07/11/19

I DECANI: ritornando all’Umanesimo e al Rinascimento MESE DI NOVEMBRE: il silenzio

                                                               
                                         Mese di novembre: il silenzio 



   - segno zodiacale e Decani del Palazzo Schifanoia di Ferrara: ricostruzione degli emblemi sbiaditi di Maurizio Bonora -

Figlie e figli dell’Umanesino, Signore e Signori del Rinascimento, è con un misto di preoccupazione e orrore che osservo i vostri corpi, le vostre anime e i vostri spiriti ormai quasi completamente assorbiti dai cosiddetti social o dalle app del rincoglionimento globale come WhatsApp.
Noto fenomeni inquietanti come la mancanza di ecfrasi nel proliferare senza senso, nel massacro, direi, del senso delle immagini che riversate su Instagram o la riduzione della scrittura a frasette sempre più simili a telegrammi composti male e di fretta e da soggetti ammalati, rimbambiti dalla febbre e dalla confusione dell’organismo.  
E’ tempo di guarire da queste follie e di tornare a guardare e a fare meglio facendo un passo indietro: RETROCEDENS ACCEDIT.    
In un tempo di grande smarrimento e di lotte intestine tra repubbliche e staterelli, i Rinascenti ritornarono indietro per trovare delle fondamenta, per recuperare uno sguardo IN ESSENZA, essenziale sulla vita umana e il suo divenire nel mondo e nella natura.    
Si amava riassumere tutto ciò anche con un’altra massima: PHILOSOPHIA DUCE REGREDIMUR.   



Con la filosofia e l’immaginazione che ci guidano, guardiamo indietro per andare avanti.     
A scuola ci hanno spiegato male e in fretta quel periodo, intortandoci con la storiella dell’uomo centro dell’universo, l’Io forte e signore e misura d’ogni cosa.
L’umanesimo e la Rinascenza dei nostri antenati di Firenze, Roma e Venezia, Mantova e Ferrara, Urbino e Rimini e altri luoghi italici dell’Umanesimo e del Rinascimento, non si occupavano della presunzione antropocentrica che oggi domina e distrugge il pianeta, ma prediligevano l’aspetto plastico e visibile, le immagini, gli Dei, i miti greco-romani che rivedevano e correggevano quelli cristiani (in quanto avevano svalutato la vita terrestre e sensuale per secoli), aspetto estetico e significante che poi veniva rivificato dal senso con l’ecfrasi e la significazione della parola, in una parola: l’anima. 
E lo spazio in cui si muoveva quest’Anima non era solo interiore ma era tutto il patrimonio di miti, d’immagini e di modalità esistenziali e costruttive che sono state tramandate dalle culture precedenti e che sono state rivificate da nuove grandi ricerche sul campo e da altre straordinarie invenzioni creative.
L’anima e la passione per l’antichità: queste erano le Forze Sacre venerate dalle donne e dagli uomini rinascimentali.     

Per spazzare via la decadenza e il degrado del rintontimento “social e app” di questa ridicola, e per certi versi servilmente utile e divertente, “civilizzazione informatica” chiederò ai trentasei Decani del Palazzo Schifanoia di Ferrara (gemma del nostro primo Rinascimento, a oggi iniquamente chiuso al pubblico), ai trentasei Signori dei dieci giorni del cielo siderale, che mediano l’energia cosmica tra le dodici Divinità del Pantheon e il nostro caro mondo al di qua, di emanare ogni mese dei pensieri che vi risollevino dal malinconico decadimento in cui siete precipitati e caduti.
Nicola Cusano nella sua opera Asclepius del 1458 scriveva:
“Così l’essere umano ha l’intelletto che è similitudine della Mente Universale quando crea”.      
E’ per questo che apro le mie porte ai Decani, perché spero che ancora molti di voi si possano redimere e riescano a ritrovare la propria anima rinascimentale…




Il primo Decano chiama Francesco Petrarca, primo insigne umanista italiano:   
       

"Volo ego ut lector meus, quisquis sit, me unum, non filie nuptias non amice noctem non hostis insidias non vadimonium non domum aut agrum aut thesaurum suum cogitet, et saltem dum legit, volo mecum sit. Si negotiis urgetur, lectionem differat; ubi ad legendum accesserit, negotiorum pondus et curam rei familiaris abiciat, inque ea que sub oculis sunt, animum intendat. Si conditio non placet, inutilibus scriptis abstineat; nolo ego pariter negotietur et studeat, nolo sine ullo labore percipiat que sine labore non scripsi."    

"Voglio che chi mi legge, chiunque sia, pensi a me soltanto, non alle nozze della figliuola, alle notti con l’amante, alle insidie del nemico, alle liti, alla sua casa, al suo podere, al suo tesoro; e almeno mentre mi legge, sia con me. Se è oppresso dagli affari, differisca la lettura; ma quando si mette a leggere, deponga il peso degli affari e le cure del patrimonio, e dedichi la mente a ciò che ha sotto gli occhi. Se questa condizione non gli piace, lasci stare i miei scritti per lui inutili; non voglio che legga e studi nel momento stesso in cui si occupa d'altro, né voglio che senza fatica si goda quanto non senza fatica io scrissi." 


