03/07/20

I DECANI: Ritornando All'Umanesimo e al Rinascimento: mese di Luglio: HOMO OMNIS CREATURA, Giuseppe Arcimboldo

Homo Omnis Creatura, «l’uomo è la creatura del tutto».


                                  - segno zodiacale e Decani del Palazzo Schifanoia di Ferrara:
                                          attribuito ad anonimi collaboratori di Cosmè Tura. -

Figlie e Figli dell'Umanesimo, Signore e Signori del Rinascimento, sono al Museo Civico “Ala Ponzone”, davanti alla famosa “testa rovesciabile”, il dipinto “L'ortolano” di Giuseppe Arcimboldo.
La sola faccia reversibile del grande artista milanese che è rimasta in Italia.



Con Arcimboldo e altri maestri di pittura e architettura come Giulio Romano e Girolamo Mazzola detto il Parmigianino, il Rinascimento si distacca profondamente dall'Umanesimo: l’uomo non è più il centro razionale dell’universo, ma è ridotto a cosa, comparsa, periferia; o viceversa, forse è l’ultima esaltazione possibile dell’uomo, sintesi di ogni oggetto creato dalla natura.
Per guidarci nella sua pittura misteriosa Arcimboldo ci ha lasciato tante immagini e una sola frase, che parrebbe programmatica: Homo Omnis Creatura, «l’uomo è la creatura del tutto». Nessun Dio cristiano, nessun demiurgo di genere deista, nessun creatore che si oppone alla sua creatura, nessun rimando alla Bibbia, ma una proposta filosofica panteista che si fa pittura.




Nel primo Rinascimento il volto era lo specchio dell'anima, principio realizzato precisamente da Leonardo da Vinci nella sua ritrattistica.
Arcimboldo sottoscrive, e come Leonardo evita di opporre l’interiorità di un’anima bella, immateriale e immortale, porzione di divinità in noi, a un corpo brutto e materiale, corruttibile e mortale.
Il mondo non si contrappone a un creatore da lui separato, ma è creatore e creatura lui stesso: la verità del mondo non si trova tanto nei libri (cristiani o umanisti) che raccontano il mondo quanto nel mondo stesso. E se tale mondo rivela una divinità, questa è, allo stesso tempo, l’altro nome della natura e la forza che lo rende possibile.
I quadri reversibili sono dipinti fatti per essere visti prima da un lato, e poi ribaltati sottosopra: così, un piatto d’arrosto rigirato si trasforma nella testa di un cuoco, e una ciotola di verdura nella testa di un ortolano.
Lette in un senso, le sue tele esprimono una cosa; rovesciate sottosopra, ne raccontano un’altra. La tecnica espressiva del rovesciamento realizza ciò che in seguito verrà chiamato «prospettivismo». In base al punto di vista da cui lo si guarda, il reale racconta cose diverse.




È quello che succede con "Il cuoco" e con "L'ortolano": il capocuoco viene raffigurato da un piatto di pietanze e il responsabile dell’orto e del frutteto con delle verdure. Il primo, composto da pezzi di carne arrostiti disposti su un piatto, doveva assomigliare a una persona rustica dai tratti forti e dalla faccia patibolare; il secondo, fatto di cardi, radici, cipolle, castagne e noci, un personaggio paffuto e bon viveur. Una volta rovesciata l’opera, il piatto su cui giacciono i maialini, i volatili e le altre porzioni di carne diventa la falda del cappello del cuoco. Stessa cosa con il giardiniere: la ciotola nella quale sono disposte le verdure diventa un copricapo, con la grossa cipolla a rappresentare la guancia, la tozza rapa bianca il naso e i porri la barba folta.




Al di là della pittura, Arcimboldo compie a suo modo nelle tele il passaggio dall'universo infinito al mondo naturale. Niente più sommità celesti contrapposte ad abissi infernali, niente più cielo delle idee platoniche lassù e terra affollata da dannati pagani e materialisti quaggiù, ma un mondo privo di circonferenza che trova il suo centro in ogni suo punto. Il cuoco vale ontologicamente quanto il maiale che cucina, così come il giardiniere è la patata che coltiva: stessi atomi, stesse particelle e stessa materia – questione di punti di vista. Un giorno, volatile arrosto, un altro, responsabile dei pasti imperiali; una volta, grossa cipolla da giardino, un’altra, guancia di giardiniere.
Il mistero non risiede nella vita dopo la morte, ma nella vita prima della morte. Il paradiso non è in cielo, ma in terra – basta saper osservare.


