03/02/15
02/02/15
LAPIS EXILIS (La cercatrice/raccoglitrice)
di Mauro Banfi
“Ciascun sasso la sua forma
ciascuna forma il suo peso
ciascun peso il suo valore
ciascuna forma il suo peso
ciascun peso il suo valore
nel mio giardino mentre li cavo
per le semine di primavera,
e dico, tirandoli fuori uno alla volta,
C’è gioia qui
C’è gioia qui
a poter maneggiare
così tante differenze
ricche di senso.”
Each stone, David Ignatow
I
Qualcosa era caduto dal cielo nel bosco di Mezzanone.
Un giorno era arrivata dallo spazio profondo una lunga scia bianca che aveva prodotto una successione di esplosioni in aria, e una colonna di fumo in una radura del bosco.
La zona venne subito isolata da un cordone di sicurezza governativo, in cui tuttavia ben presto gli stessi militari e gli scienziati non osavano più spingersi.
Si vociferava che essa, la Zona, (così era stata ribattezzata, con la Zeta maiuscola, dai mass-media e dagli abitanti del luogo) contenesse una misteriosa pietra di materiale extraterrestre.
Si raccontava che il minerale venuto dallo spazio potesse indurre in chi si avvicinava deliri maniacali e visioni psichedeliche.
Un giorno era arrivata dallo spazio profondo una lunga scia bianca che aveva prodotto una successione di esplosioni in aria, e una colonna di fumo in una radura del bosco.
La zona venne subito isolata da un cordone di sicurezza governativo, in cui tuttavia ben presto gli stessi militari e gli scienziati non osavano più spingersi.
Si vociferava che essa, la Zona, (così era stata ribattezzata, con la Zeta maiuscola, dai mass-media e dagli abitanti del luogo) contenesse una misteriosa pietra di materiale extraterrestre.
Si raccontava che il minerale venuto dallo spazio potesse indurre in chi si avvicinava deliri maniacali e visioni psichedeliche.
Il primo a trovarla, un mountain biker, era ora ricoverato nel reparto psichiatrico di un vicino ospedale perché credeva di essere un tricheco paranoico, perseguitato e cacciato da alcune fantomatiche “teste d’uovo”.
In base a questo ed altri inquietanti episodi, l’accesso a quel territorio misterioso e pericoloso venne proibito dalle autorità, dopo averlo fatto evacuare da ogni presenza umana.
Demetra abitava nei pressi della Zona.
C’era una porticina nel suo giardino che dava su un sentiero del bosco di Mezzanone.
Il Sindaco tentò di farla evacuare dalla sua casa, ma il suo avvocato rigettò l’istanza di sfratto temporaneo, in quanto la sua abitazione era oltre il confine di sicurezza.
Demetra era una giovane ragazza, esile e dai lunghi capelli corvini, iscritta alla facoltà di Agraria.
C’era una porticina nel suo giardino che dava su un sentiero del bosco di Mezzanone.
Il Sindaco tentò di farla evacuare dalla sua casa, ma il suo avvocato rigettò l’istanza di sfratto temporaneo, in quanto la sua abitazione era oltre il confine di sicurezza.
Demetra era una giovane ragazza, esile e dai lunghi capelli corvini, iscritta alla facoltà di Agraria.
Nel tempo libero amava andare in bicicletta nel vicino Parco del Ticino e soprattutto dedicarsi alla sua grande passione: cercare e raccogliere erbe e frutti spontanei stagionali della terra.
Era inoltre un’apprezzata guida e spesso veniva ingaggiata per condurre le scolaresche a visitare gli animali del Parco.
Era inoltre un’apprezzata guida e spesso veniva ingaggiata per condurre le scolaresche a visitare gli animali del Parco.
Demetra era seduta al grande tavolo del suo laboratorio, e stava trattando le erbacce commestibili che aveva raccolto quella mattina.
Lavò le foglie di ortica per metterle a cuocere. Poi le mise in acqua ghiacciata, protetta dai guanti in lattice, in soluzione prima della bollitura, e subito dopo cominciò a mondare un bel cespo di tarassaco, detto dente di leone, da fare in insalata.
Lavò le foglie di ortica per metterle a cuocere. Poi le mise in acqua ghiacciata, protetta dai guanti in lattice, in soluzione prima della bollitura, e subito dopo cominciò a mondare un bel cespo di tarassaco, detto dente di leone, da fare in insalata.
Mentre lavorava guardò la scritta in latino sul muro, dipinta in oro e argento da sua nonna, la famosa Nonna Gatta, la Stria del Mezzanone, com’era ancora ricordata in paese.
“Solve et coagula”.
«Dissolvi e coagula Demetra: questo è il fondamento della nostra arte».
Quella magica nonna dai lunghi e candidi capelli bianchi sembrava essere ancora vicina a lei, mentre le insegnava le sue conoscenze.
Era nel suo cuore, era ancora più viva di prima.
«Tutto ciò che è duro e urticante va dissolto con il calore e con l’acqua, e tutto ciò che è acquoso, fluttuante, caotico e vaporoso va addensato, indurito, fissato e ridotto.
Non mettere a bollire una sostanza coriacea se prima non l’hai tagliata a tocchi; non puoi ottenere un’evaporazione o una distillazione se non hai alzato la fiamma; esistono diversi tipi di fuoco per differenti modi di cottura; non puoi coagulare un ottimo minestrone se prima gli elementi primi non si sono dissolti in una fusione appassionata.
Questo vale anche per il rapporto con gli uomini, Demetra.
Ricorda: ci sono erbe tossiche ed erbe mediche e a seconda del dosaggio la stessa erba può essere farmaco e veleno. Così vale anche per i signori maschi che allietano e terrorizzano le nostre vite da secoli.
