo in minima parte.
Secondo me (e anticipando le conclusioni per chi non avesse voglia di leggersi quanto segue)  la religiosità nel SdA e in JRRT in generale c’è, ma è una religiosità radicalmente antimoderna, come tutta l’opera di Tolkien, del resto.
Senza dubbio, in JRRT (in tutto JRRT) non c’è traccia né di clero, né di religione organizzata. A differenza che in tante opere fantasy non vediamo templi, culti ecc.
C’è anzi un discorso soteriologico abbastanza diverso dall’impostazione tradizionale cristiana. Questa ruota attorno a un messia, un cristo l’incontro col quale è l’incontro con la via per la salvezza.
In JRRT non c’è nulla di tutto questo.
C’è un discorso soteriologico perché Frodo and company hanno l’obbiettivo di salvare la Terra di Mezzo, ma la funzione messianica è esercitata da quattro figure diverse.
- Frodo svolge la funzione sacrificale. Se lui non votasse la propria vita alla distruzione dell’Anello nulla sarebbe possibile.
- Aragorn svolge la funzione regale, di signore, re e guaritore, ma è subordinato a Frodo.        
- Gandalf svolge la funzione sacerdotale. È guida, consigliere e mago (molto più mago che sacerdote).
- Il quarto è Gollum. Se non fosse per lui la missione fallirebbe all’ultimo secondo. Egli la salva distruggendo se stesso perché tale è la sua natura, dopo aver perduto il Libero Arbitrio essendo stato sedotto dall’Anello.
Lo “strumento” che tutte queste figure usano però non è tanto, come nella tradizione cristiana più ortodossa, l’essere loro stessi la via per la salvezza (se lo facessero sarebbero molto più evidenti “versioni” del messia, comunque lo si intenda – e probabilmente era un ruolo che l’autore esitava a far ricoprire loro).  Tutto quello che fanno è vivere al meglio il tempo che è loro dato (come dice Gandalf a Frodo nelle miniere di Moria).
La salvezza passa (ed è in questo che JRRT è radicalmente antimoderno e “reazionario”, non in certe supposte inesistenti affinità col pensiero politico di destra dei suoi tempi) attraverso il recupero della Tradizione e la Restaurazione delle Autorità che quella tradizione ha incoronato.
In JRRT (come in Omero) tutto ciò che è antico è più grande e più nobile di quello che è moderno, nel bene e nel male. La Storia è tutta una decadenza: da Morgoth a Sauron a Saruman, da Numenor a Gondor ai Sovrintendenti, ecc.
Il viaggio di Frodo non è mai solo un viaggio nello spazio, ma è un viaggio nel tempo, un tornare là dove l’Anello è stato forgiato, dove le antiche leggendarie razze di mostri ed eroi vivono ancora, dove ci sono troni su cui può tornare a sedere un re, dove si conserva la memoria delle cose passate (Gran Burrone, Gondor)  o esse vivono ancora (Fangorn, Lorien, la stessa Mordor) ecc.
Ma una volta che la missione salvifica, con queste peculiarità, è conclusa, che il viaggio è terminato, che succede?  [Qui per inciso sta il vero unico grande difetto e differenza del film di Jackson rispetto a libro]. Sappiamo che succedono due cose: Saruman deturpa la Contea e, anche se in parte alla situazione si porrà rimedio, la ferita rimarrà per sempre, proprio come quella nelle carni di Frodo e (questo nel film c’è) e un bel po’ dei protagonisti fanno vela, per sempre, verso le Terre Imperiture, Aman.
Be’, verrebbe da dire, bella Salvezza del cavolo. Ci viene detto che tutte le Razze Parlanti declinano, gli Elfi se ne vanno, Gandalf pure... non c’è poi una gran differenza rispetto a quello che sarebbe successo se Saruman avesse vinto. Sì, non sono morti subito, non sono stati fatti schiavi, ma rimane comunque un po’ di amaro in bocca.
Come mai questa fine?
Torno alla questione iniziale: il religioso in Tolkien.
Quel tale che diceva che tutti i personaggi del SdA sono atei vedeva la questione in termini moderni. Da una parte l’immanente, da parte il trascendente. Da una parte il naturale, dall’altra il soprannaturale. Da una parte l’immaginazione, dall’altra la realtà. E così via.
Si tratta di una distinzione moderna, che ha trovato la sua forma definitiva nell’Illuminismo, ma che in passato non era per niente così netta
