12/01/16

DANDELION (Una pagina di Ray Bradbury)


  
a mio fratello Guido

“E tutto, assolutamente tutto era davanti a lui. Il mondo gli restituì lo sguardo come la gigantesca iride di un occhio ancora più immenso, un occhio che, come il suo, si era appena aperto per contemplare le cose. E Douglas capì che cosa gli era balzato addosso e seppe che non l'avrebbe abbandonato mai più. Sono vivo, pensò. Le dita tremarono, brillanti di sangue, come i brandelli di una misteriosa bandiera ora scoperta e prima sconosciuta, dinanzi alla quale Douglas si domandasse: a che paese appartiene? Quali doveri ho nei suoi confronti? Seguitando a tener fermo Tom, ma senza rendersene conto, si toccò la mano insanguinata con quella libera, come se volesse rovesciarla, sfoderarla, sbucciarla. Poi lasciò andare Tom e alzò la mano al cielo, rimanendo steso sulla schiena; dalla sua testa gli occhi sorvegliavano la scena come due sentinelle alla grata di uno strano castello, e la mano insanguinata era il pennone che sventolava al di là del ponte levatoio.
«Stai bene, Doug?» chiese Tom.
La sua voce pareva venire dal fondo di un pozzo, segreta, lontana. 
L'erba sussurrava sotto il suo corpo. Douglas abbassò il braccio, sentendo il solletico dell'erba sulla pelle, e più lontano le dita dei piedi che si flettevano nelle scarpe. Il vento soffiava intorno alle orecchie che parevano diventate due conchiglie. Il mondo scivolava, lucido, davanti al chiarore cristallino dei suoi occhi; e sembravano immagini scintillanti in una sfera di cristallo. I fiori erano soli, chiazze di cielo cadute in mezzo ai boschi. Gli uccelli scattavano come sassi lanciati nel vasto stagno rovesciato del cielo. Il fiato sibilava sui denti, entrando di ghiaccio e uscendo dal fuoco. Gli insetti volavano con chiarezza elettrica. Diecimila capelli gli crescevano di un milionesimo di centimetro sulla testa. Sentì i cuori gemelli battere in ciascun orecchio, un terzo cuore battere in gola, un quarto e un quinto nei polsi, e quello vero in mezzo al petto. Un milione di pori si aprirono sul suo corpo.
Sono vivo sul serio, pensò. Non l'ho mai saputo prima, e se l'ho saputo l'ho dimenticato! 
Urlò con quanto fiato aveva in gola, una decina di volte, ma solo nella sua mente. Pensaci, pensaci! Hai dodici anni e te ne accorgi solo adesso. Hai scoperto un prezioso orologio, un raro segnatempo coperto d'oro e garantito una vita, e l'hai trovato sotto un albero mentre facevi la lotta con tuo fratello.”

Dopo aver letto una pagina del genere, non si sa più che cosa aggiungere.
Si vorrebbe evitare al lettore il fastidio di altri commenti critici, probabilmente inopportuni.
Cercherò pertanto di essere minimale: perdonami amico fruitore se non ci riuscirò, se puoi.

Il brano è tratto dal romanzo di Ray Bradbury L’estata incantata (Dandelion Wine), pubblicato nel 1957.
Il protagonista, il giovane Douglas Spaulding, è alle prese con quello che ritengo il problema dei problemi: come diventare adulti?
Nell’immaginaria cittadina di Green Town, nell’Illinois, Bradbury mette in scena e sulla carta la storia che racchiude tutte le storie: il passaggio di un infante/adolescente all’età adulta.
Douglas ha il permesso di dormire nella torre della casa dove abita con la sua famiglia.
Il mattino seguente, quando si sveglia, scopre che quel giorno è il primo giorno d’estate e che ha a disposizione un’intera estate piena di giorni oziosi e festivi.
Sente di tenere il mondo nelle palme delle mani e il mondo viene a trovarlo nella sua anima, e gli mostra la sua Anima.
Poi l’illuminazione: lottando con il fratello Tom, Doug avverte la sensazione di essere vivo.