L’amore? Certo, Demetra, è bello come il sole, ma è anche qualcosa che muta rapidamente e che si può fingere. Riconoscerai l’uomo della tua vita dal rispetto che avrà della tua curiosità.
I maschi hanno sempre avuto paura della nostra curiosità. Da secoli sbugiardano la nostra madre Eva con quella fandonia della mela e del serpente.
E quando hanno paura di noi tendono a renderci le loro serve. Non permetterlo mai, bambina mia. Sii sempre libera: sii sempre curiosa.»
Quella magica nonna dai lunghi e candidi capelli bianchi sembrava essere ancora vicina a lei, mentre le insegnava le sue conoscenze.
Era nel suo cuore, era ancora più viva di prima.
«Tutto ciò che è duro e urticante va dissolto con il calore e con l’acqua, e tutto ciò che è acquoso, fluttuante, caotico e vaporoso va addensato, indurito, fissato e ridotto.
Non mettere a bollire una sostanza coriacea se prima non l’hai tagliata a tocchi; non puoi ottenere un’evaporazione o una distillazione se non hai alzato la fiamma; esistono diversi tipi di fuoco per differenti modi di cottura; non puoi coagulare un ottimo minestrone se prima gli elementi primi non si sono dissolti in una fusione appassionata.
Questo vale anche per il rapporto con gli uomini, Demetra.
Ricorda: ci sono erbe tossiche ed erbe mediche e a seconda del dosaggio la stessa erba può essere farmaco e veleno. Così vale anche per i signori maschi che allietano e terrorizzano le nostre vite da secoli.
L’amore? Certo, Demetra, è bello come il sole, ma è anche qualcosa che muta rapidamente e che si può fingere. Riconoscerai l’uomo della tua vita dal rispetto che avrà della tua curiosità.
I maschi hanno sempre avuto paura della nostra curiosità. Da secoli sbugiardano la nostra madre Eva con quella fandonia della mela e del serpente.
E quando hanno paura di noi tendono a renderci le loro serve. Non permetterlo mai, bambina mia. Sii sempre libera: sii sempre curiosa.»
Gli occhi di Demetra si erano velati di lacrime, ricordava quel giorno in cui Nonna Gatta le donò il suo cestino per raccogliere i frutti e le erbe della terra:
«Bambina mia, da oggi sei una donna.»
«Bambina mia, da oggi sei una donna.»
Ricordava: la nonna si portò alle sue spalle, le prese delicatamente la testa e la girò verso il bosco:
«Guarda Demetra!Da oggi sei una cercatrice, sei una figlia della grande Dea della terra. Ricordati: per ogni dono che la Madre ti farà tu dovrai restituirle qualcosa; per ogni energia che Le prenderai tu dovrai ricambiarLa.
Si sta compiendo il mio tempo: presto sarò nel suo seno e nel suo grembo e tutto andrà a meraviglia. Siamo tutti parti di qualcosa di più grande.
Rinascerò nelle tue lacrime e nella tua gioia.
Prima di tornare alla Madre voglio insegnarti il segreto della forza: i veri esseri umani sono quelli indifesi come bambini, perché la debolezza è potenza, e la forza è niente.
Quando l'uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l'albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagni della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza, ciò che si è irrigidito non vincerà.
Solve et coagula, figlia mia.
Il male non prevarrà e l’amore aumenterà…»
«Guarda Demetra!Da oggi sei una cercatrice, sei una figlia della grande Dea della terra. Ricordati: per ogni dono che la Madre ti farà tu dovrai restituirle qualcosa; per ogni energia che Le prenderai tu dovrai ricambiarLa.
Si sta compiendo il mio tempo: presto sarò nel suo seno e nel suo grembo e tutto andrà a meraviglia. Siamo tutti parti di qualcosa di più grande.
Rinascerò nelle tue lacrime e nella tua gioia.
Prima di tornare alla Madre voglio insegnarti il segreto della forza: i veri esseri umani sono quelli indifesi come bambini, perché la debolezza è potenza, e la forza è niente.
Quando l'uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l'albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagni della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza, ciò che si è irrigidito non vincerà.
Solve et coagula, figlia mia.
Il male non prevarrà e l’amore aumenterà…»
Pochi giorni dopo Nonna Gatta lasciò il suo corpo alla terra e tornò alla Madre.
Ora Demetra sorrideva.
La nonna le aveva affidato un testo da leggere al suo funerale, al momento del seppellimento.
Era il versetto 77 del vangelo segreto di Tommaso:
Ora Demetra sorrideva.
La nonna le aveva affidato un testo da leggere al suo funerale, al momento del seppellimento.
Era il versetto 77 del vangelo segreto di Tommaso:
“Il regno di Dio è in te e attorno a te, non in edifici di legno e pietra. Spezza un pezzo di legno ed io sarò lì, alza una pietra e lì mi troverai.”
«Sii libera. Sii curiosa.»
Aveva concluso ad alta voce, terminando l’antica preghiera di quel Gesù gnostico e se n’era tornata a casa fiera, fendendo la folla di compaesani che si facevano il segno della croce.
Demetra si alzò di scatto dal tavolo:
«Sono libera, sono curiosa. Domani andrò nella Zona.»
Si asciugò le lacrime e cominciò a preparare lo zaino per andare nel bosco.
Nella sua testa riviveva un altro suggerimento di Nonna Gatta, la Dea la benedica.
«Gli occhi vedono l’essenza vera della realtà per mezzo delle lacrime del pianto e del gran ridere. Non averne mai paura, bambina, mia, ma cadici dentro.
Quello è il potere della visione profonda.»