Il Rinascimento dell'anima cominciò con la scalata di Petrarca dal Mont Ventoux (aprile 1336), quando egli non aveva ancora trentadue anni. Sulla cima del monte, con lo stupendo panorama della Provenza, delle Alpi e del Mediterraneo che gli si apriva davanti, egli aveva aperto il suo volume delle Confessioni di sant’Agostino.
Sfogliando a caso, come si usava nel Medioevo, aprì il libro X, capitolo 8, e lesse:
«E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, i flutti vasti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l'immensità dell’Oceano, il corso degli astri, e non pensano a se stessi».
L'emozione che ne scaturì creò il nuovo atteggiamento del Rinascimento.
Allorché, poco tempo dopo, egli scrisse un resoconto di questa esperienza disse che: " gli uomini trascurano se stessi (relinquunt seipsos)". E anche nel suo Secretum, scritto più tardi, il personaggio di Agostino parla dell’inutilità di conoscere tutte le cose se si rimane ignoranti di se stessi. Petrarca ricava questa cruciale conclusione da ciò che accade sul Mont Ventoux: «Niente è degno d’ammirazione fuorché l’anima » (nichil preter animum esse mirabile).
Per comprendere che cos'è quest' anima nell'al di qua occorre leggere attentamente questo frammento di epistola di Petrarca ai suoi familiari, e osservare con pazienza l'atteggiamento del nostro.    
In queste parole si afferma il primato della conoscenza di sé e del mondo sopra il vano primato dell'agire politico o economico.     
La lettura, la scrittura e la creazione richiedono attenzione e sforzo.
Chi è distratto dalle chiacchiere sociali e dall'arrampicamento ai posti di potere o dalla guerra per arraffare la roba, si astenga e vada altrove, sopratutto da se stesso.
E se vuole ritrovarsi si rinchiuda a triplice mandata nel suo studiolo, nel suo scrittoio: lì c'è la sua anima.
Uno scritto, un dipinto, un brano musicale richiedono silenzio, fatica, dedizione.
Solo i consumi finiti nella spazzatura possono essere divorati nel casino e nella distrazione che uccidono l'anima, come l'immondizia psichica che viene scambiata con i social e le app.    




27/01/19

La nutria e lo Zoo Serial Killer

- A Rubrus, ottimo fabbro e supervisore.
                                                                                   - Culex pipiens -                         
 
In principio fu la zanzara.
Qualcuno dice che all'inizio fu il fulmine e poi la clorofilla, ma, ahia! io dico...'sta cavolo di zanzara!
Si posa, con il suo ronzio fastidioso sul braccio e comincia a succhiarmi il sangue.
Lascio fare. Lo accetto. E’ naturale.
E’ nell’ordine delle cose.
Avete mai assistito alla meravigliosa metamorfosi della larva di zanzara che esce dall’acqua mutata in insetto adulto?
Meraviglioso, eh!
L’insetto, sazio, vola via dalla finestra.
Arriva un passero e si mangia l’alata vampira.
Il mio dito indice scivola sul coltello, ma decido di non intervenire.
Il Libro della Natura volta le sue pagine in modo armonioso e aggraziato.
Non posso disturbare.
Sono un tipo preciso e meticoloso.
Il passero si posa per un attimo sul terrazzo del mio lindo appartamento.
Un gatto rosso gli salta addosso.
In un lampo estatico, lo azzanna alla gola e comincia a divorarlo.
Penne e piume comprese.                       
La mia mano accarezza una beretta calibro 7,65, ma lascio che sia.
Sono talmente sereno nella mia decisione di “lasciare che sia”, che metto il CD con la canzone " Let it be " dei Beatles, e lo faccio maestosamente risuonare tra le bianche pareti del salotto.
E’ magnifico, non c’è traccia di polvere e ragnatele.
Oh, musica celestiale! Sento le ferine mascelle del piccolo felino che ripuliscono
accuratamente gli ossicini del bruno uccellino, e poi cominciano a triturarle.
Un gatto non butta via niente.
Terminato lo spuntino, il gatto con un balzo atterra nel cortile e…viene subito attaccato dal pit-bull del vicino!
Che notte movimentata!
Il gatto è rapidamente squarciato dalle possenti fauci del cane e dilaniato, mentre il sonno del circondario non è disturbato.
Questo cane per i miei gusti è già un po’ troppo umanizzato.
Quasi quasi sparo.
Non ce la faccio.
C’è ancora troppo animale in quella bestia antropomorfizzata.
Ecco, forse ci siamo.
Dietro di lui, arriva il suo aguzzino, roteando in aria una mazza da baseball in metallo.
Lo colpisce alla schiena. Ancora e ancora.
Deve pagare per la tracotanza dei suoi bassi istinti.
Il povero cane guaisce. Sembra il pianto disperato di un bambino.
Colpito, ancora e ancora. Caina e rantola.
Ecco il mantra magico si accende nel mio cuore: ”…e infine il Signore sull’Angelo della Morte sul macellaio che uccise il toro che bevve l’acqua…”
Io sono la Nutria, forse, per tutti una misera cosa, marginale, lo so, ma posso ristabilire il corso naturale degli eventi, grazie al potere del mio mantra.
Occorre eliminare il disarmonico elemento umano.
La boriosa concezione antropocentrica.   
 
