11/10/15

MIRDIN(2): IN VIAGGIO VERSO LA QUARTA DIMENSIONE



                        
di Mauro Banfi
                                                         
“Non siamo contenuti in una invisibile scaffalatura rigida: siamo immersi in un gigantesco mollusco dinamico e flessibile. Il Sole piega lo spazio intorno a sé e la Terra non gli gira intorno perché è tirata da una misteriosa forza, ma perché sta correndo diritta in uno spazio che si inclina. Come una pallina che rotoli in un imbuto: non ci sono forze misteriose generate dal centro dell’imbuto, è la natura curva delle pareti a fare ruotare la pallina. I pianeti girano intorno al Sole e le cose cadono perché lo spazio si incurva.”
Albert Einstein

                        
“I druidi univano allo studio della natura quello della filosofia morale, affermando che l’anima umana è indistruttibile”. Strabone
                         

Avanti, Bardo Corentin riassumici la prima puntata di Mirdin:


                                        
“Ci sono momenti in cui la storia chiama gli uomini all’appuntamento con il destino.
Nel 54 a.c. Giulio Cesare, sfruttando abilmente i continui litigi tra clan e tribù germaniche e celte, attaccò gli Eburoni di Ambiorix e dopo la vittoria, posizionò le sue legioni nel cuore della nazione dei celti.
I Carnuti, il popolo del potente mago verde Mirdin, custode del nemeton segreto di tutta la Gallia, levarono il grido dell’insurrezione generale e l’urlo con la rapidità del fulmine si propagò nel centro e nel sud della Gallia fino al paese degli Arverni, con la notizia dell’eccidio di molti commercianti romani e di altrettanti celti collaborazionisti avvenuto a Cenabum.
Anche gli Arverni erano oppressi dal dispotico governo di una oligarchia che con il consenso dei Romani ha deposto il legittimo re.
Il grido ribelle dei Carnuti ebbe grande risonanza tra gli Arverni, che, decisi ad abbattere il governo fantoccio e a liberarsi dalla dominazione straniera, risposero all’appello dei fratelli del nord.
Anima della rivolta era un giovane guerriero di sangue reale, chiamato Vercingetorix, che in breve tempo sollevò la regione e, presentatosi con un grande gruppo d’armati sotto le mura della capitale Gergovia se ne impadronì e fu proclamato re.
Tutte le regioni comprese tra il corso della Senna e quello della Garonna, tra l’Atlantico e il Liger, aderirono a Vercingetorix, che riunì in breve sotto il suo comando un grande esercito.
Per nulla impressionato, nei suoi quartieri invernali, l’ambizioso Giulio Cesare meditava la controffensiva.
Ora: a Mirdin il Druido non interessavano gli appuntamenti con la storia, per lui la magia rossa della guerra e della violenza sono incubi dai quali destarsi.
Lui crede nella Dea Bianca, la triplice e nelle tredici energie arboree cosmiche.
Invano suggerì ai guerrieri Carnuti e a quegli Arverni di Vercingetorix di evitare uno scontro in campo aperto con le legioni e di praticare la guerriglia nelle foreste, il mordi e fuggi come se fossero invisibili.
Roisin, sua amante al tempo della gioventù era ora moglie di Vercingetorix, perché stava seguendo la pista della vendetta.
I Romani avevano trucidato suo fratello Duir e voleva bere il loro sangue nel teschio di Giulio Cesare.
Ma ora aveva una figlia, Lexy e voleva che diventasse la prossima Gutuater della sacra foresta dei Carnuti.
Insieme, durante l’equinozio di primavera si recarono nel santo nemeton di Mirdin, affinchè Lexy diventasse una maga e fosse iniziata ai poteri di Mirdin.
E adesso, si disfi la trama e torni l’ordito di questa storia…ma ti chiedo lettore, c’è poi differenza?”