Aveva concluso ad alta voce, terminando l’antica preghiera di quel Gesù gnostico e se n’era tornata a casa fiera, fendendo la folla di compaesani che si facevano il segno della croce.
Demetra si alzò di scatto dal tavolo:
«Sono libera, sono curiosa. Domani andrò nella Zona.»
Si asciugò le lacrime e cominciò a preparare lo zaino per andare nel bosco.
Nella sua testa riviveva un altro suggerimento di Nonna Gatta, la Dea la benedica.
«Gli occhi vedono l’essenza vera della realtà per mezzo delle lacrime del pianto e del gran ridere. Non averne mai paura, bambina, mia, ma cadici dentro.
Quello è il potere della visione profonda.»
II
Demetra dopo la dipartita della nonna aveva cominciato a raccogliere pietre, riportandole a casa dopo le sue escursioni nel Parco e i suoi viaggi.
Le aveva raccolte dai deserti, sulle montagne, dal greto del fiume Ticino o dalla spiaggia del mare e le aveva riposte sugli scaffali del laboratorio, come fossero i marmi pregiati di un Tempio.
Sassolini lisci, pezzi di granito striato o retinato, le selci, le schegge di mica, i sassi qualunque, grigi, percorsi da sottili venature e da impercettibili moti ondulatori prodotti dalle maree e dalla corrente del fiume.
Quell’irresistibile impulso a raccogliere sassi e a portarli a casa per improvvisare minimi altari sollevati nella diversa inclinazione della sua anima, aromatizzati con la sensualità dei cinque elementi, l’aveva guarita dalla malinconia per quella momentanea separazione.
Sassolini lisci, pezzi di granito striato o retinato, le selci, le schegge di mica, i sassi qualunque, grigi, percorsi da sottili venature e da impercettibili moti ondulatori prodotti dalle maree e dalla corrente del fiume.
Quell’irresistibile impulso a raccogliere sassi e a portarli a casa per improvvisare minimi altari sollevati nella diversa inclinazione della sua anima, aromatizzati con la sensualità dei cinque elementi, l’aveva guarita dalla malinconia per quella momentanea separazione.
Uscì dalla porticina segreta in fondo al giardino e si diresse verso il cuore della foresta, eludendo con facilità un posto di blocco governativo che impediva l’accesso dall’ampio sentiero vicino.
Demetra conosceva l’arte di avvicinarsi con cautela, rispetto e semplice gentilezza alle erbe commestibili, alle pietre, agli animali e a tutti i frutti stagionali della terra.
La natura ama nascondersi e soprattutto non vuole essere presa con la forza, e Demetra conosceva il modo per arrivare alla sua energia con pazienti giri traversi e tortuosi percorsi labirintici.
Demetra conosceva l’arte di avvicinarsi con cautela, rispetto e semplice gentilezza alle erbe commestibili, alle pietre, agli animali e a tutti i frutti stagionali della terra.
La natura ama nascondersi e soprattutto non vuole essere presa con la forza, e Demetra conosceva il modo per arrivare alla sua energia con pazienti giri traversi e tortuosi percorsi labirintici.
Seguendo il letto di un torrente, nascosta dai cespugli, penetrò nel cuore del bosco.
Orientandosi con l’esame della morfologie delle piante s’incamminò verso il luogo d’impatto del meteorite.
Dal suo giardino aveva scorto la colonna di fumo bianco levarsi da una macchia di antiche querce.
Sapeva come arrivarci.
Dal suo giardino aveva scorto la colonna di fumo bianco levarsi da una macchia di antiche querce.
Sapeva come arrivarci.
Nel frattempo, sul tavolo del Ministero della Difesa arrivò la relazione di laboratorio dell'esame ottenuto con lo spettroscopio stellare, con l’analisi chimica dei minerali contenuti nella pietra venuta dalla spazio profondo:
Il Ministro si deterse il sudore dalla fronte con il fazzoletto di seta e rispose alla chiamata al cellulare:
«Buongiorno Presidente. Sì, ho letto la relazione tecnica.
Le confermo che al momento non sappiamo quale decisione prendere.
La pietra possiede un peso specifico mai riscontrato prima, come sa.
Non riusciamo a sollevarla, non riusciamo a spostarla di un centimetro.
Non si riesce a prelevarne un frammento, è inscalfibile; è possibile solo irradiarla con lo spettroscopio. Non si riesce nemmeno a stare a lungo in sua presenza.
Come le è stato riferito, già dieci scienziati sono impazziti e si credono tutti dei trichechi perseguitati dalle teste d’uovo.
In tutta sincerità Presidente, non sappiamo che cosa fare con questa Pietra.
Attendo sue indicazioni.»
«Buongiorno Presidente. Sì, ho letto la relazione tecnica.
Le confermo che al momento non sappiamo quale decisione prendere.
La pietra possiede un peso specifico mai riscontrato prima, come sa.
Non riusciamo a sollevarla, non riusciamo a spostarla di un centimetro.
Non si riesce a prelevarne un frammento, è inscalfibile; è possibile solo irradiarla con lo spettroscopio. Non si riesce nemmeno a stare a lungo in sua presenza.
Come le è stato riferito, già dieci scienziati sono impazziti e si credono tutti dei trichechi perseguitati dalle teste d’uovo.
In tutta sincerità Presidente, non sappiamo che cosa fare con questa Pietra.
Attendo sue indicazioni.»
Dopo tre giorni di cammino e di lunghe esplorazioni Demetra arrivò nei pressi del luogo d’impatto del corpo celeste.
Era una lanca di medie dimensioni, circondata da antiche querce rigogliose.
In mezzo al piccolo laghetto si stagliava una roccia piramidale di granito, e sopra la pietra c’era un bagliore rosso che la richiamava.