02/06/20

I DECANI: Ritornando all'Umanesimo e al Rinascimento Mese di Giugno: VIRTUTI S.A.I - VIRTUTI SEMPER ADVERSATUR IGNORANTIA- VIRTUS COMBUSTA/ VIRTUS DESERTA


                                                                            
 
                                                                 
- segno zodiacale e affreschi di Ercole de Roberti "maestro d'Ercole", Palazzo Schifanoia di Ferrara -

La questione del libero arbitrio e della predestinazione animò il dibattito teologico – ed esistenziale - della seconda metà del XIII secolo. Tale riflessione, decisiva per qualità e importanza per la successiva Rinascenza, oppose i seguaci di Tommaso D’Aquino, che privilegiavano la libertà dell'uomo, ai lettori e agli ammiratori di Agostino d'Ippona, che invece credevano in una forma di predestinazione provvidenziale divina.  
Lungi dall'essere circoscritta alla sola controversia teologica, durante il XV e il XVI secolo, la fiducia in se stesso dell'uomo rinascimentale e il suo precipuo interesse per le azioni controllate dalla volontà umana, s’innestò nella medievale visione teocratica della realtà, scardinandola: gli eventi e le decisioni umane cessarono di essere frutto della Divina Provvidenza o del determinismo astrologico; la nozione di libertà di scelta e di azione penetrò profondamente nella percezione dell'uomo e del mondo e diede forma agli ideali di etica civile, praticità, individualismo, competitività esaltazione della vita attiva, propri della società artigiana e mercantile che costituiva la crescente società umanistica e rinascimentale. Questa nuova visione del mondo generò una grande euforia per la sensazione di libertà, e un immenso entusiasmo per le imprese.
Sorse un ideale sconosciuto fino a quel momento: l'ideale incarnato da quegli uomini che Machiavelli definì "nuovi"; persone il cui ruolo nella società non era marcato in modo indelebile dalla nascita o dal peccato originale (che necessita della grazia divina per essere rimesso), ma che erano responsabili del proprio destino e che grazie alle proprie capacità e azioni potevano migliorare il proprio stato, in consonanza con le loro virtù.
Che il Decano porti la sintesi fondamentale del "Principe" di Niccolò Machiavelli:



“Tuttavia, affinché il nostro libero arbitrio non sia completamente annullato, penso che possa esser vero che la fortuna sia arbitra della metà delle nostre azioni e che lasci governare a noi l’altra metà, o quasi. E paragono la fortuna ad uno di quei fiumi rovinosi, che, quando si ingrossano e rompono gli argini, allagano la pianura, sradicano gli alberi e distruggono gli edifici, levano da questa parte il terreno e lo pongono dall’altra. Ciascuno fugge davanti ad essi, ognuno cede al loro impeto, senza potervi in alcun modo resistere. E, benché quei fiumi siano fatti così, per natura violenti, nulla impedisce che gli uomini, quando i tempi sono tranquilli, possano prendere provvedimenti con ripari e con argini, in modo che essi, quando crescono, sfoghino la furia delle loro acque per un canale o comunque fare in modo che il loro impeto non sia così dannoso e così violento.   
In modo simile succede alla fortuna, la quale dimostra la sua potenza dove non c’è alcuna virtù impegnata consapevolmente a resisterle; e rivolge il suo impeto proprio lì dove essa sa che non sono stati costruiti gli argini ed i ripari per contenerla. E, se prendete in considerazione l’Italia, vedrete che essa è una campagna senza argini e senz’alcun riparo; perché, se essa fosse difesa da un’adeguata virtù , come la Germania, la Spagna e la Francia, questa piena non avrebbe provocato i grandi mutamenti che ci sono stati oppure non sarebbe nemmeno avvenuta. E voglio che basti aver detto questo per quanto riguarda la possibilità di opporsi alla fortuna in generale.”    

Nel XV secolo Giannozzo Manetti contribuì a fissare le basi teoriche di questo cambio epocale. A cavallo tra il 1452 e il 1453, infatti, compose il “De dignitate et excellentia hominis libri IV”, in risposta a uno scritto di carattere conservatore, il "De miseria humanae", opera di papa Innocenzo III”. In esso Manetti tracciò un’ immagine ottimista dell'uomo, con la quale pretendeva di riscattare la sua piena dignità. Secondo l'umanista fiorentino la grandezza dell'uomo risiedeva nell'attività creatrice che egli rivestiva nella costruzione della città terrena.
La lezione di Manetti fu seguita da Giovanni Pico della Mirandola che, nel 1486, scrisse l'”Oratio de hominis dignitate”, considerato il manifesto del Rinascimento, un testo in difesa della dignità e della libertà dell'essere umano, fondate sul e rette dal libero arbitrio. Il Discorso si apriva con una favola in cui Dio, secondo una reinterpretazione del Timeo di Platone, una volta creati tutti gli esseri seguendo gli archetipi contemplabili nel mondo celeste, indugiava perplesso: non restavano archetipi per plasmare una nuova creatura, né tesori da donare a un nuovo figlio, né un luogo dove questi potesse ammirare l’universo; tutti erano già occupati, tutti erano già stati distribuiti. Prima che comparisse l'uomo, il mondo era pieno, la natura finita e nulla le mancava: le leggi naturali erano state predisposte, gli astri giravano nelle loro orbite e ogni cosa obbediva alla sua propria natura. Decise quindi l'ottimo artefice che all'uomo, a "cui non poteva dare nulla di proprio, fosse comune tutto quanto era proprio dei singoli". Prese l'uomo, creatura di immagine indefinita, e postolo nel centro del mondo così gli parlò:



“Non ti abbiamo dato, o Adamo, né una sede determinata, né aspetto peculiare, né alcuna funzione speciale, affinché tu possa ottenere e possedere secondo il tuo desiderio e consiglio quella sede, quell’aspetto, quella funzione che ti sarai scelto. La natura definita degli altri è costretta entro leggi da noi prescritte. Tu, non costretto da alcuna angustia, la definirai secondo il tuo arbitrio, cui ti ho affidato. Ti ho posto nel mezzo del mondo, perché di là potessi, guardandoti intorno, scorgere meglio tutto ciò che è nel mondo. Non ti abbiamo fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, affinché tu possa tranquillamente darti la forma che vuoi, come libero e sovrano scultore e artefice di te stesso. Potrai degenerare negli esseri inferiori, i bruti; potrai rigenerarti, se lo vorrai, nello cose superiori, divine“.
([PICO DELLA MIRANDOLA 1496, c.132r.Traduzione di Pier Cesare Bori).
Pico della Mirandola affermava, in sostanza, che Dio aveva assegnato all'uomo una natura finita ma indeterminata, in quanto in lui aveva riposto "semi d'ogni specie e germi d'ogni vita": sia la natura bestiale mossa da pulsioni istintive, sia l'intelligenza angelica illuminata dalla ragione. L'uomo forgiava il proprio destino secondo la propria volontà e la sua libertà era massima, poiché non era né animale né angelo, ma poteva essere l'uno o l'altro dipendendo "dai semi" che in lui decideva di coltivare: "O somma liberalità di Dio padre, o somma e mirabile felicità dell’uomo cui è dato di avere quanto desidera, di essere ciò che vuole!".
La facoltà di scegliere cosa divenire faceva dell'uomo la più dignitosa e la più felice fra tutte le creature, anche più degli angeli; grazie a questa prerogativa l'uomo poteva trascendere il mondo naturale (ovvero della necessità), oggetto di contemplazione, e avvicinarsi al regno divino (ovvero della libertà), fatto di possibilità; la trascendenza di cui tratta Pico della Mirandola non era rivolta a un mondo soprannaturale distinto dal creato, ma era terrena e consisteva nella capacità dell'uomo di scegliere e trasformare.
Tale mirabile filosofia rinascimentale è sintetizzata nel sublime quadro dei fratelli Pollaiolo, il "Martirio di San Sebastiano", culmine iconografico della Rinascenza:



30/04/20

I DECANI: Ritornando all'Umanesimo e al Rinascimento Mese di Maggio: DENTRO LE PRIMAVERE

                                                                               
"La vera trasformazione, che avviene in noi per mezzo del fuoco dell'amore, muta l'amante in amato."

Poso il "De Harmonia Mundi" di Francesco Zorzi sul comodino e sento che sto prendendo sonno.
Morfeo sta per baciarmi sulle palpebre.
Amor trasformat amantem in amatum, ritornare al Rinascimento, alla primavera dell'Anima del Mondo...vengono i Decani di Maggio e trasmutano il mio corpo in pigmenti psichici che diventano affreschi e dipinti...


                                                           
                                           
  - segno zodiacale e dipinti di Francesco del Cossa, Palazzo Schifanoia di Ferrara -
- Il disegno del Puer che si specchia, in cima al testo, è di Antonio Calzone, per gli amici "Big Tony".



                                              
                    



E’ notte fonda.
Dormo o sogno ad occhi aperti, non lo so…
Sono in uno splendido giardino: vedo intorno a me piante cariche di frutti dorati e arancioni - arance e limoni, o i pomi delle Esperidi ? -.
Quand’ecco sorgere dalle profondità della Notte, dal Dio qualunque e nascosto in ogni cosa, un possente vento di primavera; Zefiro è il suo nome e il suo diffondersi è travolgente, dirompente come la furibonda tempesta che scoppia sopra la mia testa.
Lo vedo, tra lo stormire selvaggio delle fronde degli alberi, gettarsi all’inseguimento, come una scattante e insaziabile pantera nera, di una giovane ragazza: la ninfa Cloris.
La prende per i capelli e la sbatte in terra; le alza le vesti e la possiede brutalmente, in un turbinio di petali strappati e foglie sradicate da rami divelti.
Sono impotente. Non posso far nulla per aiutarla.