     

    in viaggio nella quarta dimensione

                                     
Roisin e Lexy risvegliarono il mago verde nella sua magica caverna.
Mirdin voleva baciare in bocca Roisin ma con un cenno lei gli fece capire che Lexy, lì vicino a loro, era sua figlia, e subito dopo gli raccontò che il padre, Vercingetorix, era in guerra.
«Dimmi Roisin, in che cosa possa esserti utile».
«Voglio che Lexy sia la prossima Gutuater del nemeton».
Mirdin sorrise e insegnò tutto quello che sapeva a Lexy: le 13 energie arboree collegate agli animali, agli Dei e alle stelle dell'Universo, la cosmica medusa flessibile, contraibile ed estensibile.
                                       

Poi venne un terribile giorno.
Giulio Cesare aveva contrattaccato Vercingetorix e dopo molti scontri e tanti, troppi morti in battaglia i due comandanti si preparavano alla scontro finale presso la cittadina di Alesia, tra il popolo dei Mandubi.
Mancavano pochi giorni alla prova d’iniziazione di Lexy e Roisin decise di raggiungere ad Alesia suo marito.
Invano Lexy pianse tutte le sue lacrime, inutilmente Mirdin la supplicò di restare.
«Maledetta sia la magia rossa!» urlò Mirdin alla Luna triplice mentre Roisin svaniva tra le querce.
«Folli! Non bisogna prendere appuntamenti col destino, ma amarlo come si venera qualcosa più grande di noi!»
Strinse la mano a Lexy e davanti al fuoco le parlò della grande prova di domani.
«Lexy, non dovrai affrontare la prova dell’acqua e tuffarti da una cascata per recuperare un anello d’oro nel laghetto.
Quella è la prova dei mercanti.                                                                       
Non dovrai affrontare la prova del fuoco o quella dell’aria o quella della terra.
Non dovrai saltare la fossa incendiata o salire sulle montagne innevato a prendere l’uovo dell’Aquila Reale.
Non dovrai andare nella sacra grotta dell’Arco nella Roccia per uccidere un orso tra i dipinti antichi dei primi Druidi.
Queste acrobazie sono per i guerrieri.
Dovrai viaggiare nella Quarta Dimensione.
Dovrai imparare che lo Spazio non è separato dal Tempo come il Corpo non è separato dallo Spirito.
Questo è il fondamento della magia viola e la base di quella verde e bianca.»

Lexy era bellissima, rivestita nella tunica porpora della neofita.
Scesero antichi gradini verso il fondo del nemeton e Mirdin la teneva per mano.
Poco distante balenava una fioca luce azzurrina.
Piano piano gli occhi di Lexy si abituarono al buio e la ragazza mise a fuoco una visione incredibile.
Sospesa a mezz’aria ruotava una scatola magica trasparente che voltava ad ogni angolo e si rivoltava in aria come un guanto.
Ogni suo lato era grande come la porta di una capanna.
  

                                                                            
« Questo è un cristallo spaziotemporale, Lexy, io lo chiamo l’ipercubo.
Lo vedi quel piccolo buco nero al suo interno, grande come il coperchio di una botte per il vino?»

     

                                             
                                                      
Lexy non riusciva a parlare a causa dei prodigi a cui stava assistendo.
«Quella è una stella che è esplosa e si è ritirata dentro se stessa.
Collassando ha aperto un varco nello spazio-tempo ed ora è lì che ti stai dirigendo, Lexy, sei pronta?»
Lexy riuscì solo ad annuire.
«Dentro quel buco noi possiamo viaggiare tra le dimensioni del Tempo, bimba mia.

                                                           

               
Il tempo è il terreno sul quale cresciamo e una volta che siamo fioriti ai bordi di quell'abisso possiamo andare Oltre, insieme.
Penso al continuum spaziotempo come a un sistema di autoperfezionamento multidimensionale in cui tutto ciò che è, è mai esistito o potrà accadere, si verifica simultaneamente.
Siamo immersi in una cosmica medusa, che si può schiacciare, stirare e storcere, e costituisce lo spaziotempo intorno a noi.
Ricordati: quando sarai dentro al buco nero dovrai solo seguire la mia voce, il filo del mio racconto e supererai la prova».
Detto questo, si portò dietro di lei e la spinse gentilmente dentro il buco nero.
«E ora, è tempo di saltare, Lexy.»
Lexy precipitò nell’abisso, urlando.
Poi cominciò a sentire le parole di Mirdin e cominciò a calmarsi, ascoltandole.
Le sembrò di volare come un albatro sopra la costa della Bretagna, era fuori e dentro, nel contempo, nella storia chiamata…





10/10/15

PIÙ CONOSCO GLI UOMINI, PIÙ AMO GLI ANIMALI

- di Pietro Pancamo (pipancam@tin.it; pietro.pancamo@alice.it) -


Il Signore Dio «scacciò
l’uomo e pose ad oriente
del giardino di Eden
i cherubini e la fiamma
della spada folgorante,
per custodire la via
all’albero della
vita» (Genesi 3,24).