                                                   
Salve a tutti, mi presento, sono una poiana comune, e il mio nome è Buteo.
Non vi preoccupate, lungi da me il pensare di potervi spiegare che cosa diavolo è successo nella mente di questo tizio che sta sproloquiando e si è autonominato “la Nutria”.
Sapete, a noi poiane piace stare ai bordi delle strade, su arbusti, pali o balle di fieno, in silenzio e in disparte.
E sai che facciamo? Spiamo le nostre prede dal nostro appostamento, con pazienza, incessantemente.
Aspettiamo il momento giusto e poi...zac!
Uhmm...là c'è una bella nutria di dieci chili spappolata da un T.I.R. sulla tangenziale, e prima di andare a pranzare voglio esservi utile, visto che voi umani siete sempre così gentili a spiaccicare qualsiasi essere vivente - e pure quelli della vostra specie, che sanno vagamente di cane- sull'asfalto, per la delizia dei nostri stomaci.
Pensavo di fare una buona azione cercando di presentarvi alcuni fatti che raccontano la genesi di questa strana persona.
“La nutria” prima di sbroccare e autonominarsi così si chiamava Mauro ed era un patito di mountain-bike.
Quando poteva, andava ad allenarsi nei bei parchi intorno a Pavia.
Un giorno, mentre costeggiava un campo delimitato da profondi fossati e ampie rogge, sentì degli spari di doppiette, fuori stagione (in primavera) e vide dei cacciatori sparare a dei grossi topi, molto lenti e facili bersagli.
Un tizio da lontano gli gridò in dialetto di andarsene, se non voleva beccarsi qualche pallettone…
Mauro filò via e si nascose dietro un gruppo di robinie; cominciò ad assistere inorridito a un’autentica, assurda carneficina di nutrie; una mattanza senza senso, dove le bestie, o per meglio dire i diavoli - non voglio offendere la mia nibile categoria- come sempre erano quei violenti fanatici e ignoranti armati di fucile.
Da informata piccola aquila di campagna mi preme segnalarvi la strana storia della nutria.
Questa vicenda è legata allo sfizio consumistico delle ricche Signore dell’alta borghesia che volevano farsi la pelliccia di “Castorino”.
Il Myocastor Coypus, proviene dal Sudamerica, è stato importato in Italia nel 1928 per farne pellicce.
Negli anni 60/70 il mercato del castorino conobbe una solita crisi, e gli allevamenti furono abbandonati; gli animali fuggirono o vennero liberati.
Grazie alla sua straordinaria capacità di adattamento, la nutria è proliferata in tutt’Italia e certo può creare dei danni ambientali, perché divora le uova degli uccelli acquatici ed erode gli argini dei fiumi e dei campi, per farsi le tane, essendo un formidabile roditore.
Tanto per cambiare, al posto di predisporre un piano di catture mirate, per riportare l’incolpevole animale nelle sue terre d’origine, un problema creato dall’uomo diventa un capro espiatorio affinché lo stesso sfoghi la sua terribile violenza.
Lo stesso destino ha colpito il topo muschiato, l’ondatra, allevato, dimenticato e poi abbattuto a vista, perché “ i topi fanno schifo e portano le malattie”, come recitano atavici luoghi comuni per male informati.
Dopo il massacro e allontanatisi i cacciatori, Mauro vagò per il campo, disseminato da un centinaio di corpi di nutria ridotti a frattaglie. Inutile dire che s’inginocchiò a piangere in mezzo a quello scempio, essendo un animalista fanatico da quando era bambino.
Da una tana scavata nel greto di un fossato, uscì un enorme nutria, dotata di una folta pelliccia color verde, e andò a sedersi davanti allo spettatore di quel massacro,
osservandolo con degli occhietti rossi e vispi.
Per quanto sia un rapace e come minimo ci vedo come un'aquila, non posso spiegarvi il perché degli strani colori del roditore; credo che si trattasse di una specie mutante, di un animale che si è nutrito degli abbondanti rifiuti tossici che infestano la pianura lombarda e ha sviluppato una nuova morfologia.
E anche nuovi poteri mentali, perché cominciò a comunicare telepaticamente con il nostro sbigottito ciclista animalista.
“ Mauro, ti chiedo solo una cosa: vendetta, spietata vendetta.
Ti passo i miei poteri: ti sosterranno nella tua opera di giustizia.
Uccidi tutti gli assassini di animali innocenti!”.
Dopodiché lo morse e dopo una lenta incubazione, in un’afosa serata d’agosto
Mauro si trasformò ne “la Nutria”.
Così questo fu il primo di un nuovo tipo d’omicidi seriali.
Il morso della nutria mutante aveva infuso nel corpo di Mauro una forza furibonda e sovrumana, che s’innesca alla sola vista di un maltrattamento su un animale.