Distolse lo sguardo e vide riflessa sull’acqua l’immagine liquida e smarginata della pietra.
Era una lanca di medie dimensioni, circondata da antiche querce rigogliose.
In mezzo al piccolo laghetto si stagliava una roccia piramidale di granito, e sopra la pietra c’era un bagliore rosso che la richiamava.
Distolse lo sguardo e vide riflessa sull’acqua l’immagine liquida e smarginata della pietra.
Poi, come le aveva insegnato Nonna Gatta s’inginocchiò e provò riconoscenza e venerazione per quel prodigio.
«Vengo a te con gentilezza e premura, Pietra, senza l’arroganza di chi vuole possederti o la presunzione di chi vuole giudicarti. Se vuoi, fammi entrare nella tua dimensione.»
In quel momento apparve la Pietra:
«Eccomi, toccami.»
«Vengo a te con gentilezza e premura, Pietra, senza l’arroganza di chi vuole possederti o la presunzione di chi vuole giudicarti. Se vuoi, fammi entrare nella tua dimensione.»
In quel momento apparve la Pietra:
«Eccomi, toccami.»
Demetra accarezzò delicatamente i bordi della Pietra: erano morbidi, cerosi, oleosi, teneri come germogli di soia e come sego per candele; quel minerale era un portento, massiccio come un tronco di pino silvestre e malleabile e snodabile come il corpo guizzante di un serpente.
«Oh, Pietra, permettimi di portarti a casa mia.
Ti conserverò in un bel posticino al caldo, in una fiala di vetro o in una bella scatola damascata, all’asciutto, come faccio per lo zucchero, il sale e la farina di mais: ti terrò al riparo del freddo e dell’umidità».
Ti conserverò in un bel posticino al caldo, in una fiala di vetro o in una bella scatola damascata, all’asciutto, come faccio per lo zucchero, il sale e la farina di mais: ti terrò al riparo del freddo e dell’umidità».
«Prima ti voglio portare nella mia dimensione, Demetra.
Schiaccia la parola Barbelos, sotto la chiave dell’Anima Cosmi impressa sulla pietra. Seguimi, c’è una persona che ti aspetta…»
Schiaccia la parola Barbelos, sotto la chiave dell’Anima Cosmi impressa sulla pietra. Seguimi, c’è una persona che ti aspetta…»
28/01/15
GLI INVISIBILI
di Mauro Banfi
“Il Grande Fratello ti osserva, diventa invisibile”.
Grant Morrison, The Invisibles
Grant Morrison, The Invisibles
Pino Cavezzan stava cercando di ammazzare il Tempo finendo un solitario al computer.
Era il Tempo che in realtà stava accoppando lui, lo sapeva bene, ma nella sua vita ormai l’oblio era un’ossessione, una mania, forse una galera.
Nella stanza volava da una mezz'oretta un moscone, e Pino si alzò di scatto e cercò di acchiapparlo.
Il moscone di posò sulla tastiera e una manata al suo inseguimento centrò la zona “qwert”.
All'improvviso, tra un jack di cuori e una donna di fiori, comparve l’icona di un moscone, recante una scritta:
“segui il moscone”.
Era il Tempo che in realtà stava accoppando lui, lo sapeva bene, ma nella sua vita ormai l’oblio era un’ossessione, una mania, forse una galera.
Nella stanza volava da una mezz'oretta un moscone, e Pino si alzò di scatto e cercò di acchiapparlo.
Il moscone di posò sulla tastiera e una manata al suo inseguimento centrò la zona “qwert”.
All'improvviso, tra un jack di cuori e una donna di fiori, comparve l’icona di un moscone, recante una scritta:
“segui il moscone”.
Il moscone insetto riprese a ronzare fastidioso.
Pino invece smanettava per far sparire quell’icona molesta e indesiderata:
«Maledetti cookies, maledetti Trojan, cazzosissimi virus, fanculo a tutti!» imprecava, schiacciando ripetutamente ctrl-alt-canc-, seviziando il tasto esc, interrogando google su come si poteva eliminare quello schifo.
L’unico risultato tangibile fu la comparsa di una finestra di comunicazione tipo Skype, e dentro quel riquadro c’era un tizio che parlava come in un video di you tube, uno strambo tipo con un giubbotto di pelle nera, un cappellino da baseball in testa e degli occhiali neri.
Pino invece smanettava per far sparire quell’icona molesta e indesiderata:
«Maledetti cookies, maledetti Trojan, cazzosissimi virus, fanculo a tutti!» imprecava, schiacciando ripetutamente ctrl-alt-canc-, seviziando il tasto esc, interrogando google su come si poteva eliminare quello schifo.
L’unico risultato tangibile fu la comparsa di una finestra di comunicazione tipo Skype, e dentro quel riquadro c’era un tizio che parlava come in un video di you tube, uno strambo tipo con un giubbotto di pelle nera, un cappellino da baseball in testa e degli occhiali neri.
Moscone: «Ciao Pino, come ti passa? Immagino, che in questo momento ti sentirai un po' Alice che ruzzola nella tana del Neromoscone... mh?»
Pino: «Potrei sapere chi cazzo sei, che cosa cazzo vuoi e perché cazzo non te ne vai?»
Moscone: « Sei lievemente basito, lo leggo nei tuoi occhi. Hai lo sguardo di un uomo che accetta quello che vede solo perché aspetta di risvegliarsi. E curiosamente non sei lontano dalla realtà. Conosci Philip K. Dick, Pino?
“La realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci, non svanisce.”»
Pino: «No, e non me ne sbatte niente. Io vorrei finire il mio solitario! Cazzo!»
Moscone: «Calma Pino, calma. Siediti tranquillo e ascolta che cosa devo dirti.