Francis Danby - The Deluge


 I

I cherubini lavoravano intorno alla spada incandescente: vi gettavano dentro legna e carbone perché non si smorzasse il suo splendore; con le molle sistemavano i pezzi di legno per far attecchire meglio il fuoco.Si trattava comunque di un lavoro che, molto presto, avrebbe perso ogni utilità: ormai da secoli il mondo era in pace e vi regnava il bene, tanto che gli uomini avevan riconquistato il diritto all’Eden. Quindi, non c’era più bisogno di sbarramenti o di ostacoli divini. Pure, quella spada fiammeggiante non smetteva di ardere.Sulla Terra tutti i mali erano scomparsi: niente guerre, nessuna prepotenza, droga esaurita, estinte per sempre le grida di dolore (ormai restavano soltanto quelle “commerciali” e insistenti dei fruttaroli al mercato). Dunque, perché il sacro Dio non ordinava ancora di rimuovere la spada e di spegnerla in eterno?Questo si domandavano i cherubini indaffarati con la legna, mentre una perplessità mista di noia e desolazione angustiava i loro pensieri.

II

Miagolava il superno gattino, coccolato a perdigiorno dalle buone mani del Salvatore.Il sacro Dio non era mai stanco di vezzeggiare: nemmeno i malori gli impedivano di gingillare il suo gattino. E quel giorno le sue eran moine gravate dal mal di testa: perché il suo cervello aveva mandato di traverso nocivi rimasugli di sonno insufficiente e sofferto.Il sacro Dio continuava sì, anche quel giorno (un umido lunedì celeste) a molcire il bel gattino (“Picci picci, pucci pucci”, gli sussurrava) però si sentiva triste e frastornato.Intanto guardava la Terra con gli occhi cisposi. E una vertigine di nausea gli percorreva lo stomaco.
Da epoche lontane e persino indistinte nel passato, gli uomini eran diventati saggi e virtuosi. Ma il sacro Dio non riusciva ad essere felice.Abbandonando i peccati e riavvicinandosi alla fede, gli uomini si erano gagliardamente redenti e trasformati: generosi col prossimo, eran rispettosi del padre e della madre. Inoltre non rubavano mai, s’impegnavano febbrilmente a non dire falsa testimonianza, non erano affatto invidiosi della roba altrui, non desideravano assolutamente la donna d’altri e facevano del tempo un pretesto di vita e preghiera.

05/10/15

Mirdin di Mauro Banfi


           MIRDIN



"D'ora in avanti, lo spazio e il tempo in quanto tali sono destinati a svanire come semplici ombre e soltanto una sorta di unione dei due continuerà ad avere una realtà indipendente".
Hermann Minkowski

"Essi (i Druidi) desiderano inculcare il loro principio fondamentale, che le anime non si estinguono ma passano dopo la morte da coloro che sono a coloro che verranno."
Giulio Cesare, De bello gallico.


                                                                  
nemeton
Roisin e sua figlia Lexy stavano attraversando la sacra foresta dei Carnuti alla ricerca di Mirdin.
«La storia è un incubo dal quale mi devo svegliare», le aveva detto il mago.
« E allora me ne vado in letargo come un orso».