Il mantra tratto da una celebre canzone di Angelo Branduardi partiva nella sua mente - a lui caro ricordo d'infanzia - e una voglia irrefrenabile d’uccidere lo portava a eliminare i violenti con un’iniezione di cianuro di potassio da 300 mg, il metodo di liquidazione perlopiù preferito dal maniaco ecologista.
Il sadico padrone del pit-bull fu ritrovato immerso in una fossa ricolma di letame, in aperta campagna.
Fulminato da una letale iniezione al cianuro.
Eseguita con scientifica precisione nella carotide del collo.
Fuori del letamaio c’era il corpo massacrato del pit-bull.
Il suo stomaco conteneva avanzi di gatto.
Quello del gatto resti di penne e di piume e intestini di passero.
Nelle interiora del pennuto furono rivelate microscopiche scorie di zanzara.
L'invisibile armonia della natura era stata ristabilita.
La Nutria, nel giro di due anni, terrorizzò il Bel Paese con le sue iniezioni al cianuro nella carotide di chi ha commesso atti di violenza sugli animali.
La Nutria uccise quattordici persone.
Caddero, per diretta conseguenza, le teste di vari Pubblici Ministeri e di sette Commissari di Pubblica Sicurezza.
Il caso giocava a rimpiattino da un pool investigativo all’altro, ma nessuno riusciva a prendere il serial-killer zoologico.
Si richiamò dalla pensione il pubblico ministero Nello Viola, noto investigatore d’assassini seriali.
Durante la sua lunga carriera n’aveva acchiappati una bella decina.
Dopo aver esaminato i voluminosi faldoni riguardanti la Nutria – nessuno ovviamente sapeva il suo vero nome, il caso era stato denominato dalla stampa Zeta Kappa, “Zoo Killer”- e le dinamiche dei suoi crimini, il dottor Viola si poneva questa riflessione, un mattino che si radeva davanti allo specchio:
- Questo giustiziere animalista per sfogare gli istinti del suo basso ventre, s’è inventato come ristabilitore dell’ordine cosmico.
Chiunque maltratti o macelli o vivisezioni o abbandoni qualsiasi genere d’animale si deve ritenere un potenziale condannato a morte.
Il movente è indicato con precisione dal suo rituale circolare.
Dato che nella vita non se lo fila nessuno, s’è autoproclamato Madre Natura.
Questi frustrati post-moderni, mettono sempre in discussione i comportamenti degli altri e non pensano mai, ma nemmeno per una frazione di secondo delle loro tristissime vite, a mettere in discussione i loro difetti, e loro stessi!
Come aveva ragione il favolista greco Esopo!
Giriamo per strada con due bisacce sulle spalle.
Davanti a noi, in quella più piccola ci stanno le magagne e le brutture del nostro prossimo.
E non perdiamo occasione di notarle e criticarle a tutto spiano.
Questa attività ci piace tanto, e spesso sprechiamo la vita a infangare e demolire tutto e tutti.
Quella dietro, la più voluminosa, e di molto, contiene le nostre miserie e bassezze.
Quella, non solo non c’interessa, ma proprio non la vediamo.
Guai se qualcuno si azzarda a farcela notare!
Zeta Kappa, lo Zoo Killer.
Dove sei?
Dove abiti?
Come posso fermarti Signor Bovary delle bestie?
Lo sai chi sei, in verità?
Sei solo l’ennesimo insoddisfatto dell’ormai imperante reclutamento allargato dei falliti.
La vittima carnefice del sistema consumistico.
Come riuscire a farti capire che bisogna amare gli animali solo per essere più vicini e sentirsi più fratelli delle persone?
Per esprimere un’altra potenzialità dell’essere umano?
Dopo questa meditazione il Viola annunciò una mossa a sorpresa.
Convocò una conferenza stampa a livello nazionale e lanciò il seguente avviso all’omicida seriale.
— Caro Zoo Killer, io non muoverò un muscolo per cercare di catturarti.
Sei troppo preciso e sicuro.
Sfiori quasi il divino nell’arte di non lasciare tracce.
Ti faccio una proposta.
Ormai sono troppo anziano perché possa andare in giro con una scorta armata.
Perdonami. Ho meglio da fare che giocare al gatto col topo.
Se vuoi, pedinami. Voi serial-killer siete dei campioni in questo campo, lo sappiamo bene
dai film e dai romanzi.
Ogni giorno entrerò in un bar diverso a farmi un cappuccino.
Quando ti senti sicuro, siediti vicino a me e facciamo due chiacchiere.
Nessuno mi proteggerà.
A presto, Zeta Kappa.
I cronisti dei mass-media rimasero tutti a bocca aperta.
Viola abbandonò il caso e non ci fu verso di farlo tornare indietro.
La sua decisione fu irrevocabile.
Le Istituzioni erano impotenti.
A lui non poteva fregare di meno.
Per un anno gli omicidi dello Zoo Killer/ la Nutria continuarono impuniti e senza interruzioni.
E ora, con permesso, la vostra Buteo vi saluta e va a mangiare quella carogna di nutria sulla strada.
Vi lascio al finale della storia.