06/01/16

VOLLI, SEMPRE VOLLI, FORTISSIMAMENTE VOLLI (pensieri per il nuovo anno)

a chi resta in Italia e non scappa
                    
                                      Fabre Francois Xavier - Vittorio Alfieri e la contessa d'Albany
Il nuovo anno comincia con la notizia della grande fuga dei giovani italiani all'estero: qualcosa come il 34% in più negli ultimi due anni.
In buona sostanza, hanno preso la via dell'estero 3,3 giovani ogni mille abitanti.
Naturalmente, non c’è niente da stupirsi.
Il mercato del lavoro in Italia è un Far West alla Tarantino e la politica interna dell’ultimo governo, non eletto dalla sovranità del popolo, fa acqua da tutte le parti.
Centri dell’impiego totalmente inutili, cooperative e aziende interinali che sono diventate nuove potentissime società segrete che fanno schiavi e schiave a piacimento, soggetti al loro bello e cattivo tempo.
Ma quello che è peggio è che viviamo in un MalPaese (per quanto bellissimo, ahimè!) di “nipoti e cognati”, come diceva Flaiano.
Una Repubblica dove la meritocrazia non esiste.
La conosciamo bene la verità: se non vieni alla luce in una culla di noce foderata di velluto rosso e con le maniglie in oro zecchino non emergerai mai in nessun ambito creativo e produttivo.
Avere una mente fertile e una gran voglia di creare e lavorare è assai meno importante che avere uno zio vescovo o un cugino portaborse di un sottosegretario.
E’ normale che chi non ha santi in paradiso e fanti compiacenti nella scassata Repubblica fa le valigie.
Per creare e sviluppare dei progetti occorrono impegno e perseveranza, che hanno bisogno di entusiasmo vitale: e che entusiasmo vitale può avere una ragazza o un ragazzo nel constatare che i giochi sono fatti e che i posti alla tavola imbandita della realizzazione sono riservati sempre agli stessi?
Ragazze e ragazzi, voi fate quello che volete, ci mancherebbe, ma io voglio parlarvi di Vittorio Alfieri.
Nel gennaio del 1774, questo giovanotto astigiano di belle speranze, rientrato in Piemonte dopo un lungo viaggio europeo, dovendo badare alla nuova amante gravemente ammalata, per riempire le sue lunghe giornate di novello infermiere si mise a scribacchiare qualche foglio di una tragedia o di una commedia, non capiva bene nemmeno lui che genere fosse (ispirati dalla lettura di Plutarco).
Comprese quanto era vasta la sua ignoranza in materia e che bisognava lavorare d’impegno e aggiungervi una buona dose di grinta per arrivare a finire l’opera.
Ignorante com’era, doveva assolutamente studiare i vari Eschilo, Sofocle ed Euripide e passare molto tempo con la testa china su quei libri accantonati per i suoi piacevoli viaggi nel Vecchio Continente.
E inoltre avrebbe dovuto anche leggere e studiare e annotare quaderni su quaderni per comprendere Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto e Tasso per migliorare l’uso della lingua madre.
Per recuperare il tempo perduto si sottopose a una sorta di autoregime carcerario.
Si chiuse in casa con un baule di libri e arrivò addirittura a legarsi con una corda alla sedia, pur di rimanere seduto davanti alla scrivania.
Davanti a lui era scritto il motto: “volli, sempre volli, fortissimamente volli”.
Vennero in seguito creati dei capolavori come il Saul e la Mirra.

18/12/15

I SALICI BIANCHI(3 e fine): la prova di Anna

                                        
                                                  
                                                                         - Robert Ryman -
         
Studio di immagini I 

"Non serve parlare del grande cespuglio blu
del giorno. Se lo studio delle sue immagini
è lo studio dell'uomo, quest'immagine del sabato,
questo simbolo italiano, questo paesaggio del Sud, è come
un risveglio, come nelle immagini noi ci risvegliamo,
entro l'oggetto stesso che cerchiamo,
partecipi del suo essere. Esso è, noi siamo.
Egli è, noi siamo. Ah, bella! Egli è, noi siamo,
entro il grande cespuglio blu e la sua vasta ombra
di sera e di notte."

Wallace Stevens


Domenica, 3 aprile 2016, lanca dei salici bianchi.
La scena era da film: Anna aveva ammanettato con delle fascette di plastica, usate da Riccardo come materiale per le bici, a tre alberi, Mauro, Paolo e suo marito Ricky.