Lexy aveva quattordici anni ormai, e dopo che il suo primo sangue tra le gambe l’aveva consacrata alla triplice Dea Bianca, aveva chiesto alla madre Roisin di diventare una Gutuater, un’apprendista della magia verde e addetta alla custodia del nemeton di Cenabum, nel cuore della foresta primordiale.
Fin da piccina si metteva a bollire decotti di sua invenzione, accarezzava gli animali del bosco e osservava  per ore le stelle e la luna.
«Sarai una delicata e potente Gutuater, signora della magia verde, mia dolce Lexy» le sussurrava  Roisin, prima di narrare le antiche storie del suo clan.
E ora la portava al nemeton di Mirdin, il mago verde, perché fosse iniziata alle sue arti.
Mirdin era stato amante di Roisin, ma lei era ora la moglie del Principe degli Averni Vercingetorix.
Giulio Cesare e i romani che abbattono le foreste con le loro strade dritte come un braccio che colpisce il volto, avevano invaso le nostre terre con i mercanti di vino e di olio, e dietro loro seguivano le legioni di quei banditi feroci, armati fino ai denti e organizzati come formiche predatrici.
Mirdin aveva chiamato tutti i capi delle tribù e in mezzo alla sacra foresta di Cenabum aveva parlato:
«Siamo tutti in pericolo. I romani sono troppo organizzati e troppo forte è la loro magia rossa.
Non affrontateli in campo aperto o vi massacreranno».
«Non siamo codardi!» gli urlò Vercingetorix «siamo lupi d’Arvernia!» e le tribù urlarono alla luna, battendo le spade e le lance sugli scudi.
«Avventati!« li zittì Mirdin il mago, e quando lui parlava anche gli eroi tacevano.
«I vostri padri non vi hanno insegnato che non bisogna mai sottovalutare nessuno?
Guardatevi: ognuno di voi è un gigante di coraggio ma vi battete da soli come i lupi solitari. Non avete disciplina, non sapete essere come le dita della mano quando diventano un pugno.
Siete come vespe senza la regina.
Datemi retta, seguite la magia verde e quella bianca.
Nascondetevi e trasformatevi in foglie e in pietre.
Se Giulio Cesare vi osserva  e vi dà la caccia diventate invisibili!
Uscite dalla foresta, colpite e uccidete più romani che potete e tornate a nascondervi tra gli alberi.
Mordete e fuggite, per anni se occorre.
Diventate inavvertibili tranne nelle menti e nelle mani e nei piedi veloci.
Piccoli gruppi d’assalto in perenne nascondiglio e trasformazione.
Avanti così e i romani se ne torneranno ai loro templi di marmo per le loro assurde strade dritte di sasso.
Se invece volete morire prima del tempo seguite il ruggito del vostro sangue impulsivo!
Ho parlato e non ho più niente da dire.
Lasciatemi tornare al mio nemeton.
Giulio Cesare è un incubo dal quale devo svegliarmi con la magia bianca.»

I guerrieri non ascoltarono Mirdin, sconsiderati.
Pianificarono l’eccidio di tutti i commercianti romani e dei loro fiancheggiatori celti di Cenabum e la sollevazione di tutti i popoli celti dalle foreste al mare.
Il sangue avrebbe cominciato a scorrere a torrenti sulla terra.
Roisin salutò Vercingetorix che raggiungeva i guerrieri nei boschi e partì con Lexy verso il nemeton di Mirdin,.
Sapeva che doveva mettersi in viaggio per l’iniziazione di Lexy.
«Mamma, che cos’è il nemeton?»
Erano arrivate alla sorgente circondata dagli Equiseti.






            
Roisin cominciò a raccogliere delle verdure per preparare una minestra a base di Equiseto.
«Osserva Lexy, questo è il nemeton».
Tracciò una circonferenza sulla sabbia vicino alla sorgente naturale e puntò l’indice nella terra:
«un cerchio che ha il suo centro ovunque e la circonferenza in nessun luogo particolare» e ruotò le mani a racchiudere la foresta intera e il cielo azzurro sopra le loro teste.
Erano vicine alla rocca nella pietra di Mirdin, nascosta tra le querce e le farnie.
«Guarda Lexy, le trecentosessanta quattro finestre della casa di Mirdin.
Le sue innumerevoli finestre si affacciano sui segreti del Cosmo; le sue sette porte sono aperte ai viandanti che giungono da ogni dove per imparare le sette magie colorate e i suoi sentieri si dipartono verso i luoghi più lontani dell’universo.
Sotto il pavimento di pietra, la grotta di Mirdin è il cuore delle tenebre da cui nasce ogni giorno l’alba.
I suoi occhi profondi vedono e conoscono ogni cosa, ed essa offre a ognuno dei neofiti un diverso modo di accedere al mistero.»
      