                                                                          

























Ora la bufera si è placata.
Le saette non incendiano più il cielo, e la pioggia burrascosa si è arrestata.
Uno squarcio d’azzurro rasserena e illumina la scena.
Cloris si rialza da terra, dove è stata crudelmente stuprata da Zefiro.
Eppure il volto trasmette equilibrio e calma.
Com’è possibile?
Forse, perché accanto a lei è apparsa una matura Signora, col capo reclinato sulla
spalla, che sembra riflettere sui suoi pensieri.
Con un cenno della mano sembra invitare alla pazienza e alla moderazione.


                                                                           

























Si tratta della sua benevola soccorritrice?
E’ lei che l’ha rivestita con una lunga e morbida veste e ha adornato i suoi capelli con una coroncina di fiori profumati?
E quanto tempo è passato, se nell’esperienza in cui mi trovo, questo potere ha ancora un valore?
Perché, a ben guardare, la ninfa di una volta è ora una ragazza adulta, e se non vedo male, il suo grembo è fecondo.
Capisco che aspetta un figlio dall’animalesco Zefiro.
Sento che ha cambiato nome, forse per dimenticare quel traumatico episodio di ratto e violenza.


                                                   


Questa giovane ben sviluppata, è ora Flora.
Vedo anche che l’avveduta consulente, che l’ha risollevata da terra, è Venere, dea dell’Amore.
Come ha potuto trasformare la Cloris violentata, nella florida – scusate il gioco di parole- Flora?
Le ha parlato, l’ha aiutata a riflettere sull’accaduto; a superarlo senza lasciarsi abbattere dalla disperazione.
Il dipinto in cui mi trovo, condensa o annulla magicamente lo scorrere delle ore. Chissà quanto ci sarà voluto!
Come una mamma con la figlia, o una sorella maggiore con la minore, Venere aiuta Flora trasformare quel brutto evento del passato da piombo in luce, da fango in oro non volgare.
Cosa si sono dette le due donne, per determinare una simile evidente metamorfosi?
Quale segreta sapienza ha infuso Venere nell’anima della ragazza sedotta e brutalizzata dal prepotente vento della passione?


                                             

Sopra il capo della dea compare il Demone Eros con gli occhi bendati, armato d’arco e con l’ardente freccia del desiderio incoccata, e davanti a lei si manifestano tre eleganti danzatrici: sono le Grazie.

                                               

Eros punta il suo fiammante dardo verso la ballerina di mezzo, Castità.
Anche Venere guarda nella sua direzione.
Comprendo allora che Castità è un’altra mutazione di Flora.
Dopo lo stupro, Flora, mentre narrava l’accaduto alla confidente Venere, sentiva nascere dentro di sé delle emozioni contrastanti e ambigue.
Durante il ratto a fine di libidine, aveva provato del fascino, - orribile a dirsi, del piacere!-, insieme al senso di schifo e di vergogna.
Un desiderio che era un misto di sottomissione a un destino, a una via che era un pò imposta e un pò scelta: difficile da spiegare razionalmente, una costrizione che era vita e morte nello stesso tempo.
Non riusciva a sopportare quest’ambivalenza dentro di lei, perché le portava confusione cronica e dolente tormento interiore.
Così Venere la aiutò a capire:
- Chi ti ha posseduto non era un uomo ma Eros, il potente Demone della passione.
Devi cominciare a capire che si è presentato a te nella sua forma più cruda e materiale; ha indossato la maschera più rozza e ti ha ferito, ti ha fatto del male.
Ora devi distogliere la mente da quell’aspetto miserabile e riguadagnare la serenità interiore, la tua Diana, la Castità dell’Anima e nell’Anima, dove nessuno può irrompere e che nessuno può forzare con la violenza.
Se non vuoi avere paura del Demone Eros, devi capire che è formato da varie dimensioni d’esistenza.
La sua sconvolgente energia è il motore dell’Universo.
Lo vedi svolazzare sopra di me?
Eros è bendato perché vede con l’anima, con il cuore che non trema-
Se vuoi vivere pienamente, diffida della Ragione, del tuo piccolo io.
La Ragione sragiona; certo chiarifica e pianifica, è una buona serva, ma anche una pessima padrona: riduce, restringe, rende arido tutto quello che tocca.
Adesso, per la ragione, tu hai subito un atto irreparabile che richiede una pronta e feroce vendetta.
Lo vedi com’è gretta e piccina, risentita?
Hai già tanto sofferto quella volta e la meschina razionalità vuole farti soffrire anche per il resto della vita!
Non ascoltarla, lasciala correre.
Ora tu imparerai a danzare con le mie due ancelle danzatrici, Gioia e Bellezza.
Lascia la ragione da sola, ai suoi risentimenti, pieni di rimuginazioni astratte sul giusto e sul torto.
Ascoltami bene: il problema del piacere, non sta tanto nel dare o provare diletto e godimento; ma quello d’essere effimero, transitorio.
Non devi guardarti dai piaceri di Eros, non devi reprimere i tuoi naturali desideri di donna.
Devi solo evitare la caducità, la mediocrità, la banalità che trasforma i tuoi sentimenti spontanei in oggetti senz’anima da rivendere al mercato.
Farai in modo di vivere il tuo amore per la vita con un’emozione di Gioia e di Bellezza, grande, intensa e spumeggiante.
Infatti, senza quest’affetto, senza un forte interesse, senza un rapimento vivificante, si rimane dipendenti e schiavi del finito e del materiale, e non si può entrare nella sacra profondità del Senza Tempo.
Ballando, avrai dietro di te il trepidare della Bellezza, e guarderai negli occhi, in fronte a te, la delizia della Gioia, oltre la quale terrai sempre d’occhio Ermes, il Signore che conduce al Senza Tempo.
Ormai avrai capito che:
il desiderio senza gioia e bellezza, è solo brutalità, insulsaggine, mancanza di rispetto, pornografia.
La bellezza senza passione è priva d’entusiasmo, d’intensità vitale; è gelido ascetismo, arida astrazione mentale, morte vivente.
Per arrivare all’Estasi, alla comunione con il Senza Tempo, non puoi sacrificare o soffocare la sana gioia dei tuoi appetiti animali, per colpa di un qualche sciagurato e occasionale incidente di percorso.
Diffida quindi, ti ripeto della Ragione.
E diffida anche dell'Anima, se vuole essere una pessima tiranna e non una buona serva, come dev'essere.
Tutte le volte che cerchiamo di penetrare nel Senza Tempo, con i concetti precisi della mente, l’anima si rimpicciolisce; mentre, se cerchiamo di entrarci con l’impulsiva cecità di Eros ben diretto da un cuore che non trema, con l’immediatezza delle nostre emozioni imbrigliate dall'emozione di un qualcosa di più profondo e grande del nostro Io, la nostra anima si espande nel Senza Tempo.
Questo il discorso di Venere, Signora della Bellezza e della gentilezza.