08/10/17

LE PECORE CINESI

                     
(storia da leggere per non diventare uno zero sommato)
“Chi si fa pecora, il lupo se lo mangia”
Proverbio popolare  

Avvertenza: il racconto è politicamente scorretto

                               I


 

Così avvenne che il pastore chiamò a rapporto i suoi cani-pastore e disse:
«Oggi marchieremo sulla fronte delle nostre pecore cinesi il segno dello zero sommato.    
Questo è il grande giorno per il quale siete stati cresciuti e addestrati fin dalla nascita.    
E’ bene ricordarvi perché state per operare questa bollatura a fuoco.
Le pecore cinesi sono lo scheletro e il sostentamento della nostra società, prima di essere il nostro lavoro.    
Gli ovini cinesi ci forniscono lana, latte, combustibile sotto forma di escrementi e infine la loro stessa carne.    
Affinché producano tutte queste merci senza ribellarsi alla loro funzione sociale è necessario che credano di essere libere e felici.    
Per indurle in questo stato di manipolazione ipnotica civile, fin da quando erano agnelli, sono state educate a conformarsi all’ideale vigente nelle grandi città che comprano i loro prodotti finiti: l’acquisto compulsivo e insensato di oggetti e di cibo.    
Fin da quando erano agnelli, sono state convinte a credere che la loro lana serve a creare degli stracci chiamati “vestiti alla moda”, che gli abitanti delle megalopoli si accaparrano dentro enormi capannoni.    
E che i loro escrementi alimentano le macchine che trasportano gli uomini per tutto il pianeta.    
E che il loro latte è trasformato in cibo che va a ruba nei grandi magazzini delle città.    
E infine anche la loro stessa carne sarà data in pasto agli affamati nevrotici delle città che si gettano su ogni tipo di cibo e di consumo in modo ossessivo e violento.    
Fin da agnelli, inculchiamo nelle loro menti il senso doveroso e ineluttabile di un inconsapevole sacrificio, in nome della nostra gloriosa società di pastori.    
Oggi, miei fedeli cani-pastore, radunerete il gregge delle pecore cinesi nel recinto di raccolta e le incanalerete nel corridoio della marcatura, dove a una a una sarà tatuato sulla loro fronte, con il ferro incandescente, il logo dello zero sommato.    
 


Per renderle mansuete organizzeremo per conto loro una marcia di protesta contro le aggressioni dei lupi cattivi, nostri complici nell'opera di coesione e protezione sociale.    
Permetteremo loro d’indossare qualche straccetto colorato per farle sentire più emancipate e ribelli; lasceremo che urlino qualche frase stereotipata senza senso e costrutto, tipo “i lupi cattivi sono l’espressione di un sistema malvagio”, o “vogliamo crescere i nostri agnelli in pace!” e, manipolando i loro deboli cervelli con questi ridicoli luoghi comuni, in questo modo le renderemo degli zeri sommati, una specie di bestie d’armento che vive senza futuro e incapace di creare una propria vita autonoma.    
Più si crederanno libere e felici più le controlleremo a nostro piacimento.    
Con la finta marcia di protesta rafforzeremo in loro l’istinto gregario del gregge, vale a dire l’impulso a essere “zero più zero uguale a zero”, dove ogni zero ha “diritti uguali” agli altri zero, dove è virtuoso ed eticamente civico e sociale essere zero.    
Il mantenimento di questo ideale gregario è fondamentale per promuovere l’ideale dominante della nostra società: l’acquisto insensato e ossessivo di oggetti e di cibo.    
Consapevoli della necessaria importanza del nostro lavoro, su la zampa e pronunciate, prima dell’operazione di marcatura, il nostro giuramento di fedeltà eterna alla società dei consumi:    
( il pastore strinse il pugno e tese il braccio destro davanti al suo cuore, mentre i cani-pastore alzarono le zampe destre)
  
“Produci, consuma e crepa! 
Zero più zero uguale a zero! 
Produci, consuma e crepa! 
Ma zero elevato allo zero, che si eleva dallo zero, può diventare uno, può diventare qualcosa d’individuale e di pericoloso, e allora: 
omologare, conformare, sorvegliare, prevenire e reprimere senza pietà!
Produci, consuma e crepa, zero sommato!”    



                               II

Nel cuore della foresta, in un altro luogo della società degli acquisti e dei consumi scriteriati, un branco di lupi cattivi stava inseguendo il lupo Omega.    
Fin da cucciolo, Omega era cresciuto nel più basso grado della gerarchia sociale del branco e aveva subito aggressioni da parte di tutti gli altri lupi.
Eppure la sua situazione di marginalità era sempre stata solo apparente. Più volte aveva sfidato e attaccato il lupo Alfa, il capo branco, per fargli capire che gli attacchi al gregge delle pecore cinesi non facevano altro che rafforzare il sistema delle grandi città che da sempre dava loro la caccia e li aveva portati al limite dell’estinzione.    
Più volte aveva cercato di far capire ad Alfa che la violenza indiscriminata non faceva altro che ritorcersi contro il popolo dei lupi.

 