          

Le due donne s’inerpicarono lungo un ripido pendio che portava alla casa di pietra del mago verde.
Giunte alla rocca, Roisin entro sicura nell’antro contrassegnato sulla volta da un simbolo antico:




                        
«Ecco il sacro triskelion, Lexy, andiamo da Mirdin
Ripassiamo prima l’Ogham, il mago parlerà solo con la punta delle dita per almeno tre giorni, dopo il letargo.
E dovremo evitare di fare rumori molesti o ci tramuta in due cornacchie!
Allora amore, come ti chiami?
                                
                     

Le lettere dell’antico alfabeto muto riservato agli iniziati alla magia, corrispondevano alle punte, alle due giunture e alle basi delle cinque dita e per formare qualunque parola era sufficiente toccare sulla mano sinistra i punti corrispondenti alle lettere usando l'indice della mano destra.
                                                           



Lexy rapidamente compitò, danzando con le dita: luis-eadad-coll-saille-ibor
Roisin la baciò sulla fronte e la invitò a seguirla:
«Andiamo».
Lei era stata l’assistente di Mirdin per sette intensi e lunghi anni di passione.
Era stata iniziata alla magia verde, alla magia bianca e ai primi rudimenti di quella viola, la porta per la Quarta Dimensione.
Mirdin le aveva mostrato i cristalli spaziotemporali e stava per insegnarle l’uso quando suo fratello Duir venne preso dai romani e crocefisso nel centro del suo villaggio per brigantaggio.

                                                                             

Sconvolta dal dolore abbandonò Mirdin perché voleva apprendere la magia rossa della violenza e della guerra.
Il Druido non disse una parola.
Solo qualche lenta lacrima solcò la sua guancia, nata dai suoi magnetici occhi azzurri. Appoggiato al suo bastone di nocciolo le mormorò:
«Roisin ti amo. Quando vorrai sarò sempre qua per te, per sempre.
Attenta alla magia rossa: il fuoco senza controllo consuma per primo l’incendiario. Questo vale sia per la guerra che per l’amore”.
Roisin non lo sapeva, ma Mirdin cadde nella disperazione per un lungo terribile periodo e riuscì a risollevare il suo umore solo grazie alla sua scorta di Iperico.
Roisin e Lexy arrivarono a un muro intaccato dall’umidità.
La parete era scolpita in bassorilievo con delle lettere misteriose.
Madre e figlia restarono un attimo in contemplazione della raffigurazione del sacro calendario arboreo di Mirdin.




         

Roisin tirò fuori dalla sacca una mappa del calendario arboreo che aveva redatto ai tempi della sua iniziazione e del suo apprendistato alla magia verde, bianca e viola.

                
    

L’anno lunare, composto da 13 mesi di 28 giorni, contava quindi di solo 364 giorni.
Restava un giorno intercalare, il 23 dicembre, vigilia del solstizio d’inverno, giorno nefasto perché ritenuto la “morte dell’anno” e perciò raffigurato dal tasso, chiamato “albero della morte”. Il giorno seguente, cioè il 24 dicembre, giorno del solstizio, era invece simboleggiato dall’abete rosso, chiamato “albero del parto” o “albero della vita”. Abete rosso e tasso rappresentavano anche le prime due vocali:

Ailm ( abete rosso)
Idho (tasso)

Queste due vocali aprivano e chiudevano l’anno lunare.
Le altre vocali erano adibite a simboleggiare i due equinozi e l’altro solstizio:

Onn, la ginestra, per l'equinozio di primavera,
Eadha, il pioppo bianco, per l'equinozio d’autunno
Ura, il brugo, per il solstizio d’estate.