Solo un minuto e poi, se sei stufo, mi tolgo dai coglioni, va bene?»
Pino:« Vabbè, ho capito, sei uno dei tanti venditori che mi straccia le palle ogni santo giorno, sentiamo che cos'hai da rifilare. Tanto, te lo dico prima, non ho un centesimo bucato in tasca e sono già a posto di tutto. Sputa»
Pino: «Potrei sapere chi cazzo sei, che cosa cazzo vuoi e perché cazzo non te ne vai?»
Moscone: « Sei lievemente basito, lo leggo nei tuoi occhi. Hai lo sguardo di un uomo che accetta quello che vede solo perché aspetta di risvegliarsi. E curiosamente non sei lontano dalla realtà. Conosci Philip K. Dick, Pino?
“La realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci, non svanisce.”»
Pino: «No, e non me ne sbatte niente. Io vorrei finire il mio solitario! Cazzo!»
Moscone: «Calma Pino, calma. Siediti tranquillo e ascolta che cosa devo dirti.
Solo un minuto e poi, se sei stufo, mi tolgo dai coglioni, va bene?»
Pino:« Vabbè, ho capito, sei uno dei tanti venditori che mi straccia le palle ogni santo giorno, sentiamo che cos'hai da rifilare. Tanto, te lo dico prima, non ho un centesimo bucato in tasca e sono già a posto di tutto. Sputa»
Moscone: «Capisco perfettamente ciò che intendi. Adesso ti dico perché sono qui. Non credi che la tua vita sia troppo ordinata, monotona, ripetitiva?»
Pino: «Sì, è una merda e per questo facevo il solitario, perché non ci voglio pensare».
Moscone: « Invece ti rubo un minuto di pensiero, ti prego di scusarmi.»
Pino:« Che stress, fai presto!»
Moscone: «Allora siamo d’accordo che hanno bandito dal mondo il chaos.
Tutto deve essere sempre in ordine e il chaos è stato eliminato con l’indifferenza e il silenzio.
Eppure esistono due modi per guardare al chaos. Uno è quello di considerarlo l’assenza di ogni regola, l’altro è di considerarlo la possibilità di ogni regola. Pensa a un mazzo di carte, tipo quello del solitario.
Una volta mescolate, sono un insieme caotico, disordinato, in cui un due di picche segue un cinque di cuori, senza alcuna logica apparente.
Durante una partita però è necessario ordinare le carte, creare una logica, per fare punti e vincere.
Pino: «Sì, è una merda e per questo facevo il solitario, perché non ci voglio pensare».
Moscone: « Invece ti rubo un minuto di pensiero, ti prego di scusarmi.»
Pino:« Che stress, fai presto!»
Moscone: «Allora siamo d’accordo che hanno bandito dal mondo il chaos.
Tutto deve essere sempre in ordine e il chaos è stato eliminato con l’indifferenza e il silenzio.
Eppure esistono due modi per guardare al chaos. Uno è quello di considerarlo l’assenza di ogni regola, l’altro è di considerarlo la possibilità di ogni regola. Pensa a un mazzo di carte, tipo quello del solitario.
Una volta mescolate, sono un insieme caotico, disordinato, in cui un due di picche segue un cinque di cuori, senza alcuna logica apparente.
Durante una partita però è necessario ordinare le carte, creare una logica, per fare punti e vincere.
La stessa carta, o lo stesso insieme di carte, è utile se decidiamo di seguire alcune regole, del tutto inutile se decidiamo di seguirne altre: il mazzo in sé contiene un numero (quasi) infinito di possibilità, sono i giocatori a scegliere quali considerare utili e quali no.
L’idea è che l’Universo non risponda a nessuna regola precisa: è soltanto un mazzo di carte, senza una rigida logica di fondo.
Niente è vero in assoluto. È compito di ogni persona inventare un ordine, delle regole, che gli permettano di giocare la partita che preferisce. Però, poiché tutte le regole sono inventate, non esistono regole migliori o peggiori in assoluto.
L’unica realtà di fondo è il chaos: in altre parole una realtà di fondo non esiste, esiste solo un mazzo di carte, l’universo, che viene mescolato e rimescolato di continuo dai giocatori, gli esseri umani.»
Pino: «Sinceramente non ho capito un cazzo, però è fico, suona da film…»
Moscone: «Svegliati Pino! Smettila di prenderti in giro da solo!
È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra, nel mondo. Non sai bene di che si tratta ma l'avverti. È un chiodo fisso nel cervello. Da diventarci matto. È questa sensazione che ti ha connesso a me. Tu sai di cosa sto parlando!»
Pino: « E’ vero, è un disagio che non so esprimere. Parlamene tu, Mosco…»
Moscone: Ti interessa sapere di che si tratta? Era ora:
Sai che cos'è? Il suo nome è Mammon ed è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore o il computer. L'avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la realtà e per fotterti.»
Pino: «Quale realtà?»
Moscone: «Che tu sei uno schiavo, Pino. Come tutti gli altri, sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore. Una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado, purtroppo, di descrivere il sistema di Mammon agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos'è.»
Pino:« E come posso fare?»
Moscone: « Ascolta bene: è la tua ultima occasione, se rinunci non ne avrai altre.
Se apri il file azzurro, è la fine della storia: come un cieco brancolerai nella tua camera, e crederai a quello che vorrai.
Se apri (cliccandoci sopra) il file rosso, entri nel paese delle meraviglie, e vedrai quant'è profonda la tana del neromoscone e gioiosa la rivelazione degli Invisibili.
Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più.
Avanti, scegli!»
Niente è vero in assoluto. È compito di ogni persona inventare un ordine, delle regole, che gli permettano di giocare la partita che preferisce. Però, poiché tutte le regole sono inventate, non esistono regole migliori o peggiori in assoluto.