Il mito o la leggenda, soprattutto il mito e la leggenda raccontati, sono, in JRRT come nelle culture più antiche, la religiosità e la spiritualità.  In fondo la Bibbia è, prima e più che un insieme di norme, la storia – che neppure conosce la distinzione tra naturale e soprannaturale – del popolo ebraico. I Vangeli sono la storia della predicazione del Cristo prima che e più che un insieme di norme. Cambiando per un secondo settore, il diritto romano antico era mos maiorum, più che insieme di norme generali ed astratte.
Ecco perché secondo me quel tale sbagliava: perché vedeva il SdA come una storia in cui si può distinguere immanente e trascendente  invece che come il racconto di un mito che ignora questa distinzione.     
Però Tolkien è uomo del Novecento e secondo me, anche se gli piacerebbe tanto non esserlo, non può evitarlo.
Ecco perché secondo me tutto il SdA – e credo tutta l’opera tolkeniana – è il racconto non solo del mito, ma della Morte del Mito, là dove per “morte” si intende la Separazione del Mito dalla Storia (e quindi la nascita del mito per come lo intendiamo noi).
Separazioni e distacchi, indebolimento, sono una costante in tutti i lavori di Tolkien.
Facciamo un excursus partendo dal Silmarillion, l’opera che secondo l’autore stesso era il fondamento teorico del suo pensiero (e che non terminò, anche se avrebbe voluto). Numenor, la terra dei Re degli Uomini (ancora una volta regalità e sacerdozio sono inscindibili) che in passato aveva costituito l’avamposto umano tra le Terre Imperiture e la Terra di Mezzo è scomparsa da secoli. Il reame di Valinor, dove dimorano i Valar e che si trova sul continente di Aman è stata dalla Terra di Mezzo nelle ere precedenti a quella in cui si svolge il SdA e durante la Terza Era, appunto, nessuno vi può giungere tranne gli Elfi (si può dire che Frodo e Bilbo ottengano un Permesso di Soggiorno speciale). Con la fine della Terza Era e l’inizio della Quarta esse diventano irrimediabilmente irraggiungibili (soprattutto dagli uomini, nelle note finali al SdA si racconta che si sussurri che, malgrado tutto, Legolas abbia preso con sé Gimli e abbia disceso l’Anduin per andare a rivedere Galadriel). Insomma, con la partenza degli ultimi Elfi (e di Frodo, Gandalf e Bilbo), Mito e Storia si sono separati per sempre.
Come e perché è potuto accadere questo?.
Credo che si debba tornare al ruolo del Male, che, ritengo è, per JRRT co-artefice sia della Storia che del Mito.
Così come Morgoth / Melkor separando il proprio canto da quello di Eru (ci tornerò) contribuisce alla creazione di Ea e quindi di Arda pur mirando alla sua distruzione, Sauron crea l’Anello per dominare / distruggere la Terra di Mezzo e in questo modo crea le premesse per la propria distruzione.
Fermiamoci un attimo.
Non è strano che, per diventare più potente, qualcuno riversi parte determinante del proprio spirito in una cosa indipendente che può, ancora una volta essere separata da lui (ancora il concetto della separazione) e avere una propria vita indipendente?
Certo che è strano, anzi, diciamocelo, è una stupidaggine.
Una tale stupidaggine che per tutto il romanzo l’Anello altro non desidera che tornare al suo padrone, essere di nuovo una cosa sola con lui [a questo punto mi tocca aprire una lunga parentesi: mi sono sempre chiesto come Sauron potesse essere stato così stupido – o così avventato – e mi sono risposto che non poteva fare altrimenti perché il male è inscindibile dall’assenza di libero arbitrio]. 
Poiché però il Male reca in sé la propria stessa distruzione (direi che ciò avviene su un piano addirittura ontologico) il tentativo fallisce (non sto a riparlare di Gollum).
A questo punto l’esito è inevitabile. Venuto meno uno dei quattro componenti del mito/storia venuto meno uno dei componenti del Mito/Storia, dicevo, la conclusione è inevitabile; il Mito/Storia finisce. Il Mito va da una parte, la Storia dall’altra e addio.
A riprova del fatto che il male è il componente essenziale della storia si noti che è proprio da esso che il libro  prende il titolo. Se così non fosse, lo avrebbe chiamato “Le avventure di Frodo” o che so io; JRRT (che ai nomi ci badava eccome), ha dato alla sua opera il nome dell’antagonista, non quello del protagonista, come a dirci che è Sauron (col suo anello fatale) il motore di tutto.