- Alfa -

Fin da cucciolo, era stato un lupo strano: la sua funzione era sempre stata quella di calmare la tensione tra i canidi selvaggi, quando si scatenava la competizione alimentare di tutti contro tutti per divorare la preda.
Uno stato primordiale di ferocia brutale che spesso portava a gravi ferimenti tra gli appartenenti al branco.    
Con una serie di comportamenti istintivi, Omega (assumendo particolari posture del corpo o espressioni facciali e vocalizzi), era sempre riuscito a riportare la calma nel branco, evitando duelli troppo cruenti tra i lupi Beta (i lupi soldati fedeli al capo Alfa), ripristinando l'armonia.
Quella mattina, dopo un’ennesima discussione con il capo branco sull’uso della violenza e la razzia delle pecore cinesi, il dominante Alfa aveva ordinato ai Beta d’inseguirlo e di toglierlo di torno, perché era stufo delle sue chiacchiere fastidiose.    
Dopo ore d’inseguimento sfibrante, tra boschi, fiumi e brughiere, i Beta spinsero Omega in cima a una collinetta, e si preparavano ad attaccarlo per ucciderlo, quando Omega parlò loro:    
“Fedeli e indomiti Beta, ascoltatemi; non intendo salvarmi la pelle con le chiacchiere, non ho paura di morire.    
Voglio solo che voi riflettiate sulla sopravvivenza e il futuro del nostro branco.
Se continuate ad attaccare con violenza insensata e in modo avventato il gregge delle pecore cinesi, renderete più forte il sistema delle grandi città che ci ha portato sull’orlo dell’estinzione.    
Con l’alibi di dover proteggere gli ovini cinesi dalla violenza, i pastori umani, con l’ausilio dei battaglioni dei cani-pastore, imporranno un globale livellamento delle condizioni di vita e la definitiva cessazione di ogni sperimentazione vitale autonoma e personale, provocando il completo assorbimento dell’individuo nella società degli acquisti e dei consumi insensati.
Guardatemi, fratelli e sorelle lupi, viviamo insieme da quando siamo cuccioli!
Nel profondo del vostro istinto lo sapete: Omega non vuole sfidare il grande capo Alfa, non vuole diventare un pastore o un cane da pastore. Non m'interesso al Potere, sorelle e fratelli lupi.
Il mio compito, la mia missione è quella di riuscire a portar via molte pecore cinesi dal gregge, per questo sono nato e venuto al mondo!
Per riuscirci non voglio azzannarle e rubarle ai recinti, ma fare in modo che loro stesse se ne vadano, con le loro gambe e con la loro volontà dal gregge del sistema, per farsi lupi liberi e indipendenti e trasformarsi in persone autosufficienti e autonome, estranee ed emancipate da ogni forma di sistema e non più soggette alla schiavitù dell’ideale dell’acquisto e del consumo insensato e ossessivo di oggetti e di cibo, che sta distruggendo il nostro antico popolo e la terra su cui tutti corriamo.

Ho avuto una visione, sorelle e fratelli lupi.
L’altra sera, mentre ululavo alla luna ho visto un nuovo futuro per il nostro branco, una nuova creazione di vita: la città, che è stato il luogo di nascita della civiltà dei pastori umani e dei cani-pastore, fondata sugli acquisti e i consumi sconsiderati, nella forma in cui la conosciamo, non esisterà più. 
Naturalmente ci saranno dei centri, ma saranno mobili e fluidi come la corsa di un branco di lupi. Ogni individuo sarà un centro e una città aperta, deflagrata, fluidificante. 
I popoli degli animali non saranno più separati gli uni dagli altri entro gli assurdi limiti delle Nazioni, ma migreranno e circoleranno liberamente sulla superficie della terra e si mescoleranno tra loro. 
I governi lasceranno il posto ad amministrazioni di qualità fluide e non autoritarie e la partecipazione alla gestione pubblica sarà diretta e attiva.
Gli uomini politici saranno una cosa superata come i dinosauri.
Le macchine non saranno eliminate fino a quando i pastori non avranno capito la natura del mistero che li lega a quanto hanno creato. 
L’adorazione, lo studio e il soggiogamento alle macchine lasceranno gradualmente il posto al fascino di tutto ciò che è vera magia naturale.
Questa mutazione che ci attende, sorelle e fratelli lupi, è connessa al discorso più profondo e ampio del potere e della proprietà.
I pastori umani saranno costretti a rendersi conto che il potere deve essere tenuto aperto, fluido e libero, come avviene nel nostro branco.
Il nostro scopo non sarà possedere il potere e la proprietà, ma irradiarlo.”

Appena terminato il discorso di Omega regnò il silenzio.    
Poi si fece avanti Alfa, con passo lento e maestoso e giunto sulla cima della collinetta si sdraiò ai piedi di Omega, uggiolando e mostrando la pancia.
Spalancò le fauci e Omega gli leccò la lingua penzolante.    
Il branco ululò nella notte per suggellare il nuovo accordo tra lupi.
L’indomani molte pecore cinesi furono liberate dal recinto della marcatura per diventare fieri lupi selvaggi.

 
                 - Omega -

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01/05/17

CYBER MOSCO 3.1 - VERSO AZATHOTH di Mauro Banfi e HPL

                 
“Il Viandante. Riuscita per piccolezza. Al viandante perseveranza è salutare.
Tale strada di solitudine deve percorrerla, fino in fondo. La via del viandante è solitaria e sempre sul punto di spegnersi, di finire in vicoli ciechi e strade tortuose. Ogni tanto qualcosa di buono, ma non dura. Bisogna pazientare così, fino all’emersione di qualcosa di nuovo.” 

L’esagramma 56: il viandante.  
Era quello il responso dell’I Ching.  
Rimise le tre monete in tasca e cominciò a marciare, nella sabbia, verso qualche oasi.  
Durante la Seconda Globalizzazione Forzata, il Nuovo Ordine Mondiale iniziò il progetto Alpha, che prevedeva l’innesto di microchip comportamentali nel cervello umano.  
L’obiettivo era creare una generazione umana di iperconsumisti insensibili ai sogni e alle emozioni personali, in modo da elaborare geneticamente il consumatore perfetto, dedito all’acquisto di merci d’ogni tipo, senza pentimenti e deviazioni.
Solo un cervello rigettò il Progetto Alpha: quello di uno sconosciuto blogger del sito socialetterario Neteditor, conosciuto come Mauro il Moscone.  

Il rigettante riuscì inoltre a fuggire dai laboratori del N.O.M. fingendosi un inserviente, e a darsi alla fuga nei deserti senz'acqua che circondavano le metropoli Globali.
Sul vetro della sua cabina- manipolatore lasciò scritto queste strane parole:
“Andate a fanculo voi e il vostro mondo senza sogni, il vostro mondo a venire è una merda.  
Cyber Mosco 3.1”    


Sono l’ultimo uomo degno di tal nome sulla terra.  
Un viandante diretto verso Azathoth, le Terre del Sogno.  