L’unica realtà di fondo è il chaos: in altre parole una realtà di fondo non esiste, esiste solo un mazzo di carte, l’universo, che viene mescolato e rimescolato di continuo dai giocatori, gli esseri umani.»
Pino: «Sinceramente non ho capito un cazzo, però è fico, suona da film…»
Moscone: «Svegliati Pino! Smettila di prenderti in giro da solo!
È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra, nel mondo. Non sai bene di che si tratta ma l'avverti. È un chiodo fisso nel cervello. Da diventarci matto. È questa sensazione che ti ha connesso a me. Tu sai di cosa sto parlando!»
Pino: « E’ vero, è un disagio che non so esprimere. Parlamene tu, Mosco…»
Moscone: Ti interessa sapere di che si tratta? Era ora:
Sai che cos'è? Il suo nome è Mammon ed è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore o il computer. L'avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la realtà e per fotterti.»
Pino: «Quale realtà?»
Moscone: «Che tu sei uno schiavo, Pino. Come tutti gli altri, sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore. Una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado, purtroppo, di descrivere il sistema di Mammon agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos'è.»
Pino:« E come posso fare?»
Moscone: « Ascolta bene: è la tua ultima occasione, se rinunci non ne avrai altre.
Se apri il file azzurro, è la fine della storia: come un cieco brancolerai nella tua camera, e crederai a quello che vorrai.
Se apri (cliccandoci sopra) il file rosso, entri nel paese delle meraviglie, e vedrai quant'è profonda la tana del neromoscone e gioiosa la rivelazione degli Invisibili.
Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più.
Avanti, scegli!»
12/01/15
LA VISIONE DEL DOTTOR MISES
di Mauro Banfi
“L'uomo vive sulla terra non una ma tre volte: la prima fase della sua vita è un sonno profondo; la seconda di veglia e sogno e sonno in alternanza; la terza una veglia eterna.
Nella prima fase l'uomo vive nell'oscurità, solo; nella seconda vive insieme alle altre persone, pur tuttavia spesso ignorato e separato dai suoi simili, in una luce che è riflessa dalla superficie delle cose; nella terza la sua vita è intessuta con lo Spirito universale ed è una vita superiore in presenza dell’Anima del Cosmo.
La metamorfosi dal primo al secondo stadio è chiamata nascita.
La trasmutazione dal secondo al terzo è chiamata morte; lo stadio di passaggio caratterizzato dall’alternanza di sonno, sogno e di veglia viene chiamato vita.”
Nella prima fase l'uomo vive nell'oscurità, solo; nella seconda vive insieme alle altre persone, pur tuttavia spesso ignorato e separato dai suoi simili, in una luce che è riflessa dalla superficie delle cose; nella terza la sua vita è intessuta con lo Spirito universale ed è una vita superiore in presenza dell’Anima del Cosmo.
La metamorfosi dal primo al secondo stadio è chiamata nascita.
La trasmutazione dal secondo al terzo è chiamata morte; lo stadio di passaggio caratterizzato dall’alternanza di sonno, sogno e di veglia viene chiamato vita.”
Escursione nel mondo visibile per trovare l’invisibile, Gustav Theodor Mises
Indosso occhiali dalle lenti azzurre per difendermi dalla visione notturna, dal lato oscuro, materiale, letterale delle cose.
La mia anima è come il cielo che attira la terra tra le braccia, ora.
La mia anima è come il cielo che attira la terra tra le braccia, ora.
Quando avevo trentanove anni restai irretito nel grembo tenebroso della materia.
Fu la miseria, l’eccessivo lavoro ma soprattutto anni di accaniti studi e sperimentazioni, specialmente sulla psicofisica della percezione dei colori.
Dovevo assolutamente inventare un aggeggio ottico per diventare ricco.
I miei occhi e la mia anima si ammalarono.
Non potevo fare più le mie lunghe e ossessive osservazioni sperimentali sulla persistenza dei colori nella retina, non potevo più leggere. Non ero diventato cieco, ma non ci vedevo più. Non potevo nemmeno mangiare né bere. Il mio stomaco si era riempito della nebbia e del buio che abitavano la camera oscurata nella quale mi ero ritirato. I miei occhi erano protetti da coppette di piombo ed ero tenuto in vita da mia moglie.
Fu la miseria, l’eccessivo lavoro ma soprattutto anni di accaniti studi e sperimentazioni, specialmente sulla psicofisica della percezione dei colori.
Dovevo assolutamente inventare un aggeggio ottico per diventare ricco.
I miei occhi e la mia anima si ammalarono.
Non potevo fare più le mie lunghe e ossessive osservazioni sperimentali sulla persistenza dei colori nella retina, non potevo più leggere. Non ero diventato cieco, ma non ci vedevo più. Non potevo nemmeno mangiare né bere. Il mio stomaco si era riempito della nebbia e del buio che abitavano la camera oscurata nella quale mi ero ritirato. I miei occhi erano protetti da coppette di piombo ed ero tenuto in vita da mia moglie.
Rimasi in quel mondo notturno di tormenti per tre anni, chiuso in un isolamento melanconico e stavo perdendo il controllo dei pensieri, quando la mia cara consorte ebbe un sogno.
Vide una ricetta per una pietanza a base di riso, quinoa, miglio, avena e brodo di pollo da asciugare lentamente con scalogno e formaggio pecorino in una pentola a fuoco costante.
Me la preparò e dopo pranzo andammo a riposare insieme. Lei abbracciava il mio corpo rinsecchito e privo di umori e singhiozzava:
« Ti prego amore non lasciarti andare…»
Poi si alzò e riempì la vasca da bagno. Mi fece alzare dal letto, mi spogliò e mi fece entrare in ammollo nell’acqua tiepida.