25/02/16

IL VANGELO SECONDO IL GRANDE MAURO MOSCOWSKI

(IL MANUALE DI SCRITTURA CREATIVA PIU’ SCALCINATO DEL GLOBO)   
      
                      

Per essere ammessi alla lettura del manuale di scrittura creativa (pare sia il più sgangherato mai creato finora nella storia della cultura occidentale) di Mauro Moscowski occorre prima superare un test d’ammissione, chiamato TEST DI QUIZ.
Per essere introdotti alla controaccademia mosconiana occorre che ogni lettore si autovaluti seriamente e nello stesso tempo autoironicamente.
Per riuscirci dovrete impegnarvi: pertanto astenersi scemi del villaggio che chiedono il diritto di parola perché presumono di essere premi Nobel.
E astenersi anche bolsi spettatori televisivi che osservando gli scemi del villaggio che scorazzano in TV pensano di essere premi Nobel.
In questa Università si pratica la nobiltà d’animo, e allora astenersi anche iene, nichilisti e fancazzisti e fakezzisti.

                                                             TEST DI QUIZ


Allora, quanto Mosco c’è in voi?
Tirate fuori una pilot al gel (il gusto lo lascio a voi: io prendo la papaya rosa, con cannella) e rispondete alle seguenti domande per scoprire quanto siete in contatto con il vostro Mosco interiore.
Fatevi vivi a operazione conclusa.
Per calcolare il vostro punteggio ricordate che:
  • per ogni risposta a) guadagnate 0 punti
  • per ogni risposta b) guadagnate 21 punti
  • per ogni risposta c) guadagnate 42 punti
1)    Avete un impiego, amiche e amici?
a)    Sì
b)    No
c)    Convivo con un Mecenate, anzi con tre, per maggiore sicurezza.
2)    In quale di queste massime ti riconosci?
a)    Me ne frego di tutto e di tutti
b) L’opera conta di più della vita
c)    La vita conta di più dell’opera
3)    Perché scrivi?
a) Per andare, un giorno, nel salotto di Fabio Fazio a sparare cazzate con Fabio Volo e Checco Zalone: quello è il suc-cesso.
b) Perché voglio pagarmi le bollette in un modo più divertente, anche se non meno rilassante.
c)  Perché mi dà una gioia irrefrenabile e infinita.
4) T’invitano a un concorso di letteratura a pagamento. Che cosa ne pensi?
a) Partecipo immediatamente, perché mi commuovono gli indefessi promotori della cultura. Accipicchia, però, perché chiedono cento euro per le spese di segreteria? Hanno il toner di polvere di platino?
b)  Mah…con molto scetticismo mando la mia opera, forse l’esperienza comunque sarà utile al mio curriculum…
c)   E’ organizzato da gente senza scrupoli che a mie spese si farà una bella vacanza al mare con le palle al sole.
5) Identificate questo piccolo mammifero onirico apparso in un noto racconto weird di Mosco & Rubrus:

              
 a)  Un castoro
b)    Un suricato
c)    Un eterocefalo glabro

16/02/16

Un passo in più di Rubrus (il ciclo dei Grossipiedi)