Creato da Mirdin, il “Calendario degli Alberi” formava la sostanza dell’Ogham, o conoscenza iniziatica, ovvero quella conoscenza non scritta a cui i futuri druidi o le future gutuater dovevano sottoporsi per imparare, attraverso una unica serie di termini: l’alfabeto sacro, il nome degli alberi, il significato mistico, magico e farmacologico degli stessi, l’andamento dei mesi dell’anno e le divinità e i corpi celesti del Cosmo ad essi accumunate.
Fondato sugli alberi, l’Ogham costituiva anche un linguaggio muto che utilizzava le articolazioni delle dita, una sorta di linguaggio segreto riservato agli iniziati.
Mirdin aveva proibito la scrittura e impedito accuratamente la divulgazione di conoscenze ritenute sacre.
Il suo sapere non era per tutti ma solo per i meritevoli, per chi lo cercava chiamato da un Dio o per autentica missione e vocazione.
Il “Calendario degli Alberi” si basava sui tredici mesi dell’anno lunare, di ventotto giorni ciascuno; esso corrispondeva alle tredici consonanti i cui nomi corrispondevano a tredici alberi sacri.
Tredici erano anche i mesi in un anno per le donne, e il loro flusso mestruale era il promemoria, l’appartenenza alla suprema Triplice Dea Bianca.
Era il simbolo del loro potere: la magia rossa che si muta in bianca.

                         

Roisin lo sapeva bene: Mirdin aveva creato il calendario arboreo e il linguaggio segreto Ogham, ispirandosi alle donne, perché voleva che un giorno governassero la Madre Terra con la loro magia bianca.
Detestava la magia rossa e quella nera.
Odiava la violenza e la putrefazione.
«Voi donne dovete ereditare la Terra: solo voi sapete trasformare la magia rossa in bianca. Noi maschi arriveremo presto a distruggerci tutti con la magia nera.» le aveva detto un giorno, tenendola per mano durante il crepuscolo.
Mirdin utilizzava le piante anche per scopi magici e terapeutici e il ciclo dei 13 alberi corrispondeva alle 13 energie arboree alle quali si associavano anche elementi divinatori che operavano come geni protettori cui rivolgersi in cerca di forza, fortuna o buoni consigli.
Ora il mago verde era andato in letargo assumendo una pozione controllata e miscelata di datura e belladonna.
Roisin aveva già pronto l’antidoto a base di oppio e camellia, nella sua sacca di foglie di canna di palude.
Era il momento di risvegliare il mago dal suo letargo.
Sicura e determinata Roisin schiacciò le lettere oghamiche del nome di Mirdin scavate nella parete di roccia, ripetendole ad alta voce: 
                                              
                                                          muin-ibor-ruis-ibor-duir-ibor-nion!                                                                                           
Dopo un minuto le due donne sentirono nelle viscere della terra un flusso d’acqua e poi una pietra rotonda posta alle loro spalle rotolò dentro un cursore e davanti a loro si spalancò il passaggio verso la grotta di Mirdin, il Druido verde di Cenabum.

                 

Era il venti marzo, l’inizio del periodo di Onn, la ginestra.
Il giorno del risveglio del mago.
Roisin e Lexy avanzarono con cautela, tenendosi per mano, verso il cuore profondo del nemeton.
                               
                                                                       
                                                                     (1- continua)

31/08/15

"Ancora un'altra curva e sono da lei", romanzo breve di Mauro Banfi: recensione

Sullo sfondo di una delle più note escursioni lombarde in bicicletta (la Cassano d’Adda/ Imbersago, (dove è stato ricostruito e messo in funzione lo straordinario traghetto a corda di Leonardo da Vinci) sale sul palcoscenico, nel racconto di Mauro Banfi, il mistero dell’Io.