Prese una spugna imbevuta di sapone di marsiglia e lavò con infinita cura il mio corpo disperato sussurrando:
« Ti prego non lasciarti andare amore…»
Poi si spogliò anche lei, mi prese per mano e mi portò sul letto. Mi fece sdraiare e con carezze inesprimibili risvegliò quello che restava della mia virilità.
Si posò sopra di me come una colomba azzurra e mi fece entrare nel suo oceano.
Io nuotavo dentro lei e verso il cielo, e la volta azzurra era alta e dall’alto vedevo la sfera azzurro-cielo nella quale viviamo, metà illuminata dal sole e metà immersa nella notte stellata.
Quella cupola azzurra avvolgeva tutti gli spigoli taglienti nella sua cosmica comprensione.
Era un cielo ma sembrava il mare, non coperto da nubi, ma da zolle di terra bruna.
Sembrava che le zolle si allontanassero l’una dall’altra e lasciassero scorgere degli Spiriti Azzurri, delle celesti forme femminili che mi chiamavano:
«Vieni…vieni…torna tra noi.»
Sembrava che le zolle si allontanassero l’una dall’altra e lasciassero scorgere degli Spiriti Azzurri, delle celesti forme femminili che mi chiamavano:
«Vieni…vieni…torna tra noi.»
Improvvisamente dalla destra giunse, librandosi nell’aria, un essere alato.
02/01/15
WEIRD TALES! (e l'Isola di Rayba)
di Mauro Banfi
- Copertina del primo numero di Weird Tales, marzo 1923 -
Toc! Toc! E’ permesso? Comincia il nuovo anno ed è possibile sognare?
Il mio sogno è sempre stato quello di poter scrivere sulla leggendaria rivista pulp di weird fiction “Weird Tales”, nel periodo dei tre suoi grandi moschettieri/autori del fantastico (H.P. Lovecraft, R.E. Howard e C. A. Smith) e dei suoi quattro grandi illustratori e copertinisti immaginali e immaginifici (Finlay, Hannes Bok, De Lay e la leggendaria Margaret Brundage).
Precisamente avrei voluto inserire un mio racconto nel memorabile numero del giugno del 1930, tra “La luna dei teschi” di Howard, “I ratti nel muro” di Lovecraft e “L’ultimo incantesimo” di Smith.
Il mio sogno è sempre stato quello di poter scrivere sulla leggendaria rivista pulp di weird fiction “Weird Tales”, nel periodo dei tre suoi grandi moschettieri/autori del fantastico (H.P. Lovecraft, R.E. Howard e C. A. Smith) e dei suoi quattro grandi illustratori e copertinisti immaginali e immaginifici (Finlay, Hannes Bok, De Lay e la leggendaria Margaret Brundage).
Precisamente avrei voluto inserire un mio racconto nel memorabile numero del giugno del 1930, tra “La luna dei teschi” di Howard, “I ratti nel muro” di Lovecraft e “L’ultimo incantesimo” di Smith.
Weird Tales è un pulp magazine statunitense di racconti horror e fantastici, pubblicato per la prima volta nel marzo del 1923.
Il periodico fu fondato a Chicago da J.C. Henneberger, un ex giornalista con il gusto per il macabro.
Edwin Baird fu il primo editore del mensile, aiutato da Farnsworth Wright.
Henneberger voleva creare un contenitore per la narrativa fantastica di confine, vale a dire per quei racconti di taglio breve, redatti con strutture di genere approfondite da incursioni terrifiche, mitologiche, psicologiche o (fanta)scientifiche (inventati dal Grande Padre panpsichico del weird E.A.Poe), che non aderiscono compiutamente a un genere preciso e si muovono ai confini tra la fantascienza, l'horror truce e cupo, la fantasy eroica, il ghost story e chi più ne inventa più ne metta.
Il periodico fu fondato a Chicago da J.C. Henneberger, un ex giornalista con il gusto per il macabro.
Edwin Baird fu il primo editore del mensile, aiutato da Farnsworth Wright.
Henneberger voleva creare un contenitore per la narrativa fantastica di confine, vale a dire per quei racconti di taglio breve, redatti con strutture di genere approfondite da incursioni terrifiche, mitologiche, psicologiche o (fanta)scientifiche (inventati dal Grande Padre panpsichico del weird E.A.Poe), che non aderiscono compiutamente a un genere preciso e si muovono ai confini tra la fantascienza, l'horror truce e cupo, la fantasy eroica, il ghost story e chi più ne inventa più ne metta.
La rivista cominciò a esplorare l’ampio spettro del fantastico, dall’ultravioletto della sci-fi all’ultrarosso dell’horror, quando il grande Farnsworth Wright ne prese completamente il volante e la regia, succedendo all’incerto Ed Baird.
Wright diede fiducia al genio sfolgorante di Lovecraft (anche se era molto selettivo) e a un circolo di suoi colleghi/ammiratori: Derleth, Smith, Howard, Hamilton.
Wright attirò su Weird Tales altri grandi e assoluti talenti come Ray Bradbury, Fritz Leiber, Rober Bloch, Richard Matheson e tanti altri.
Inoltre caratterizzò la rivista con strepitose copertine, ancora oggi le più emblematiche e conosciute della storia del pulp e del weird.
Wright diede fiducia al genio sfolgorante di Lovecraft (anche se era molto selettivo) e a un circolo di suoi colleghi/ammiratori: Derleth, Smith, Howard, Hamilton.
Wright attirò su Weird Tales altri grandi e assoluti talenti come Ray Bradbury, Fritz Leiber, Rober Bloch, Richard Matheson e tanti altri.