                                     

La donna, per quanto snella e atletica, stava cercando di calmare il respiro dopo aver lottato ed essere riuscita a intontire Riccardo col suo storditore elettrico Skorpy 2000, regolato a soli 50000 volt dei suoi 200000 potenziali.
Mai e poi mai avrebbe immaginato di usarlo contro se stessa, suo marito e i suoi amici più cari.
Aveva fatto bene a portarselo dietro, non si sa mai che cosa può capitare nel mondo.
Dopo aver legato i polsi di suo marito a una robusta farnia di palude, si sdraiò schiena a terra, e contemplando il cielo rimise in fila i fatti di quella giornata.

                                          

Dopo l’inquietante incontro col cercatore di funghi, erano arrivati dopo una mezzora, ormai a sera, alla lanca dei salici bianchi.
Mentre piazzavano le tende e preparavano la cena, osservarono lo strano biancore dei salici intorno a loro.
Era vero, troppo bianco quel bianco e troppo argentate quelle acque.
L’indomani sarebbero andati a esplorare gli alberi.
Anna aveva già intuito dal silenzio che c’era qualcosa di preoccupante in quel posto, per quanto doveva ammettere che era davvero affascinante nella sua bizzarria.
Impressione che era stata acuita dall’ascolto del racconto “I salici” di Algernon Blackwood, letto da Mauro quella sera sulla sponda della lanca, nella fioca luce della torcia elettrica.
Due turisti in canoa, un inglese e uno svedese, risalgono il Danubio e restano isolati a causa di una tempesta su una sperduta isola fluviale.
Dovranno confrontarsi con entità indecifrabili legate alla vegetazione del luogo e completamente estranee alla dimensione umana.
                                   

“Potrò mai dimenticare la solitudine di quell'accampamento sul Danubio? La sensazione di essere completamente solo in un pianeta deserto! I miei pensieri correvano senza sosta alle città e alle tane degli uomini. Avrei venduto l'anima, per così dire, per "sentire" i villaggi bavaresi che avevamo attraversato a decine; per le cose più umane e banali: contadini che bevono la birra, tavoli sotto gli alberi, sole caldo, e le rovine di un castello sulle rocce dietro la chiesa dal tetto rosso. Perfino i turisti sarebbero stati i benvenuti. 
Eppure quanto sentivo o temevo non era la solita paura dei fantasmi. Era infinitamente più grande, più estranea, e sembrava nascere da qualche oscuro sentimento ancestrale di terrore che mi turbava molto più profondamente di qualsiasi cosa avessi mai conosciuta o immaginata. Ci eravamo "allontanati", come diceva lo svedese, in qualche regione, o in qualche insieme di condizioni dove correvamo grossi rischi, a noi tuttavia incomprensibili; dove le frontiere di qualche mondo sconosciuto erano vicinissime a noi. Era un posto dominato dagli abitanti di qualche spazio esterno, una sorta di feritoia dalla quale potessero spiare la terra, non visti, un punto in cui il velo si era un po' consumato. Come risultato finale di un soggiorno troppo lungo in questo luogo, saremmo stati trasportati oltre il confine e privati di quella che chiamavamo la "nostra vita", ma attraverso un processo mentale, non fisico. In questo senso, come diceva lui, saremmo stati le vittime della nostra avventura: un sacrificio.”
Il mattino dopo erano andati a vedere da vicino quegli strani salici bianchi e avevano scoperto che erano tutti ricoperti da nidi biancastri brulicanti di “gatte pelose”.
                                      

Sembravano bombici del salice, vermetti pelosi che poi diventano magnifiche farfalle color latte.
                                     

Ce n’erano a milioni, dappertutto.
E nello specchio d’acqua della lanca notammo, ben nascoste come loro abitudine, centinaia di gallinelle d’acqua pronte a inghiottire i molti bruchi che scivolano dai nidi.
                                                     