L’itinerario abduano, con i suoi suggestivi e stupendi scorci dell’Adda ( per il Banfi un autentico fiume mamma che partorisce e accoglie nel suo seno diversi personaggi smarriti ma nello stesso tempo dignitosi lottatori per la vita), presenta due particolari dimensioni dell’Io umano; quella particolare funzione che tende a mantenere la propria istintiva conservazione e ad accrescere la propria volontà di potenza a discapito di quelle altrui e quell’altra che invece tende a svuotare l’Ego per accogliere le suggestioni del circostante e la pietas e l’ascolto delle storie delle altrui esistenze.
Nello splendido tratto del naviglio di Paderno d’Adda, in un ambiente boschivo e fluviale rigoglioso e selvaggio, la bicicletta di Mauro si lancia, curva dopo curva, verso il raggiungimento dell’equilibrio tra le due dimensioni dell’Io.
Einstein, un’altra mente di qualità come quella di Leonardo diceva:
“La vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti”.
“Ancora un’altra curva e sono da lei!”: un memorabile romanzo breve di Mauro Banfi che mi ha ricordato Walden e il giovane Holden.
Forse lo si può anche lasciar perdere, se si ha meglio da fare; ma se quella bicicletta sfreccia lungo le tracce della vostra anima, allora la soluzione è una sola: bisogna leggerlo.


Carlo Bodeleri, critico letterario




10/07/15

Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì...



Intorno a lui un gradevole e fortissimo odore di legno nell’aria…si stava risvegliando.
Qualcosa respirava vicino, nascosto tra le sequoie giganti.
Lo vide alzarsi: una mostruosa testa lunga almeno un metro e mezzo, munita di una serie impressionante di denti aguzzi, laceranti.
Gli arti anteriori erano quasi dei moncherini atrofizzati e il ventre invece era enorme (per inghiottire grosse porzioni di carne recise di netto dalla sua chiostra di zanne), supportato da due zampe posteriori lunghe e potenti, alte almeno tre metri e mezzo.
Passo dopo passo iniziò a inseguirlo, e lui per forza di cose cominciò a correre.
Era inseguito da qualcosa che aveva le dimensioni di un elefante, la ferocia di una tigre e la dentatura di uno squalo bianco!
Non era molto sportivo quell’evento, non aveva fatto nemmeno colazione e appena sveglio si ritrovava già in un film di Spielberg!
Stava per essere acciuffato e divorato, quando trovò la solita provvidenziale cascata in cui si tuffò.

Piombò nel laghetto circostante, lottò con le rapide (come da copione), stava per annegare ma essendo un eroe riuscì a trascinarsi sulla riva.
Sdraiato nell’erba, rifletteva sull’accaduto, lentamente cominciava a ricordare qualcosa.
In lontananza il dinosauro ringhiava la frustrazione d’aver perso, per il momento, il suo pasto.
I casi erano due: quando si era svegliato, il tirannosauro che aveva cercato di ignorare addormentandosi, era ancora lì; oppure, quando si era svegliato, il grande sauro che aveva sognato nel sonno era ancora lì.
Colse un frutto saporito da una pianta vicina, e dopo averlo mangiato le memorie divennero più nitide.

Stava conversando con degli amici sul rapporto dell’uomo col Tempo.
Aveva scritto un post sul suo sito letterario preferito, Neteditor: il pezzo s’intitolava “Attimo immenso”.
Nel testo esponeva la tesi che un vero Attimo felice non si definisce in rapporto col passato o col futuro, ma passato e futuro devono acquistare fisionomia e senso in rapporto all’Attimo presente.
Nel corso dell’esistenza il nostro passato instaura una pesante autorità nei nostri confronti, e l’impotenza verso il macigno di quel passato ci spinge a vendicarcene ricercando un colpevole e un responsabile per la nostra incapacità a modificarlo e rimuoverlo.
L'esempio ormai classico? Quei frustrati che si mascherano con un avatar per distruggere tutto il santo giorno i contenuti di valore di chi invece vuole costruire qualcosa di buono.
Era seguita un’avvincente conversazione con gli utenti del litblog.


Verso sera era stato abbordato via mail da un venditore anonimo di nuove droghe sintetiche on line.
“Caro Mauro Moscone, hai posto davvero una bella questione: come rovesciare il peso del così fu?
Ti consiglio la mia pastiglia COSI’ VOGLIO CHE SIA, la vendo a sole cento euro.
La risposta all’impotenza verso il nostro passato sta nel cogliere l’Attimo Immenso.
Ogni attimo del divenire deve essere giustificato in sé e non perché tende verso un altro attimo passato o futuro.
Quest’alienazione è la causa della somma infelicità umana.
Nulla sussiste isolatamente: acconsentire a un Attimo Immenso non vuol dire di sì solo a noi stessi ma a tutta la vita, totale.
In questo modo il nostro presente diventa praticamente il passato e il futuro simultaneamente.
Il rapporto di reciproca determinazione tra passato e futuro è reso possibile solo dall’Attimo Immenso inteso come decisione, come sguardo rapinoso, come taglio che discrimina e agisce.
Scegli il mio prodotto e sarai nel COSI’ VOGLIO CHE SIA e non ti sentirai più impotente e risentito”.
Imbrogliato dalla sua curiosità, acquistò la pastiglia (colorata con uno strano pigmento rosa viola cangiante e fluido) e si addormentò…