06/03/17

TRA MOSTRI CI S'INTENDE

                                    
         
“ Sono solo e infelice: l’uomo non vuole avere nulla a che fare con me; ma un’altra creatura deforme e orribile come me non si negherebbe”.
 Frankenstein di Mary Shelley.
“Ogni tipo strano al mondo è sulla mia lunghezza d’onda”.
 Thomas Pynchon  
               


 
«Perché mi perseguiti, padre?»   
Le slitte e i cani famelici non sono lontani. Non molto distanti le fiaccole dei cacciatori riverberano le canne dei fucili. Angoscia, persecuzione, come è cominciato tutto questo? 
Mio padre, il dottor Frankenstein giocò a fare Dio e mi creò con pezzi di cadavere: gli uomini mi chiamarono la “Creatura”.
Fin dall’inizio mi sono chiesto, chi sono?  
Con orrore mi sono risposto: un esperimento fatto con un’accozzaglia di avanzi presi da vari defunti. Un essere senza famiglia e senza sorelle o fratelli, condannato a continuare a vivere senza amici e schifato da tutti per la sua evidente mostruosità.        
E inoltre sono consapevole di tutto questo male, dato che mi è stato innestato nel cranio il cervello di un filosofo. Questo è il tormento insopportabile della mia non vita.
"Padre Dottore Professore, fammi almeno una compagna, per sentirmi meno solo…"     
No, il padre dottore professore si è rifiutato di crearmi una consorte, anche se aveva promesso, l'infame.
L’imitatore di Dio subito si pentì, perché temeva la nascita di un esercito di mostri feroci che avrebbero conquistato la terra.
E io, la Creatura, allora mi sono vendicato, uccidendo uno a uno tutti i suoi cari. E mentre li ammazzavo finivo di uccidere l'ultima parte viva di me stesso.   
Allora sono stato inseguito dal maledetto professore e da un plotone di cacciatori, per essere bruciato per sempre.
In fuga da Frankenstein e dai suoi bracconieri, sono scappato dalla Svizzera verso il Mediterraneo, e poi sono sbarcato in Asia, e dalle steppe russe sono arrivato al Polo Nord.       
E ora corro sui ghiacci braccato dai miei aguzzini…   
«Nel laboratorio tenevi un crocefisso, padre. Fu il primo oggetto che vidi nascendo dalla folgore.     
Il tuo Gesù è morto per i peccati di qualche professorone come te, ma non per i miei: perché io non ho nessuno al mondo, perchè io non ho nessun mondo.    
Questo mondo non è stato costruito per me e io non l’ho scelto.
Tu mi hai costruito solo per il tuo egoismo, a tua immagine e somiglianza.
Ero solo la copertina del libro che t’avrebbe reso famoso nel tuo mondo, vero dottore?    
Scappando per il mondo ho visto molti uomini costretti in catene, forzati a lavorare per altri feroci padroni come te.        
Tu, padre, non mi hai nemmeno concesso di portarle quelle catene.
Non posso neanche lavorare come schiavo con quei servi.
Io sono forte, avrei potuto aiutarli, avrei potuto fare amicizia con loro.
Ma tu hai detto a tutti che sono un assassino e allora non mi sono concesse nemmeno le catene.  
Pertanto non posso nemmeno liberarmi da quei vincoli d’acciaio.
Nel tuo mondo, padre, ho visto centinaia, migliaia di merci che ammiccano sulle bancarelle dei mercati per essere comprate dagli uomini.
Centinaia, migliaia di accessori e vestiti che sono acquistati e comprati per dare a un uomo un’identità, una forma, uno stile.
Ma io invece non ho diritto a uno stile preciso, a un’identità netta e chiara, costruita con contorni geometrici e una casa sicura. 
La mia sola identità sta nel cercare di difendermi da quello che mi avete fatto. Mi hai lasciato solo la libertà di odiare, professore.
Quando mi guardo negli specchi non mi vedo.     
Nemmeno il sole e la luna, il mare e le montagne mi riconoscono.
Riesco a capire chi sono solo dai vostri cani da caccia, dalle vostre torce e dai vostri fucili.       
Esisto solo per fuggire da me stesso e per uccidere chi mi tallona.
Prima di definirmi “cattivo” dovresti cercare di capire le circostanze in cui mi hai stramazzato, padre.   
Chi può pretendere che qualcuno sia buono, quando non lo si rispetta né lo si ama, quando tutti lo rifuggono o lo perseguitano, quando nessuno cerca di porre rimedio al suo abbandono?
Nessuno può comportarsi umanamente se non è trattato con umanità: chiunque venga isolato dagli altri come se fosse un mostro finirà per essere un autentico mostro.    
Il tuo Gesù è morto per i peccati di qualche dottorone come te, ma non per i miei.        
Vorrei ucciderti, padre, strapparti quella maledetta testa incapace di amore dal busto.      
Perché mi perseguiti?       

Nessuna risposta. Solo il fischio ululante del blizzard gelido sui ghiacci, il latrare dei cani e le urla dei cacciatori.     
                              