Poi, come in un incubo, tutto era accaduto come un’inesorabile reazione a catena.
Centinaia di leucoma salicis avevano “sparato” verso i loro volti migliaia di peli urticanti che si erano conficcati nei loro occhi come minuscole frecce a forma di ago.
Lei per istinto era riuscita con un avambraccio a coprirsi l’occhio sinistro, ma il destro era stato colpito, come tutti gli occhi degli altri compagni di sventura.
Imprecando per il dolore e semiaccecati erano tornati all’accampamento per lavarsi gli occhi con le loro riserve d’acqua.
Si tenevano per mano e lei guidava l’incerta comitiva con il suo occhio sano.
Il bruciore dentro le cornee era quasi intollerabile e anche l’acqua recava ben poco sollievo.
Con una pinzetta Anna cominciò pazientemente a togliere tutti i peli urticanti penetrati nelle congiuntive oculari.
    

13/12/15

I SALICI BIANCHI(2): in cerca della garzaia scomparsa




a Lucio Mastronardi, scrittore e grande camminatore dei boschi vicino al Ticino, nei dintorni di Vigevano.

        IN CERCA DELLA GARZAIA SCOMPARSA

SECONDA TAPPA: CASCINA REGINA, PONTEVECCHIO MAGENTA (MI) - BOSCO DEL MEZZANONE OLTRE IL CANALE SCAVIZZOLO, DAVANTI ALLA TENUTA DELLA ZELATA (PV).
                                                                   Note tecniche:
E' POSSIBILE SEGUIRE IL TRACCIATO DELL'AVVENTURA SU GOOGLE EARTH, DIGITANDO TURBIGO (MI) E SEGUENDO IL CORSO DEL FIUME TICINO FINO A BEREGUARDO (MI).
LUNGHEZZA IN LINEA D'ARIA: 23,37 Km
TEMPO EFFETTIVO DI PEDALATA: 7 h 50'
MEDIA: 15.01 km/h
PARTENZA: 5.30
ARRIVO: 19.05
«Viandante, sono le tue orme
il sentiero e niente più;
viandante, non esiste il sentiero,                                              
il sentiero si fa camminando.
Camminando si fa il sentiero
e girando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai più
si tornerà a calpestare.
Viandante non esiste il sentiero,
ma solamente scie nel mare».

Antonio Machado
                                      
Sabato, 2 aprile 2016, lanca dei salici bianchi.

                                                 
                         

Riapro la moleskine.
Le tende sono piazzate vicino allo specchio argentato della lanca.
E’ tempo di annotare quest’altra giornata piena, sovraccarica come un boccale di birra spumeggiante.

               Siamo partiti da Cascina Regina alla volta del ramo delizia della Cascina Fagiana.
                                          
Prima sostiamo al centro LIPU per ammirare i rapaci notturni salvati dai bracconieri. Chiediamo loro di essere i nostri spiriti del bosco e di proteggere la nostra avventura.
                                     

                                                               
                                                            - Poiana e Gufo del centro LIPU la Fagiana -

Purtroppo non possono più volare con la necessaria destrezza e sono sostenuti dai volontari.
Attraversiamo il ponte di legno che rappresenta il centro del Parco del Ticino e pedaliamo nel folto dei boschi, verso il ponte di Vigevano.
                                                        

Il cartello da seguire è località Scolmatore, sette virgola sette chilometri.

                                     

07/12/15

I SALICI BIANCHI

                                           di Mauro Banfi



                     

“L’Anima Mundi come respiro dell’universo, racchiude il cuore, l’empatia, il rispetto, la fratellanza universale, la libertà…”
James Hillman


PRIMA TAPPA: PONTE TIBETANO PRESSO TURBIGO (MI) - CASCINA REGINA, PONTEVECCHIO MAGENTA (MI)

                                                                   Note tecniche:

E' POSSIBILE SEGUIRE IL TRACCIATO DELL'AVVENTURA SU GOOGLE EARTH, DIGITANDO TURBIGO (MI) E SEGUENDO IL CORSO DEL FIUME TICINO FINO A BEREGUARDO (MI).


LUNGHEZZA IN LINEA D'ARIA: 12,23 Km
TEMPO EFFETTIVO DI PEDALATA: 5 h 20'
MEDIA: 18.01 km/h
PARTENZA: 6.30
ARRIVO: 17.05


                             
  
Venerdì, 1 aprile 2016.
Apro il fedele taccuino moleskine per registrare i fatti di questa splendida giornata di natura e bicicletta.
Io, Paolo, Riccardo e la sua consorte Anna, “la compagnia della ParkBike”, abbiamo cominciato questo viaggio partendo dal ponte tibetano posto in località Tre Salti, nel comune di Turbigo.
                                