                                                 

                                                     

Vedo poi Ermes, la guida delle anime, il conduttore delle Grazie.
Indossa una tunica arancione, tutta trapunta di fiaccole rovesciate.
In un lampo, vola con i suoi sandali alati da Flora, le prende per mano, e la trasporta fuori del quadro, su tra le nuvole, con leggiadria indicibile.
- Vedi - così parla il dio - al momento opportuno, bisogna sapersi distaccare dalla bruta materia, per poi, in un altro attimo adatto, saper rientrare nel mondo, con la prorompente energia di Eros.
La Ragione segna la rotta, ma l'entusiasmo è il vento che muove le vele della meravigliosa nave della tua vita e quello che conta che entrambe le facoltà sono pessime padrone e utili serve.

01/04/20

I DECANI: RITORNANDO ALL’UMANESIMO E AL RINASCIMENTO Mese di Aprile - L'amore per gli animali di Leonardo da Vinci -





 - segno zodiacale e dipinti di Francesco del Cossa, Palazzo Schifanoia di Ferrara -


Figlie e figli dell'Umanesimo, Signore e Signori del Rinascimento, c'è modo e modo di amare gli animali, quello di Leonardo da Vinci e quello di Heinrich Himmler.
Paragone azzardato? Leggete e poi capirete.
Si racconta - ed è anche documentato - che Himmler, il criminale di guerra cui l’Europa, con imperituro orrore, deve l’attuazione della soluzione finale ebraica, il vice di Hitler dal 1928; colui che ritroviamo dietro la notte dei lunghi coltelli che liquidò le SA; che conquistò il posto di "dignitario" del Terzo Reich; il padrone assoluto delle SS e della Gestapo, ministro degli interni di Hitler, creatore del primo campo di concentramento a Dachau nel 1933, direttore dei campi di concentramento e di sterminio, dove morirono milioni di innocenti.
Questo stesso uomo, quando tornava a casa dopo una giornata di lavoro, si toglieva le scarpe per non svegliare il canarino che dormiva in gabbia.
Lo ripeto, perchè sembra incredibile e forse indicibile, lo stesso uomo che sterminava gli esseri umani come fossero polli d'allevamento considerava il proprio canarino come sufficientemente degno di attenzione e di interesse perché ci si dovesse togliere le scarpe e raggiungere la propria camera senza fare rumore.

Vengano i Decani, i pensieri immaginali del Rinascimento, a riportare quanto dice il Vasari a proposito di Leonardo da Vinci:



                               
 
" E pur non possedendo quasi nulla e lavorando poco, aveva sempre con sè amici, aiutanti e cavalli che amava molto, come tutti gli altri animali, e che governava personalmente con grandissima attenzione e pazienza. E che amasse gli animali lo si capiva perchè spesso, passando da luoghi dove si vendevano uccelli, di sua mano cavandoli dalla gabbia e dopo aver pagato a chi li vendeva il prezzo richiesto, li lanciava in aria restituendo loro la perduta libertà."
Da "Le vite dei più eccellenti pittori" di Giorgio Vasari, versione in italiano corrente.