- disegno del maestro Sergio Toppi -


07/06/15

BLU MORPHO




Era un bruco di falena e non faceva altro che mangiare tutto il giorno, ingurgitava steli su steli, foglie su foglie e pian piano si stava divorando la pianta su cui era nato e viveva.
Un altro bruco vicino a lui stava invece cominciando a costruirsi la crisalide, per diventare farfalla, e così lo rimproverava:


«Smettila di rimpinzarti e comincia a lavorare alla tua prossima abitazione, da bruchi dobbiamo diventare ninfe».
«Non mi seccare stupida larva» replicò il ghiottone «io non voglio cambiare, non voglio crescere, non voglio crearmi una nuova casa».
«Come vuoi, ma preparati all’arrivo della Blu Morpho» lo ammonì il vicino di pianta.
«Che cos’è la Blu Morpho?» chiese il bruco.
«Le Blu Morpho sono le guardiane della metamorfosi.
Suggeriscono e sostengono i bruchi che hanno paura di crescere con la loro energia.» Detto questo si rinchiuse nel suo bozzolo e cominciò a dormire il lungo sonno della pupa.


Il nostro bruco ritornò a divorare la sua pianta madre muovendo incessantemente le mascelle.
All'improvviso un volo d’ali color blu metallico iridescente lo sfiorò e davanti a lui apparve la splendida e terribile Blu Morpho.





«Perché hai paura, bruco? Che cosa stai aspettando piccolo verme?
E’ tempo di passare oltre, verso il grande fuoco del falò eterno »
A fatica il bruco trattenne lo stupore e il timore reverenziale, e replicò:
«Ascolta Blu Morpho, non perdere il tuo tempo prezioso con me: io non voglio cambiare, non voglio crescere, non voglio crearmi una nuova casa.»
La Blu Morpho ventilava lentamente le sue ampie ali color blu metallico iridescente, contornate da un margine costale annerito e screziato di puntini bianchi.
«Il problema sta nel fatto che non puoi fermarti ora, allo stato di larva, bruco.
Una volta che avrai divorato la pianta dove sei nato, dovrai passare a un’altra, dove vive un’altra larva e allora lotterete per la vita e la morte e uno di voi due perirà.
Potrebbe andarti bene, ma fino a quando? Quanti duelli pensi di riuscire a vincere? Dieci, cento, mille, un milione?
Non per questo sei nato, bruco.
Sei destinato a un’altra storia.»
«Ti va di raccontarmela Blu Morpho? Ti ascolto.»


«Quando siamo bruchi non c’ingozziamo per diventare più grossi e potenti delle altre larve o per divorare tutte le piante della Madre Terra, distruggendo la stessa casa che abitiamo ma per prepararci all’incontro con il grande fuoco del falò eterno.
Una volta che abbiamo accumulato il combustibile necessario per iniziare la metamorfosi, ci rinchiudiamo con un filo di seta in una crisalide e cominciamo a dormire il lungo sonno.
Capisci, essere delle larve non ha nessuna importanza.
Nel bozzolo ci trasformiamo in ninfe e incontriamo il falò dell’Essere, meraviglioso, terrificante.
Noi siamo nati per chiedere una vita più piena e il fuoco ci accontenta facendoci innamorare di lui. Ah, la sua passione ci fa volare, gioire, ballare…
Per amore danziamo pericolosamente nel suo falò e spegniamo la nostra passione nella fiamma che ci consuma.
In quel momento rinasciamo farfalle, riportate alla luce dal fuoco d’amore.