Il nostro è un tentativo di avvicinarci alla terra e a noi stessi.
Cercheremo di conoscere la terra su cui viviamo e che la maggioranza delle persone ignora, chiuse a tripla mandata dentro le loro prigioni di vetro e cemento.
Proveremo a conoscere meglio noi stessi: un itinerario in bici e a piedi è anche un’esperienza di essenzialità.
Questa mattina, controllando i nostri zaini e riponendo i nostri fidati bastoncini telescopici, ricordavamo che quando li prepari devi scegliere solo alcune cose e accantonarne delle altre superflue.
E’ un’operazione fondamentale che tutti dovremmo fare in una società dove le assillanti tecniche di mercato sono attrezzatissime per convincerti di avere nuovi bisogni.
Un’escursione nel parco ti mostra come bastano quattro cose per vivere un’esperienza formativa, vitale e memorabile.
Abbiamo con noi le tende, perché vogliamo dormire per quattro notti nel Parco del Ticino, in località Lanca della Zelata.
Tempo fa ho avvistato una stupenda lanca interna, nascosta alla vista dei sentieri più battuti, tutta contornata da salici bianchi.
Vogliamo dormire in quel posto incantato ed è là che ci stiamo dirigendo.La partenza è stata emozionante:                   


01/12/15

GITA A VILLA SCOTT (LA VILLA DEL BAMBINO URLANTE) di Mauro Banfi

   
«Pronto, Mauro, come va?»
«La faccio andare, Rudy, se non vuole andare»
«E allora, hai qualche idea per una gita?»
«Imposta il GPS: Torino, Corso Giovanni Lanza, 57.
Andiamo a vedere la “villa del bambino urlante”, quella del film “Profondo Rosso”di Dario Argento.»
«Ancora Torino, dopo il bioparco, i luoghi di Salgari, i giri di Nietzsche, le stazioni esoteriche, il nuovo Museo Egizio, ancora Torino?»
«Ripeto forte e chiaro: Villa Scott, la “villa del bambino urlante”.
E ho detto tutto, parliamo di pura mitologia.»
« Che forza! Mauro, siamo sotto casa tua sabato alle otto, okey?»

                               
Erika e Rudy suonano il clacson e io e Blu scendiamo in strada. Dietro di loro c’è l’altra macchina di amici.
Per tutti ho preparato una scheda introduttiva alla gita.
«Ma questi sono film degli anni ’70, che cosa c’entrano con “Profondo Rosso?”» dice Erika scorrendo il suo fogli A4.
Faccio un cenno per dire: "a tempo debito".
Ecco la lista che ho preparato per gli amici, adoro introdurre una visita con degli elenchi:


L’uccello dalle piume di cristallo (D. Argento, 1970)
Giornata nera per l’ariete (L. Bazzoni, 1971)
Reazione a catena (M. Bava, 1971)
La corta notte delle bambole di vetro (A. Lado, 1971)
Chi l’ha vista morire? (A. Lado, 1971)
Cosa avete fatto a Solange? (M. Dallamano, 1972)
La dama rossa uccide sette volte (E. Miraglia, 1972)
Non si sevizia un paperino (L. Fulci, 1972)
La morte ha sorriso all’assassino (A. Massaccesi, 1973)
Il profumo della signora in nero (F. Barilli, 1974)
Profondo Rosso (D. Argento, 1975)
La casa dalle finestre che ridono (P. Avati, 1976)
Suspiria (D.Argento, 1977)
Solamente nero (A. Bido, 1978)