Che cosa differenzia la grande e nobile anima di Leonardo dalla diabolica finta sensibilità dello spietato criminale, il freddo assassino d'innocenti Heinrich Himmler?
Un altro pensiero immaginativo, Decano, e capiremo:



“Ascolta lettore che esplori insieme a me, guardando i miei disegni naturali, le mirabili opere della Natura: se riuscirai a capire che è da scellerati distruggerle, ti convincerai che è faccenda ancor più atroce uccidere un essere umano.
Se dai miei taccuini sei rimasto affascinato dall’armoniosa struttura del corpo umano, pensa che questo è nulla rispetto all’anima che abita in tale sublime architettura; e davvero qualunque cosa essa sia, C’E’ ED E’ DIVINA.
Lasciamola allora vivere libera nel suo corpo come gli pare, se rispetta le anime degli altri viventi, e fai in modo che la tua volontà, per ira o per cattiveria, non possa mai distruggere una vita così meravigliosa”.

Leonardo da Vinci, da alcuni passi dei suoi taccuini, riproposti in italiano corrente.

Himmler non sapeva disegnare, ma era fissato a schematizzare, per i suoi sottoposti, le orribili geometrie architettoniche dello sterminio dei suoi assurdi lager:


     - schema del lager di Mauthausen, dove ancora oggi è incalcolabile il numero degli uccisi -

01/03/20

I DECANI: ritornando all'Umanesimo e al Rinascimento


                                   Mese di Marzo : Giulia, figlia di Claudio  



- segno zodiacale e Decani del Palazzo Schifanoia di Ferrara: dipinto di Francesco del Cossa -

Figlie e figli dell’Umanesino, Signore e Signori del Rinascimento, noi italiani facciamo da secoli l’errore di avversare in modo pregiudiziale una tendenza creativa o una nuova idea sociale e politica, perché arbitrariamente – oggigiorno manipolati da una faziosa casta di cosiddetti “giornalisti”- ci viene mostrato solo il loro aspetto superficiale, il loro deterioramento e la criticità – in senso distruttivo – delle loro contraddizioni, che inevitabilmente posseggono, forse proprio perché noi stessi italici prendiamo parte a questo atteggiamento di nichilismo cronico preventivo.
Allora ci mostriamo “menti superiori” e per stereotipo preso voltiamo loro le spalle e ci mettiamo alla ricerca di un’improbabile direzione opposta; ma, come avvenne nel Rinascimento, sarebbe meglio ricercare o formare in quei movimenti creativi i lati forti e costruttivi, con il fine di svilupparli in seguito dentro di sé.
Certo sono necessari uno sguardo più acuto e una volontà più decisa ed energica per incoraggiare ciò che sta sviluppandosi ed è imperfetto, piuttosto che smascherare l’imperfezione e negarlo per partito preso.
Il nichilismo italiano deriva senz’altro dalla nostra tendenza all’egocentrismo anarchico.




Ricordate?
A scuola ci hanno spiegato male e in fretta quel periodo, intortandoci con la storiella dell’uomo centro dell’universo, l’Io forte e signore e misura d’ogni cosa.
L’umanesimo dei nostri antenati di Firenze, Roma e Venezia, Mantova e Ferrara, Urbino e Rimini e altri luoghi italici di Rinascenza, non si occupava della presunzione antropocentrica che oggi domina e distrugge il pianeta, ma prediligeva l’aspetto plastico e visibile, le immagini, gli Dei, i miti greco-romani che rivedevano e correggevano quelli cristiani (in quanto avevano svalutato la vita terrestre e sensuale per secoli), in una parola: l’anima.
E lo spazio in cui si muoveva quest’Anima non era solo interiore ma era tutto il patrimonio di miti, d’immagini e di modalità esistenziali e costruttive che sono state tramandate dalle culture occidentali e mediterranee precedenti.
L’anima e la passione per l’antichità: questi erano i Poteri sacri venerati dagli uomini rinascimentali.
Lo studio humanitatis di Petrarca e di Ficino, di Pico della Mirandola e di Leonardo da Vinci non avevano come scopo l’esaltazione dell’Io forte umano ma il ritorno all’Anima, al diritto all’Immaginazione libera.
Come scriveva Marsilio Ficino “l’anima congiunge tutte le cose, è il centro della natura, il termine intermedio di tutte le cose”. La psiche rinascimentale diventò da oggetto di studio a Soggetto che studia e cerca d’indagare la natura e l’essere umano; l’arte e il pensiero di quel periodo storico derivano dalla riscoperta dell’anima vista come prospettiva e modalità di visione principale di tutti i fenomeni.
Altro che esaltazione dell’individualismo e dell’anarchia particolare di stati e staterelli guerreggianti all’infinito! Altro che guelfi e ghibellini e ultras politici e calcistici! Altro che trite e ritrite dispute tra laici e cattolici! Questa è l'Italietta da operetta delle televisioni, del nichilismo ignorante e coatto e prevenuto!
Il vero Rinascimento si basa sull’assunto che noi umani siamo irreali e solo l’immaginazione dell’anima, con la sua arena cangiante di storie, Dei, miti, rituali è reale.
Papa Giulio II e Michelangelo, per esempio, litigarono spesso e volentieri, ma insieme crearono capolavori immortali, perché vedevano quell’anima.