Inoltre caratterizzò la rivista con strepitose copertine, ancora oggi le più emblematiche e conosciute della storia del pulp e del weird.
- Copertina di Margaret Brundage -
Vennero affidate a grandi artisti come Virgil Finlay, Hannes Bok, Harold Saylor De Lay e la più brava di tutti, Margaret Brundage, famosa per le sue copertine sensuali, dove l’uso del nudo o del semi-nudo rivela la classe purissima della grande artista che sa essere intensa ed eccitante ma non volgare e pornografica.
Il periodo d’oro di Weird Tales fu quello sopramenzionato dei tre moschettieri, e in particolare gli anni ’30 quando la Brundage disegnò tutti le copertine per i racconti di Robert Erwin Howard.
Il periodo d’oro di Weird Tales fu quello sopramenzionato dei tre moschettieri, e in particolare gli anni ’30 quando la Brundage disegnò tutti le copertine per i racconti di Robert Erwin Howard.
- Copertina di Margaret Brundage -
30/12/14
L'ESTRANEO di H.P.Lovecraft e Mauro Banfi
Non so dove sono nato, la vita mi appare da sempre come una mano di tarocchi gettata a caso sul tavolo fatiscente di una fattucchiera; so solo che il castello era terribilmente antico, pieno di corridoi bui, ombre e ragnatele, regnava dappertutto un odore terribile di muffa e corruzione…
Non c’era mai luce, il sole non superava la chioma degli alberi.
Una torre nera raggiungeva il cielo. Era possibile raggiungerne la cima solo con una scalata impossibile, aggrappandosi al muro.
Non c’era mai luce, il sole non superava la chioma degli alberi.
Una torre nera raggiungeva il cielo. Era possibile raggiungerne la cima solo con una scalata impossibile, aggrappandosi al muro.
Devo aver vissuto per anni nel castello, qualcuno mi avrà ben messo al mondo e ha dovuto, spero, prendersi cura di me…ma non mi ricordo di nessuno, solo di me stesso.
Mi raffiguravo una persona viva come qualcuno a mia immagine e somiglianza, ma raggrinzita e vecchia come il castello.
Per me non c’era nulla d’inquietante nelle ossa che ogni tanto rinvenivo sparse qua e là negli angoli marciti.
Per me erano più normali delle immagini di persone vive che mi capitava di trovare nei vecchi volumi della cadente biblioteca del castello.
Mi raffiguravo una persona viva come qualcuno a mia immagine e somiglianza, ma raggrinzita e vecchia come il castello.
Per me non c’era nulla d’inquietante nelle ossa che ogni tanto rinvenivo sparse qua e là negli angoli marciti.
Per me erano più normali delle immagini di persone vive che mi capitava di trovare nei vecchi volumi della cadente biblioteca del castello.
Spesso mi sdraiavo in giardino, sotto gli alberi scuri e sognavo per ore delle cose sconosciute che avevo visto nei libri.
Mi vedevo allora in mezzo a una folla allegra di figure, ballando sotto la luna.
Mi vedevo allora in mezzo a una folla allegra di figure, ballando sotto la luna.
Una volta ho provato a fuggire nella foresta, ma più avanzavo e più oscure diventavano le ombre.
Angosciato sono tornato indietro di corsa nell’area oscura del castello.
In quella densa solitudine il mio desiderio di luce diventava così intenso che non riuscivo a stare fermo a lungo.
Dopo molte incertezze e indecisioni decisi d’intraprendere la scalata della torre nera e macilenta. Volevo per una volta vedere la luce del giorno.
Nella penombra umida m’inerpicai per la vecchia scala di pietre consumate, fino al punto in cui i gradini s’interrompevano all’improvviso.
Al buio, in pericolo di vita, mi arrampicai appigliandomi faticosamente alle crene del muro.
Dopo una lunga scalata sulla fiancata di quel profondo abisso, all’improvviso la mia testa colpì qualcosa di duro e capii che avevo raggiunto il tetto, o almeno il solaio.
La superficie sopra di me cedette. Mi resi conto che la scalata era finita, almeno per il momento.
Angosciato sono tornato indietro di corsa nell’area oscura del castello.
In quella densa solitudine il mio desiderio di luce diventava così intenso che non riuscivo a stare fermo a lungo.
Dopo molte incertezze e indecisioni decisi d’intraprendere la scalata della torre nera e macilenta. Volevo per una volta vedere la luce del giorno.
Nella penombra umida m’inerpicai per la vecchia scala di pietre consumate, fino al punto in cui i gradini s’interrompevano all’improvviso.
Al buio, in pericolo di vita, mi arrampicai appigliandomi faticosamente alle crene del muro.
Dopo una lunga scalata sulla fiancata di quel profondo abisso, all’improvviso la mia testa colpì qualcosa di duro e capii che avevo raggiunto il tetto, o almeno il solaio.
La superficie sopra di me cedette. Mi resi conto che la scalata era finita, almeno per il momento.
Si trattava infatti di una botola. Strisciai attraverso l’apertura e mi distesi esausto sul pavimento di pietra. Mi rialzai e cominciai a cercare una finestra.
Pensavo infatti di trovarmi a una grande altezza, però trovai solo delle lastre di marmo, su cui giacevano lunghe casse.
Trovai anche una porta dal telaio di pietra, decorato con strane sculture.
Con un forte strattone riuscii ad aprire la porta verso l’interno.
Caddi in estasi.
Pensavo infatti di trovarmi a una grande altezza, però trovai solo delle lastre di marmo, su cui giacevano lunghe casse.
Trovai anche una porta dal telaio di pietra, decorato con strane sculture.
Con un forte strattone riuscii ad aprire la porta verso l’interno.
Caddi in estasi.
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