Sotto alla lista c’è una citazione dal film “La casa delle finestre che ridono” di Pupi Avati.
“Oggi ho ritratto quella svergognata mentre crepava…”
Filiamo sull’autostrada mentre comincio a rievocare:
«Il thrilling alla Dario Argento, l’horror all’italiana degli anni ’70, un momento magico della creatività italiana.
Allora i produttori investivano fiumi di quattrini negli artisti e nelle opere d’arte, e non c’era il terrore per i flop come adesso.
Tutto culminò con il successo del maestro Dario Argento…»
«Mauro, tu lo chiami maestro,» lo interruppe Rudy «ma io stento a credere che il regista di Profondo Rosso e di Suspiria sia lo stesso di Giallo e di Dracula 3D. Se tu non avessi insistito a farmi vedere Profondo Rosso, non starei guidando alla volta di Torino…»
«E’ giusta la tua osservazione, Rudy, ma va inquadrata storicamente e criticamemente.
Quando apparve sugli schermi italiani "L'uccello dalle piume di cristallo" di Dario Argento, il maestro rovesciò completamente il genere stesso. Trattenendo da Mario Bava (per primo aveva cominciato pochi anni prima a lavorare sull’estetica della paura)  il gusto per la "scenografica" bellezza della morte, Argento introdusse geniali concetti visivi, come la soggettiva del serial killer, dando vita ad un virtuale "cordone" ombelicale tra lo spettatore e la vittima stessa, unito ad una ricerca particolare e mai banale,  dell'inquadratura, come il "macro", per creare quell'atmosfera sconvolgente e surreale in cui l'assassino si muove ( si pensi al classico particolare ossessivamente argentiano dell'occhio ).
Per non parlare della grande cura data alla ricerca delle locations.
Adesso ci stiamo dirigendo verso la sua location più popolare e geniale.
Ma accanto a tutto questo, la vera rivoluzione introdotta da Argento è a livello contenutistico e concerne il movente che spinge l'assassino a compiere i suoi rituali di morte: il TRAUMA. Alla base dei thriller argentiani, c'è sempre un trauma, per lo più legato all'infanzia nel momento in cui l'innocenza e la purezza di un essere umano è talmente sensibile da non riuscire a scindere il bene e il male.
Ora, all’inizio della carriera il maestro cercava d’innestare il suo genio visionario in sceneggiature prive di salti logici, o perlomeno il più verosimili possibili.
Progressivamente è diventato barocco e gli effetti hanno scalzato i nessi causa/effetto di uno storytelling ordinato e ben concatenato…
Dopo “L’Esorcista” (e l’ondata di film horror e thriller americani), un film che è una perfetta macchina narrativa, precisa come un orologio, certe leggerezze narrative che Argento si prenderà sempre più spesso nel proseguo della carriera saranno avvertite con maggior fastidio dagli spettatori.
Ma non dimentichiamo mai che il maestro Dario è uno dei pochi registi ammirato da artisti del calibro di Polanski, De Palma, Romero, Raimi e sopra tutti il grande John Carpenter…»
Alla lunga il volume della radio venne alzato.
Al primo autogrill la mia commemorazione storica viene sfilata via come un costume medievale per un caffè e un cornetto.
I ragazzi vogliono vedere la “villa del bambino urlante”.
Al cospetto di un mito così possente sono solo un misero ciarlatano e ho solo un merito: aver fornito un certo indirizzo al TomTom.

                                  

Usciti dal casello di Torino, riprendo a parlare (per fortuna so rendermi conto dell’esasperazione del mio entusiasmo e so tacere, all’occorrenza):
«E ora, dobbiamo andare in zona Borgo Po e risalire la collina che porta al monte dei Cappuccini.
Avvisteremo cinque ville prima di arrivare a villa Scott, costruita dall’ingegner Pietro Fenoglio nel 1902. Imposta per Villa Regina, capitano Rudy».
La prima villa che incontriamo è quindi Villa della Regina (una residenza storica dei Savoia), lungo la Strada Comunale Santa Margherita, a Torino.
Proseguendo ci ritroviamo sulla strada comunale Valpiana dove incrociamo una seconda e una terza villa. 
Il viaggio continua poi sulla Strada alla Villa d'Agliè, dove ammiriamo Villa D'Agliè, quindi un'altra villa meno nota anticamente appartenuta ai Savoia.

                               

Stiamo facendo lo stesso percorso che fa Mark, il protagonista del film, quando sta cercando la Villa.
Proseguendo arriviamo in Via Vittorio Amedeo Gioanetti angolo Corso Giovanni Lanza.