02/02/20

I DECANI: ritornando all'Umanesimo e al Rinascimento MESE DI FEBBRAIO: Ade e Trasfigurazione




- segno zodiacale e Decani del Palazzo Schifanoia di Ferrara: ricostruzione delle icone sbiadite di Maurizio Bonora -

Figlie e figli dell’Umanesino, Signore e Signori del Rinascimento, l’eroe del nostro tempo è il maschio, bianco, americano della Silicon Valley e ingegnere.
Il tizio eroico in questione è sempre molto preso dal problema del commediante e della comunicazione – oltre che dal momento in cui, da surfista, smette di remare con le braccia per prendere velocità e salta in piedi sulla tavola per cavalcare l’acme dell’onda, inseguito da qualche squalo tigre -:
”Colui che vuole muovere la moltitudine non dovrà essere il commediante di sé stesso? Non dovrà prima di tutto tradurre sé stesso in grottesca evidenza e sciorinare tutta la sua persona e il fatto suo in questa riduzione grossolana e semplicistica?”
Ah, palestrati e ipervitamizzati maschi, bianchi, americani della Silicon Valley, ingegneri eroici, siete inconsapevoli discepoli di Nietzsche e manco lo sapete, nella vostra devastante ignoranza; ma del resto voi anglosassoni non avete inventato il Rinascimento, voi non conoscete la prospettiva dell’Ade e quella della Trasfigurazione.      
La vostra genialata è stata quella di applicare l’aforisma nicciano annientando l’arte, la letteratura e la filosofia, dando la priorità assoluta alla comunicazione, all’informazione fatta solo di significanti, allo stile ridanciano e banausico del videogioco che ha schifato quello della profondità e della seria, lenta, metodica autodisciplina.     
Ecco, ora è tutto più facile e comodo, posso parlare con i miei amici, con lo smartphone, mentre produco le mie deiezioni sul cesso o mentre sono sdraiato sul letto a massaggiarmi i piedi sudati con qualche cremetta.  
Spingo tasti, spingo fuori similpensieri male digeriti ed emozioni mal formate, ma che importa: con WhatsApp sono il commediante di me stesso e smuovo le masse (dallo sfintere?).  


Mah, maschi, bianchi, americani ingegneri della Silicon Valley, è tempo che impariate qualcosa di sensato nella vostra sciagurata esistenza di nichilisti passivi: vi porto a fare un giro, per dovere di umanità, a Firenze, sotto la basilica di San Lorenzo, e cercherò di mostrarvi che cosa sono stati per il nostro Rinascimento l’Ade e la Trasfigurazione.
Invoco il primo Decano di febbraio di portarci il pensiero di James Hillman, tratto dalla sua penetrante “Re-visione della psicologia”, un grande psicologo e amico della Rinascenza, che, grazie alla splendida opera della casa editrice Adelphi, ci ha fatto capire delle cose su noi mediterranei che noi stessi italici, persi e confusi nella nostra bellissima e sciagurata, anarchica terra di elezione, non avevamo compreso:     



“È mio convincimento che noi fraintendiamo il Rinascimento vedendolo come un turbolento tributo a Dei dell’amore, della luce, della vita e della natura. Io credo che il Dio del Rinascimento e di tutte le rinascenze psicologiche sia Ade, il principio archetipico dell’aspetto più profondo dell’anima.
La mitologia greca a riprova della prospettiva totalmente psicologica di Ade dice che egli non ha templi sulla superficie della terra e non riceve libagioni...
Dalla prospettiva di Ade noi siamo le nostre immagini...
Crediamo che vita umana e anima siano naturalmente una cosa sola. Non ci siamo ancora risvegliati alla morte. Cosicché rifiutiamo quella che è la metafora prima dell’esistenza umana: che noi non siamo reali. Rifiutiamo, anche, di ammettere che la realtà umana dipende interamente dalle realtà che accadono nell’anima. Sostenere che « noi non siamo reali » significa allentare la nostra presa su tutte le apparentemente irriducibili oggettivazioni della personalità umana, si tratti del corpo organico, della personalità umana o della consapevolezza soggettiva (Descartes), e avere coscienza di esse come fantasie della psiche. Sostenere che « noi non siamo reali » significa che la realtà delle persone e ogni atto della coscienza è il riflesso d’una immagine fantastica: perché queste sono i soli veri esistenti che non siano riducibili a qualcosa di diverso dalle loro immagini; solo esse sono quali appaiono letteralmente, solo le fantasie sono completamente, incontrovertibilmente reali.”