Brondo smorzò la lucerna.
Al suo fianco, Gnollo trattenne il fiato. Per qualche istante il silenzio fu assoluto, incantato, e Brondo capì che stava succedendo davvero: stava vivendo un'avventura.
Poco a poco, gli occhi dei due Grossipiedi si abituarono all'oscurità.
Qualche lucciola errabonda svolazzava davanti a loro e, dalle stelle, una luce grigia pioveva sull'erba. Debole, ma bastava.
«Ma sei sicuro che...» disse Gnollo.
L'altro gli fece cenno di tacere.
«C'è un buco nella Siepe» disse « e le tracce portano qui. È da qui che entra».
«Magari sono talpe».
«Le talpe mangiano radici. Cavoli, insalata, piselli... sono tutti mangiati dall'alto. E non dimenticare le mele! Le mie belle mele... hai mai visto una talpa arrampicarsi sugli alberi?».
Gnollo deglutì. Le aveva viste. Quei morsi significavano una cosa sola. Aprì la bocca per dirlo, ma Brondo lo prevenne.
«I Morsicanti vanno in gruppo».
«Magari questa è una pattuglia in avanscoperta».
«È uno solo».
«Non voglio finire infilzato solo perché tu vuoi fare bella figura con Verbena».
Brondo gli fece cenno di tacere.
«E se non funzionasse?».
«Sssh!» sibilò l'altro.
Si udì un raspare soffocato, poi un trepestio furtivo, infine, un rumore di fronde smosse.
Gnollo sentì il sudore colargli lungo la schiena.
Un mucchietto di patate, croste di formaggio e cavoli faceva bella mostra di sé nella striscia di prato che separava la Siepe dagli orti. E carne. Ossa con un bel po' di carne attaccata. Qualunque Morsicante con un po' di cervello avrebbe capito che era una trappola. Ma nessun Morsicante avrebbe resistito al profumo di quella carne, cervello o no.
Gnollo trattenne di nuovo il fiato e credette di sentire lo strusciare soffocato di unghioli sull'erba, come se qualcuno, all'ombra della Siepe, andasse avanti e indietro, indeciso. Allungò una mano per stringere il braccio del compagno, ma, all'ultimo momento, desistette. Accidenti a lui. Brondo il Fannullone, lo chiamavano quasi tutti, ma Gnollo, che lo conosceva bene, sapeva che avevano ragione quei pochi che lo definivano Brondo il Sognatore. Quel suo trascorrere le ore sul ramo più alto della Quercia Storta , così da guardare oltre la Siepe e osservare le Terre Vaste... non era solo per far bella figura con Verbena che il suo amico si trovava lì. Era per via di quell'irrequietezza, così poco dabbene per un Grossipiedi. “Noi coltiviamo il nostro giardino” stava scritto all'ingresso della Casa Maggiore e così doveva essere. Lui, Gnollo Nolgeri, coltivava il suo giardino... già, ma allora perché era lì anche lui?
Tese di nuovo le orecchie. Non si sentiva nessun rumore. Forse Brondo si era davvero sbagliato. Forse erano talpe o uccelli. Allungò di nuovo la mano, ma, prima che potesse toccare l'amico, uno schianto riempì la notte, seguito da uno strido e un tonfo. Rami e foglie volarono per aria, disperdendo le lucciole e facendo involare un qualche uccello notturno.
«Te l'avevo detto!» urlò Brondo, precipitandosi verso la trappola. 
Gnollo cercò di trattenerlo, ma l'altro era già al di fuori della sua portata, sgambettando rapidissimo sull'erba intrisa di rugiada.
Molto poco da Grossipiedi anche quello, pensò Gnollo. Se era davvero un Morsicante, quello che avevano preso, ce n'erano  altri nelle vicinanze, quindi si doveva correre verso il villaggio, svegliare gli anziani, dare l'allarme.... nello stesso momento in cui formulava questi pensieri, Gnollo correva dietro l'amico. Non si vedevano Morsicanti, quindi c'era la remota possibilità che, nella buca, fosse finito qualcos'altro...
«Visto? Mi credi adesso?» annunciò Brondo, trionfante.
Gnollo lo raggiunse, esitante. Brondo aveva di nuovo acceso la lanterna. La luce, improvvisa, gli dette fastidio e Gnollo dovette farsi schermo con la mano.
La sagoma sul fondo della buca, dai piccoli occhi rossi e brillanti, il viso da topo coi lunghi incisivi sporgenti, le grandi orecchie, il pelo irsuto, era inconfondibile: un Morsicante.
Gnollo si guardò tutt'intorno, ma non vide nessuno. Per quanto incredibile potesse sembrare, e per quanto tutti sapessero che i Morsicanti andavano in giro in branco, quello era solo.
Brondo abbassò la lucerna verso la buca, ricevendone in risposta uno squittio rabbioso, e lanciò un grido di sorpresa.
Gnollo imitò il compagno e, ancora una volta, deglutì quando si rese conto che quella che avevano appena catturato era una Morsicante.
Poi i suoi occhi finirono di abituarsi alla luce e capì la vera ragione dello stupore di Brondo.
Quella Morsicante era incinta.