                           
Da quando il genere umano si è sviluppato in posizione eretta, lasciandosi dietro nell’evoluzione i parenti primati, ha superato innumerevoli pericoli esplorando l’intero pianeta.   
Nel 1833, rimanevano solo pochi luoghi da scoprire, e uno di questi si trovava nelle tumultuose acque dell’Oceano Indiano, a ovest di Sumatra.
Parliamo di un’isola misteriosa che i primi esploratori britannici definirono “il maledetto posto più infernale della Terra”: l’Isola del Teschio.
L’Isola del Teschio è esistita a lungo nelle leggende tramandate dai marinai di tutti i continenti, oralmente o con abbozzi di mappe e disegni.
Nessuno credeva alle fantastiche storie di creature preistoriche che vagavano ancora sulla terra, sfuggite all’annientamento causato da una pioggia fatale di meteoriti in tempi primordiali.
L’Isola del Teschio era una totale anomalia geologica ed evoluzionistica, un luogo di misteri inesauribili e insondabili.
Nel 1933, quando i primi esploratori occidentali approdarono sull’Isola, si trovarono a essere inseguiti da bestie gigantesche, fino ad allora conosciute solo dai reperti fossili.
Pensavano di essere i primi pionieri di quel mondo perduto.     
Non sospettavano che un secolo prima, una mostruosa creatura fatta di pezzi di cadavere ricuciti, riportati alla vita dalla potenza della folgore, approdava sull’Isola prima di loro.  
Fuggito dal laboratorio del Dott. Frankenstein, il mostro disgraziato, nato fisicamente adulto, ma senza nessun senso della disciplina intellettuale e morale, era cresciuto nella più totale solitudine e per sopravvivere aveva dovuto abusare della sola esperienza pratica, perlopiù brutalmente istintiva e violenta.  
L’odio per il suo creatore era nato dal fatto sconcertante che il Dottore suo padre si era rifiutato di creargli anche una compagna.
Suo padre Frankenstein prima promise di crearla ma poi subito si pentì, perché temeva la nascita di un esercito di mostri feroci che avrebbero conquistato la terra.    
E la creatura allora si era vendicata, uccidendo uno a uno tutti i suoi cari, ed era stata inseguita dal Frankenstein e da un plotone di cacciatori, per essere bruciata per sempre.
In fuga da Frankenstein e dai suoi bracconieri, la mostruosa creatura era scappata dalla Svizzera verso il Mediterraneo, e poi era sbarcata in Asia, e dalle steppe russe era arrivata al Polo Nord, dov'era stata quasi distrutta dall'equipaggio del capitano Robert Walton, assoldato dal Dott.Frankenstein.   
Braccato come una bestia feroce, il mostro giungeva infine sull’Isola del Teschio, ed era subito aggredito dagli indigeni, una tribù che praticava regolarmente sacrifici umani in onore del loro Dio Re, il grande Kong.
                                      
Erano una razza isolata, di matrice micronesiana, prevalentemente cacciatori raccoglitori.  
Gli unici abiti che indossavano erano i loro stessi capelli e i peli del corpo che lasciavano crescere incolti.    
Erano riusciti a sopravvivere ai giganteschi predatori che li circondavano, aggrappandosi a un lembo di terra protetto dalle alte mura di un'antica civiltà precedente.   
Quelle colossali lastre di basalto intrecciate erano la sola barriera che li proteggeva dai Venatosauri (Velociraptor evoluti) e dai Vastasauri (Tirannosauri più veloci e resistenti) e da altre centinaia di mostri carnivori che potevano ucciderli in ogni momento.
Mura ciclopiche che uscivano dall’oceano da un lato, attraversavano l’isola e finivano nel mare dall’altro lato.   
Vivevano pertanto confinati in una parte molto piccola dell’Isola. Oltre le mura c’era la giungla fitta, la foresta pluviale tropicale, ma dalla loro parte delle mura non rimaneva vegetazione disponibile.
Vivevano in mezzo ad aspre formazioni rocciose, nascosti come topi, impauriti dai possibili assalti degli smisurati predatori selvaggi.
I loro antenati erano fieri cacciatori, loro ora erano solo prede.
L’unico riparo sicuro che erano riusciti a trovare erano le antiche tombe degli avi, fra le ossa dei morti.       
Erano arrivati pertanto ad adorare il gorilla gigante Kong come un dio protettore (nonostante ogni tanto banchettasse con le loro carni facendole a brani) e praticavano sacrifici umani per placarlo e per essere difesi da lui dalle altre fiere.
                               
Sulle vette più alte dell’Isola del Teschio viveva anche un branco di gorilla giganti, di una specie conosciuta come Megaprimatus Kong.
L’origine di questo gigantesco primate sono misteriose e posso fare solo delle congetture.   
Di certo non era nell’Isola dal Cretaceo, dati che i primati non hanno cominciato a evolversi allora.
Si tratta di una specie più recente, che si è evoluta nell’Isola insieme ai velociraptor e ai tirannosauri che sono diventati più rapidi e possenti, nelle nuove versioni Venatosauri e Vastasauri.
                           
A mio modesto avviso la stirpe dei Megaprimatus Kong proviene dall’Asia, dal Gigantopithecus, un enorme antenato dei Primati, i cui reperti fossili sono stati trovati in Asia.      
Il Gigantopithecus era due, tre volte il gorilla attuale, ma c’è ancora differenza rispetto al Kong, grande come una casa a quattro piani.