Nel 1530 Michelangelo Buonarroti si nascose per lungo tempo nel sottosuolo delle Cappelle Medicee, sotto il convento e la basilica di San Lorenzo, in una stanza segreta.
Tra il 1529 e il 1530 il re di Spagna Carlo V, dopo aver piegato la resistenza di papa Clemente VII con il criminale sacco di Roma, decise di assediare Firenze in modo da riportare la famiglia Medici sul trono ducale.
Michelangelo aveva sostenuto a lungo la repubblica fiorentina - per quanto doveva la sua formazione artistica a Lorenzo il Magnifico e alla dinastia medicea - e i Medici, appena entrati in Firenze, scatenarono una caccia all'uomo contro gli avversari e un loro uomo d'arme, Alessandro Corsini, fu incaricato di acciuffare e forse anche torturare e uccidere Michelangelo.
Con la complicità del priore di San Lorenzo, Giovanni Battista Figiovanni, l'artista si rifugiò nel sotterraneo della Sagrestia nuova e per ingannare il tempo, ricoprì le pareti del suo rifugio con schizzi bellissimi ed energici.


02/01/20

I DECANI: ritornando all’Umanesimo e al Rinascimento MESE DI GENNAIO: DUMQUE SENEX PUER




- segno zodiacale e Decani del Palazzo Schifanoia di Ferrara: ricostruzione delle icone sbiadite di Maurizio Bonora - 

Figlie e figli dell’Umanesino, Signore e Signori del Rinascimento, è un modo davvero rinascimentale cominciare il nuovo anno a Roma, sull'altana di Palazzo Falconieri, che sovrasta via Giulia e il panorama della città eterna a trecentosessantagradi.
Su questo terrazzo meraviglioso siamo circondati dalle erme bifronti che raffigurano il dio Giano, scolpite da Francesco Borromini che ha architettato e costruito anche l'elegante e sontuoso Palazzo Falconieri.




Ti racconterò, per esempio, con l'ausilio del primo decano di Gennaio, delle medaglie artistiche usate dagli uomini e dalle donne della Rinascenza per esprimere la propria anima, nell'essenza di un'immagine che si sa, vale più di mille parole.




Nel recto, il lato davanti, era raffigurata la loro persona stilizzata di profilo e in quello dietro, il verso, i loro motti preferiti, i simboli, le allegorie, le imprese.
Ecco la medaglia di Galeotto Ferreo Orsini, che mostra la vela spiegata al vento della Fortuna (Gioventù) attaccata al serpente della Prudenza virtuosa (Anzianità), col motto DUMQUE SENEX PUER: il giovane, il nuovo sono strettamente collegati con il vecchio, l'anziano.



Da un lato il pensiero indica l'abilità di lasciar maturare le cose usando una modalità duplice ma complementare, come un Giano bifronte, la capacità di impiegare nel vivere una cauta energia.
Come recitava il celebre Buon Suggerimento di Aristotele, seguito come programma esistenziale- e come cemento armato per il suo strepitoso lavoro di squadra - dall'imperatore Ottaviano Augusto: "riflettere lentamente, ma poi agire con grande determinazione e rapidità".
Il motto significa inoltre che le forze del vecchio e del nuovo non possono essere scisse e divise.
Oggi viviamo quasi completamente immersi nella tirannia dell'Attimino materiale, consumistico e virtuale.
Il Rinascimento non va pertanto preso alla lettera, non è un polveroso ritorno al passato mummificato in cui collocarsi di fatto; è solo un diverso modo di vivere nell'Attimino, in questa sorta di neodittatura del Puer che ci circonda.
La storia, se non è viva e vissuta, è come una vecchia statua nel parco che cade a pezzi, buona sola per essere scagazzata dalle cornacchie e dai piccioni.
Il valore psichico, interiore del Rinascimento sta nel servire a collocare l'Attimino in prospettiva.
Non si vede bene se si è troppo vicini e schiacciati a terra, come non si osserva bene se si è sparati a razzo verso il cielo: tutto si appiattisce o si confonde.
La Rinascenza di cui parlo è solo una possibilità - per me meravigliosa - di guardar meglio il proprio Attimino facendo un passo indietro.
Certo, si tratta dello sguardo dell'antico, del vecchio, ma può essere anche per qualcuno di voi lo sguardo essenziale sulla vita, può appunto servire a guadagnare in essenza, in peso specifico psichico.
Chiedo a questo punto a un altro Decano di Gennaio di portare uno stupendo pensiero di Pascal e un geniale disegno di Leonardo da Vinci, il "Adolescente e Anziano", presente al Museo degli Uffizi di Firenze, che chiariranno ulteriormente il pensiero "DUMQUE SENEX PUER":