08/02/16

Sono solo un viandante Grossipiedi (capitolo quarto e fine)

                            
                                     “Homo omnis creatura”, Giuseppe Arcimboldo
                                                  
                                                               
“Il marinaio di fiume Ceice viveva insieme a sua moglie Alcione presso il traghetto di Larcolago, sul fiume Azzurro.
Trasportava con la sua chiatta le merci per tutte le Terre Vaste e si sfiniva di lavoro per dare alla sua amata una casa migliore.
«Ma va bene quella che abbiamo Ceice, non c’è bisogno che lavori così tanto» lo rimproverava Alcione.
    


Ma Ceice non voleva sentire ragioni, pensava al prossimo arrivo di un figlio e accettava ogni tipo d’incarico.
Così imprudentemente accettò di portare nella pericolosa stagione delle alluvioni un carico di miglio, nel Regno delle Rapide Schiumanti.
Ceice decise di nascondere alla moglie la pericolosa navigazione, ma al momento della partenza la donna iniziò a piangere, a fiotti, intuendo la rivelazione di una disgrazia.
«Dimmi la verità tesoro mio, perché vuoi andare così lontano, verso qualcosa d’indefinito che avverto come pericoloso? Il motivo è ancora l’ampliamento della nostra casa? Parlami, non possono esistere segreti tra noi.»
Ma Ceice continuò a minimizzare il viaggio e a rassicurarla.
Alcione, ormai in preda al suo presentimento, lo implorava di portare quelle merci almeno via terra, perché sentiva che il pericolo veniva dall’acqua.
Non ci fu verso di farlo recedere dalla sua decisione e così lo abbracciò e lo baciò mentre s’imbarcava sulla chiatta, con due suoi aiutanti.
E continuava a piangere a dirotto mentre lo salutava con la mano e spariva dietro l’ansa del fiume.
                                       
La pioggia torrenziale aveva preceduto di poco l’ondata alluvionale che aveva capovolto la chiatta nel fiume impetuoso.
Il fiume si sollevava fino a lambire il cielo grigio investendo di spruzzi il naviglio capovolto.
Ceice lottava nell’acqua per non essere afferrato da un gorgo tremendo; mentre agitava affannosamente braccia e gambe, pensava con angoscia ad Alcione, l’avrebbe voluta vicino, ma nella stesso tempo era felice che fosse lontana.
Avrebbe voluto almeno guardare per un’ultima volta la loro casa, dove lei lo attendeva, ma venne risucchiato in fondo al letto del fiume da una forza sovrumana.
Intanto Alcione, ignara del terribile evento, contava le notti che la separavano dal ritorno del marito e ogni giorno offriva incenso a tutti gli dei, e in particolare al Supremo, il Suono.
Andava davanti al suo altare a pregare per il marito, perché ritornasse sano e salvo, perché non s’innamorasse di un’altra donna.
Ma il grande Suono dopo qualche giorno cominciò a non sopportare più l’idea di essere pregato per un morto, e che un cuore così puro e innocente fosse ingannato dalla vita e dalla morte a tal punto.
Allora si rivolse alla sua messaggera Iride, dea dell’arcobaleno, e le disse:
«Iride, recati alla reggia silenziosa del dio del Sonno, e digli di mandare ad Alcione un sogno, che, raffigurando Ceice morto, le riveli la verità. Solo un sogno gliela può rivelare in tutto il suo significato, senza farla morire per il dolore di colpo».